Giudici titanici nell’affondare il paese

giustiziadi GIANLUIGI LOMBARDI CERRI – “GIUSTIZIA” è una parola che spesso riempie le pagine di tutti i giornali e infiora, inserita in frasi a effetto, i discorsi di molti politici. A questa parola, tuttavia viene di volta in volta appiccicato il significato che più fa comodo al momento, preoccupandosi, soprattutto, di non rendere tale significato troppo comprensibile onde evitare che il “coniatore” possa essere
preso in plateale contraddizione. E il “popolo” che fa ? “Il popolo se gratta…” come dice un sonetto romanesco.

Cerchiamo noi di portare un contributo di chiarimento almeno ad alcuni concetti. Se andiamo sul vocabolario alla parola “giustizia”
troviamo: “Valore etico sociale in base al quale si riconoscono e si rispettano i diritti altrui così come si vuole che vengano rispettati i propri”. Bellissima frase che lascia “il popolo” abbastanza indifferente, alla stessa stregua della frase “vogliamoci bene” (salvo poi accoltellarci brutalmente, materialmente o moralmente) poiché la cosa fondamentale che interessa non è il volersi bene, ma “come volersi bene”. Ci siamo presi la briga di consultare qualche testo di Filosofia del Diritto in cui abbiamo constatato come esista una Teoria
della giustizia di John Rawls e un’altra Teorie della giustizia di Kant Kolm, oltre a moltissime varianti.

Tutto ciò ha sempre lasciato il tempo trovato, in quanto, a nostro modesto avviso, è “giusto” quello che tale appare a chi delinea in quel momento la teoria, ma non è detto che questo valga (cioè sia giusto) per la maggioranza delle persone e, soprattutto, in tutti i tempi.

A titolo di esempio perfino il “non uccidere” non è sempre valido, poiché in guerra chi uccide riceve perfino una medaglia, mentre in tempo di pace viene addirittura condannato a morte. E non si dica che è lecito uccidere in una guerra “giusta” poiché il concetto di giusto specie se riferito alla guerra, è ancor più di gomma elastica.

È ancora da chiarire se la guerra 1915-18 dichiarata dall’Italia all’Austria era da ritenersi giusta o se era giusta la guerra difensiva dell’Austria. Un punto che riteniamo ben fermo è quello che in ogni momento chi regge il potere nella fase legislativa debba avere ben chiara la differenza tra “fare la volontà del popolo” (democrazia) e fare “il bene del popolo” (autoritarismo). Ma, come è possibile constatare, nonostante tutte le dissertazioni sul tema, l’umanità non ha fatto, in questo campo, un solo passo avanti: lasciamo quindi ad altri la filosofia e vediamo almeno come le normative (leggi) delineate dopo tanto discutere potrebbero e dovrebbero essere delineate e applicate.

1.- Attraverso una serie di regole condivise dalla maggioranza delle persone e non dai soli parlamentari che non sempre rappresentano il pensiero dei loro elettori (essendo stata prima preoccupazione dei spazzano via il ciarpame. Infatti ciò che è ritenuto “colpa” in un certo momento storico diventa “non colpa” o addirittura merito in tempi successivi.

A titolo di scintillante esempio. È stato deciso che all’Italia conveniva entrare nella zona euro. A chi è stato chiesto il parere? A chi verrà chiesto il parere sulla Costituzione europea? Questo a opposta imitazione dei paesi sicuramente più democratici dell’Italia che hanno invece chiesto ai cittadini che cosa ne pensassero. Vien fatto di ritenere che i politici italiani abbiano evitato le domande ben consci che le risposte sarebbero andate contro il loro pensiero.

2.-Attraverso verifiche e modifiche di adeguamento all’opinione corrente delle Leggi vigenti, senza attendere guerre o rivoluzioni che, volenti o nolenti spazzano via il ciarpame. Infatti ciò che è ritenuto “colpa” in un certo momento storico diventa “non colpa” o addirittura merito in tempi successivi.

3.-Attraverso regole semplici , comprensibili dalla stragrande maggioranza delle persone. Il dettato “non è ammessa l’ignoranza
della Legge” risulta oggi quanto di più umoristico ci sia in quanto spessissimo è oggetto di incomprensione persino dagli stessi addetti ai lavori. Una consolidata prassi organizzativa dice che le regole devono essere prodotte da una parte, applicate da un’altra che con la prima non ha nulla a che fare, mentre una terza parte, svincolata totalmente dalle prime due, dovrebbe sviluppare la funzione di controllo.

Un operatore autoreferente, in una qualsiasi organizzazione umana è quanto di più esiziale vi possa essere, anche prescindendo da ipotesi di corruzione e di interpretazioni “politiche”. Le regole inoltre dovrebbero essere emesse contestualmente a sistemi di controllo oggettivi. Se una qualsiasi regola non può essere oggettivamente verificata nella sua applicazione, è perfettamente inutile, se non addirittura dannosa. Quante leggi non valgono la carta su cui sono scritte proprio per una pratica impossibilità di verifica oggettiva. Sia ben chiaro che nessuno pretende, laddove si tratta di persone, di disporre di regole matematiche, ma neanche , come accade oggi, di regole che sistematicamente ammettano un’interpretazione ed il suo esatto contrario.

