Libertà di stampa, dopo il Ghana. Secondo voi che razza di giornali leggiamo?

giornalismodi MAFALDA

E così anche “L’Unità”, lo storico quotidiano fondato da Antonio Gramsci, ha chiuso i battenti. La notizia è triste. A prescindere dalla fede politica di ognuno di noi. E’ triste, perché quando chiude un organo di informazione è sempre un pezzettino di “libertà” che se ne va. Perché se l’Italia nella classifica mondiale della “libertà di stampa” già non godeva di buona salute (anche se nel rapporto 2014 di Reporters Sans Frontieres ha guadagnato otto posizioni verso l’alto, pur rimanendo dietro a Paesi concettualmente ritenuti meno “liberi” di noi), la chiusura di una testata storica come “L’Unità” certo non aiuta. Qualcuno di voi forse si domanderà chi leggeva il quotidiano “comunista”. Io preferisco guardare il mondo dell’informazione da un’altra prospettiva: cosa resta ancora da leggere o ascoltare in Italia?
Il mondo dell’editoria italiana è un puzzle senza capo né coda. Ci sono tanti media, dalla carta allo smartphone passando per la tv, ma non ci sono regole. C’è un ordine, un sindacato unico dei giornalisti, ma non ci sono tutele che garantiscano una deontologia professionale che permetta una vera libertà d’informazione. E c’è la politica, che spesso mette il naso nelle redazioni che contano, che non sono certo quelle dichiarate degli organi ufficiali di partito quali, appunto, “L’Unità” dei tempi d’oro.

E poi ci sono una miriade di testate online, che nascono come i funghi dopo la pioggia, ma non ci sono più schemi etici da seguire mentre la professionalità diventa un optional troppo caro da pagare. Insomma, c’è forse troppo di tutto con scarso scarsissimo livello qualitativo. E nel mare magnum dell’offerta informativa c’è davvero da rimanerne storditi. Come dire: non ci sono più i giornalisti di una volta! E questo potrebbe anche non essere il male assoluto, non fosse che come in tutte le cose, rischia di “vincere” sempre chi fa la voce più grossa. Ci sono le grandi testate nazionali, la tv di Stato e quella satellitare. Basta questo? Ai più forse sì, tanto i problemi ci distolgono dai grandi temi di cronaca o di politica, talmente tanto in tempi di crisi, da non permetterci di accorgerci che la maggior parte delle notizie (tutte fatte con lo stampino) servono solo sviare l’attenzione su ciò che veramente accade non molto lontano da noi.

Perché chi ha la voce più grossa si prende la ragione. E c’è da crederci. Ma nessuno si domanda, al di là delle “corazzate” giornalistiche cosa succede nel vero campo minato delle notizie. Sotto i “grandi” c’è di tutto. Ma soprattutto ci sono la buonafede (poca per la verità) e la cattiva fede, quella che sfrutta l’assenza di fatto di un Ordine professionale che lascia senza tutela i suoi professionisti; quella cattiva fede che per interesse particolare o personale si concede la velleità di “informare”, sfruttando magari il sogno di un giovane di diventare giornalista, lusingandolo con la solita promessa dell’ambito “tesserino”. Un Ordine che di fronte a presunti editori di facciata che non pagano e non hanno mai pagato i giornalisti preferisce mettere sotto processo un direttore, e quindi un giornalista che cerca di fare il suo mestiere, come se il fallimento di una testata fosse solo colpa sua. Per non parlare del sindacato unico dei giornalisti: organo a brandelli, inutile – a tratti dannoso – nel recente rinnovo del contratto nazionale dei giornalisti (valevole solo per gli assunti!), ma soprattutto totalmente inerme di fronte all’emoragia occupazionale di questi tempi. Il caos. Terreno fertile per millantatori, truffatori e approfittatori. Ma questa del resto è l’Italia. Un Paese (al 49esimo posto della classifica, dopo Estonia, Giamaica, Costa Rica, Namibia, Capo Verde, Ghana e altri ancora) dove la libertà di stampa è un optional troppo caro, come la professionalità dei giornalisti.

 

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3 Comments

  1. Ric says:

    La gravità sarebbe la chiusura sulla veritá, sul vademecum della consapevolezza, sul tutor d’alto livello alla formazione di una coscienza critica .
    L’avvento di altre tecnologie comunicative hanno ridotto ai minimi termini le funzioni di servizio che svolgevano i quotidiani in epoche dove reputazione , umanitá ,parola data, e professionalitá erano , a parte l’ordine o la tessera , garanzie di valore . Di conseguenza sparito il valore sparito anche l’interesse. È un bene quindi ciò che è avvenuto ; la nobiltá di perseguire un fine deve tradursi nella produzione di strumenti atti alla costruzione di comunicazioni convincenti proattive . Tante di queste testate han fatto la loro epoca , come il vinile per la musica : anche i grandi musicisti non nascono tutti i giorni , ciononostante le note ,sempre sette, non impediscono al talento di utilizzarle . I caratteri utilizzati da tanti giornali sono privi di talenti che sappiano far “suonare la musica adatta”.

  2. luigi bandiera says:

    Butti,

    le kaste nascono con le asso di categoria…

    Le mafie non fanno uguale e kompagno?

    Liberta’ di stampa vuol dire tutto e niente…

    Piuttosto c’e’ liberta’ di CENSURARE chi non la pensa come te.

    A me non davano la bacheca sindacale (art. 21 della costituzione) perche’ ero l’oppositore.

    Se esterni quello che agli altri piace avrai sempre strada libera.

    Come e ne piu’ e ne meno di come ragionano i comunisti.

    Ripeto:

    l’itaglia e’ uno stato komunista.

    Speriamo scoppi prima o poi… anche se sono certo cadremo nelle braci.

    Cosi’ se chiude un quotidiano non succedera’ nulla… tutto girera’ come prima: alla via cosi’.

    Saluti

  3. CARLO BUTTI says:

    Io devo ancora capire a che serve l’Ordine dei giornalisti. Se uno sa scrivere e ha la stoffa del giornalista, che bisogno c’è bisogno di esami e di patentini?

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