Giordano Bruno, mito dei talebani nazionalisti

giordano bruno

di PAOLO GULISANO  – Tra i miti risorgimentali che sono stati utilizzati dal nazionalismo italiota per forgiare una “nazione una”, se ne può trovare uno piuttosto particolare, e anche abbastanza inquietante. Come tutti questi miti, da Garibaldi al 20 (scritto sempre romanamente XX) settembre, si tratta di miti intoccabili, indiscutibili, difesi con talebana intransigenza. Questo mito, tra i meno popolari, ma tra i più amati negli ambienti intellettuali, è quello di Giordano Bruno.
Questo strano personaggio, una sorta di mago rinascimentale, un ex frate folle ed eretico, diventò nell’Ottocento l’icona del “libero pensiero”, il simbolo della resistenza al potere papalino, e la Roma risorgimentale, anticlericale gli eresse anche un monumento, in Campo dei Fiori, la bella piazzetta del centro storico dove avvenne l’esecuzione del Bruno, all’inizio del XVII secolo, in un tempo e in un contesto storico dove la pena capitale non era messa in discussione da nessuno.

Giordano Bruno è dunque uno degli “intoccabili” del Pantheon italico, ed è apparso quanto mai chiaro in occasione di una vibrante polemica giornalistica: tre brillanti e documentati articoli su Giordano Bruno apparsi sul Foglio a firma del giovane studioso Francesco Agnoli hanno scatenato le ire di Giulio Giorello e di Nuccio Ordine, che hanno preso posizione sul Corriere della Sera. Il Giorello, per la verità, si è limitato alle invettive contro i cattolici in genere, di ogni secolo e luogo, per poi riferirsi alle precise osservazioni di Agnoli definendole assai astrattamente “pettegolezzi da filosofia vista dal buco della serratura”.

In realtà Agnoli non aveva fatto altro che presentare la vicenda del “martire” campano con precisione e accuratezza storica. Tuttavia in Italia quando si toccano certi argomenti e si parla di scienza e di Chiesa il tasso di ideologia presente nell’aria impedisce ogni dibattito sereno. Eppure, al di là della fine drammatica, la figura di Bruno è esattamente come la descrive Agnoli: quella di un personaggio sulfureo, intriso di magia, di astrologia, di vitalismo panteistico.

Tutta la sua esistenza fu tesa a un’ affermazione personale, per sé e per la sua visione del mondo, contro avversari di tutti i Paesi e di tutte le confessioni, che divengono via via “porci”, “pedanti”, “barbari e ignobili”. Già frate domenicano, dal comportamento ambiguo e aggressivo, frustrato nelle sue richieste di  arriera decise di andare a Ginevra e farsi calvinista, e per essere accettato nei circoli culturali e religiosi della città cominciò a seminare zizzania, a diffamare, ad attaccare violentemente e calunniosamente i notabili
ginevrini.

Venne processato dai membri del Concistoro, non cattolico, ma calvinista, e costretto in ginocchio a lacerare i suoi opuscoli, ammettendo la propria colpa. Lasciata Ginevra, che dunque non lo capisce, Bruno approda a Parigi nel 1581: la sua fama di esperto nell’ars memoriae gli vale la convocazione del re Enrico III, di cui diviene in breve intimo confidente. Dopo soli due anni Bruno finisce a Londra, presso l’ambasciatore francese Castelnau, in Salisbury Court, vicino al Tamigi. Qui, secondo le recenti indagini di John Bossy (Giordano Bruno e il mistero dell’ambasciata, Garzanti) svolge un lavoro di spionaggio contro l’ambasciatore francese di cui è ospite, a tutto svantaggio dei cattolici, arrivando addirittura a rivelare i segreti carpiti in confessione. Infatti, pur essendo già da tempo un feroce nemico del Cattolicesimo e della Chiesa, considerati la causa della decadenza dell’Europa, Bruno si finge zelante sacerdote e celebra riti in cui non crede, nell’ambasciata francese, vantando poi d’altra parte la sua apostasia, presso la corte  di Elisabetta.

Nel suo arrivismo giunge a svelare alla regina l’esistenza di un complotto catto-spagnolo, in realtà inesistente, contro di lei: scrive di esserne venuto a conoscenza in confessione. Nessuno gli crede. A questo punto Bruno, sempre scalpitante, vuole una cattedra a Oxford. Come ottenerla? Si offre volontario, con un’umile missiva, in cui si presenta così:
«Professore di una sapienza più pura e innocua, noto nelle migliori accademie europee, filosofo di gran seguito, ricevuto onorevolmente dovunque, straniero in nessun luogo, se non tra barbari e gli ignobili… domatore dell’ignoranza presuntuosa e recalcitrante… ricercato dagli onesti e dagli studiosi, il cui genio
è applaudito dai più nobili…».