Ciò porta fatalmente a scivolare verso l’arbitrio di chi giudica. Che cosa succede oggi nella realtà? Cose tristi assai. Non è ammissibile che un ex ministro venga giudicato da alcuni giudici, mafioso mandante di assassini e da altri una persona perbene, quasi angelica. Tutto ciò è assurdo ed evidenzia che, o la legge applicata è errata o i magistrati che la hanno applicata non sono all’altezza delle loro funzioni . E ancora. Un’assassina di madre e fratello, rea confessa, carica di abbondante premeditazione, si è beccata “solo” 18 anni (che poi si ridurranno a ben poca cosa, come sta chiaramente a indicare il rilascio del suo complice) mentre una madre viene condannata a
30 anni senza uno straccio di prova, ma soltanto attraverso più o meno validi indizi. Non vogliamo qui prendere le parti di nessuno, ma certamente dal confronto emerge che qualcosa non ha funzionato e non funziona. Per non tacere delle scarcerazioni dopo pochi anni di
carcere. Basta dichiararsi pentiti e si esce quasi subito quando ben si sa che solamente il 7 per cento dei condannati non risulta recidivo.

Ciò significa che tutte le teorie del reinserimento nella società civile sono solamente pie intenzioni che danneggiano prevalentemente il cittadino onesto. Quello che è peggio che i giudizi dei tribunali non condivisi dall’opinione pubblica diventano sistematicamente
sempre più numerosi. Stampa e cosiddetti “maitre a penser” lasciano intendere, quando non dicono esplicitamente, che le opinioni espresse dalla gente sono viscerali. Ma chi li autorizza a ritenersi possessori della verità e, soprattutto “maitre a penser”?

Solo perché si sanno esprimere forbitamente come avveniva alle corti dei re e come magistralmente illustrato nel trattato Il cortegiano di Badassarre Castiglione, in cui si esaltano al massimo le forme tralasciando i contenuti? La gente ha fiducia nella giustizia? Non si vuole certamente, da chi detiene il potere, fare un sondaggio di verifica. Sarebbe troppo pericoloso. Che cosa fare allora? Oltre alla certa regola
organizzativa della totale separazione tra chi emette le regole, chi le applica e chi controlla il tutto, sarebbe indispensabile ridurre drasticamente il numero delle leggi (così come avviene in tutti i Paesi civili), attraverso l’obbligo dei testi unici. Ma una legge , anche se approvata dai due rami del Parlamento, risulta inoperante se non è corredata da un adeguato Regolamento applicativo. Le modalità di stesura deiRegolamenti dovrebbero però essere codificate prescrivendo in maniera tassativa modalità vincolanti e tempo di emissione, onde evitare, come accade oggi, che leggi approvate dai due rami del Parlamento rimangano inapplicate o dai Regolamenti venga addirittura capovolto il senso della legge stessa.

Andrebbero inoltre specificate le modalità di controllo dei risultati applicativi. Questi concetti dovrebbero naturalmente essere estesi a tutte le documentazioni prodotte dalla burocrazia allo scopo chiaro di evitare storture. Che cosa non funziona nella magistratura? Troppe cose e con frequenza crescente delle discrasie. Esempi recenti e recentissimi dimostrano un preoccupante aumento della divaricazione tra criterio di chi giudica e opinione pubblica.

E allora? Molti sistemi derivati da procedure organizzative permetterebbero di tenere sotto costante controllo l’opera interpretativa dei magistrati. A puro titolo esemplificativo (ma è soltanto una delle soluzioni possibili) basterebbe sottoporre periodicamente a verifiche (con rigorosi metodi statistici che impediscano arbitrarietà) le modalità operative dei singoli magistrati, in relazione alle sentenze emesse per stabilire se sono state pronunciate interpretando le regole secondo “buon senso comune” o meno. Il preoccupante ripetersi di interpretazioni arbitrarie dovrebbe dar luogo non al puro trasferimento del magistrato, ma al suo totale definitivo allontanamento
dal settore Giustizia.

Siamo certi che attraverso un siffatto metodo, la maggior parte delle discrasie verrebbero eliminate. A completamento e rafforzamento
occorrerebbe introdurre finalmente l’eleggibilità dei magistrati. Questo obbligherebbe i giudici ad uscire dallo splendido isolamento in cui attualmente vivono prendendo contatto con la realtà quotidiana. Chi vuole i voti deve rendersi conto della realtà!

Vale la pena di rammentare il detto del grande Leonardo (estensibile a tutte le attività umane, “quando t’avvien di trattar delle acque
consulta prima l’esperienza e poi la scienza !”). Riassumendo: è indispensabile che tutti gli addetti al settore Giustizia, magistrati in testa, si rendano conto che il sistema non fa solamente acqua, ma sta addirittura affondando per vetustà e inadeguatezza e che, pertanto occorre radicalmente rinnovarlo partendo da zero senza che nessuno elevi barriere corporative. Tutti devono essere uguali realmente, ma nessuno può essere più uguale di altri.

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2 Comments

  1. eugenio ceroni says:

    Perfettamente d’accordo con Gian Luigi,In tema di giustizia l’indipendenza del giudice è auspicabile,ma dopo è necessario il controllo sulla correttezza del giudizio da parte di altro organo indipendente eletto dal popolo

  2. luigi bandiera says:

    E’ proprio vero..!

    Ma in questo stato di stravaganti e pseudo democratici ne troviamo moltissimi.

    Le cosiddette corti di giustizia dovrebbero chiamarsi corti dell’ingiustizia.

    Un fatto recente: legge elettorale fuorilegge perche’ incostituzionale.
    La corte dice che si e’ fuori ma dai: volemose ben e avanti lo stesso.

    Cosi’ hanno potuto sedere ancora in un caregon (seggiolone o poltrona) con relativo sacco d’oro da portare a casa. Anzi. Da farsi portare a casa: troppa fatica dato il peso.

    Tutto fa ormai schifo.

    I cittadini sono pavidi o ostaggi dei potenti..?

    Mah… forse e l’uno e l’altro.

    Se tutto va bene siamo rovinati. Anzi. Siamo rovinati..!

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