Alla terza lezione verrà accusato di plagio e invitato a togliere il disturbo; le sue invettive feroci contro i londinesi, e contro il prossimo suo in genere, gli procurano, probabilmente, un breve arresto e determinano il ritorno precipitoso a Parigi. Ma qui, nel frattempo, il clima politico è cambiato, e i Guisa, la nobile famiglia a capo della Lega cattolica, ha sempre maggior potere: Bruno non esita a mettersi al suo servizio, e a chiedere di essere riaccolto «nel grembo della Chiesa catholica».

In realtà, ancora una volta, fa il doppio gioco, tessendo rapporti con i protestanti, benché nello Spaccio della bestia trionfante del 1584 avesse deprecato violentemente, in mille maniere, la figura di Lutero. Scomunicato dalla Chiesa cattolica e dai calvinisti di Ginevra, cacciato da Oxford e da Londra, Giordano Bruno, nel 1586, dopo l’ennesima disputa finita in rissa, deve abbandonare precipitosamente anche Parigi, perché neppure il vecchio amico Enrico III è più intenzionato ad accoglierlo. La destinazione, questa volta, è la Germania, e in particolare la città protestante di Marburgo. Ancora una volta il filosofo di Nola ottiene, dietro pressanti richieste, una cattedra universitaria, ma, detto fatto, entra in conflitto col rettore, Petrus Nigidius, che lo aveva assunto e che ora lo licenzia. Con la grinta di sempre Bruno riparte, per approdare a Wittenberg, città simbolo del luteranesimo, dove, per cambiare, ottiene il diritto
di tenere corsi universitari.

È qui che Bruno cambia ancora casacca: in occasione del discorso di addio, dopo soli due anni di permanenza, polemiche, e tanti nemici, l’8 marzo 1588 tiene davanti ai professori e agli alunni dell’Università un elogio smaccato della figura di Lutero, contrapposta a quella del Papa, presentato, secondo le migliori tradizioni del luogo, come un vero anticristo.

Lasciata Wittemberg, Bruno approda a Praga, la città prediletta da maghi, alchimisti e occultisti da tutta Europa. Ancora una volta Bruno cerca il potere, aspira a coniugare le arti magiche, di cui si ritiene in possesso, con alleanze potenti e concrete. C’è ormai in lui il desiderio di non rimanere un teorico, ma di passare all’azione, di essere ispiratore di un rinnovamento del mondo, di una palingenesi, che i segni dei tempi gli dicono vicina, e che lui vuole guidare, con compiti e ruoli non secondari. Ma vuoi per il suo caratteraccio, vuoi perché le vantate arti magiche in suo possesso non danno i frutti sperati e promessi, anche Praga viene presto abbandonata.

Transiterà in seguito per Helmstadt, Francoforte, Zurigo, Padova, sempre in Cerca di cattedre e di potere,
e infine, nel 1591, Venezia. Nella città veneta è accolto con curiosità da una cerchia di nobili da salotto, e in particolare da Giovanni Mocenigo, che è disposto a ospitarlo e nutrirlo in cambio dei suoi “segreti”.
Ma Bruno non è certo incline a fare il precettore privato: il suo desiderio sembra essere quello di usare le sue conoscenze magiche, al servizio deL disegno di «portare cambiamenti (politici) significativi, quantomeno nello scacchiere italiano».

Leggi: unificazione italiana, con presa di Roma e cacciata del Papa. Un vero precursore del tragico 20 settembre 1870! Prima di riuscire a realizzare tali fini viene tuttavia consegnato dallo stesso Mocenigo alla Santa Sede. Dopo i sogni di potenza, l’ideologo campano finisce dietro il banco degli imputati: in realtà è già abituato ai processi, alle abiure, alle fughe, e forse pensa, in cuor suo, di farla nuovamente franca, ma il tribunale inquisitoriale non emette condanne frettolose, procede con precisione e scrupolo, convocando
testimoni, compulsando le opere, rispettando tutte le procedure.
Dopo essere stato scacciato da almeno 10 città diverse, condannato da cattolici, calvinisti, protestanti e professori universitari; dopo essere stato spia, aver violato il segreto confessionale, aver ripudiato se stesso, per convenienza, innumerevoli volte, e, infine, dopo aver cercato, attraverso la magia e l’intrigo, di rovesciare l’ordine politico, non solo quello religioso, del suo tempo, alla fine lo attendeva il rogo, e nei secoli a venire l’esaltazione da parte di esoteristi, massoni, patrioti italici, corsivisti alla moda. Ma nonostante tutto, come dice Agnoli, spacciarlo per un puro, un eroe, uno scienziato, è un delitto contro la verità storica. Impossibile tacere.

(da il settimanale Il Federalismo, ottobre 2005, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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One Comment

  1. luigi bandiera says:

    Dopo aver letto l’articolo si evince che Giordano Bruno e’ stato condannato giustamente e per fortuna.
    Riposi ugualmente in pace aeternam.
    Amen

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