Gilberto Oneto, la Secessione e le 50 ragioni per l’indipendentza

oneto 1di ROBERTO STEFANAZZI BOSSI – Gilberto Oneto è stato un uomo prolifico: architetto paesaggista, scrittore, pensatore politico, intellettuale, storico, opinionista, araldista e molto altro. Seppur non fosse un accademico delle dottrine politiche, Oneto aveva una dotta cultura in materia, data anche dalle sua amicizia e frequentazione con un altro grande intellettuale e maestro, il professor Gianfranco Miglio. Nelle sue numerosissime opere che spaziano dalla storia, alla cultura, alla politica, dai suoi sterminati articoli pubblicati su diverse testate giornalistiche, traspare sempre il messaggio, circostanziato, preciso e pungente, della necessità assoluta che i popoli padano-alpini prendano coscienza che l’unica soluzione ai loro problemi politici, tanto auspicata ma altrettanto tanto osteggiata, in primis dagli stessi padani  [e mi si consenta, da molti degli stessi leader e militanti del movimento di riferimento!] sia la secessione dall’Italia.

Si badi, per Oneto la secessione non era né la panacea di ogni male, che come una bacchetta  magica possa risolvere di colpo oltre un secolo e mezzo di malgoverni e malversazioni ai danni dei nostri popoli, né un banale slogan da sbraitare beceramente, usato più per ammansire le proprie coscienze (non perché ci si creda davvero), o peggio ancora dietro il quale nascondere volgari beghe elettorali e squallidi equilibri interni di partito. No. Per Oneto, la secessione è una cosa seria, e come tale va trattata, studiata, analizzata, compresa, quale fine ultimo, estremo passo di un cammino lungo e complesso che deve per forza di cose partire dalla coscienza (e conoscenza) delle persone, sia come singoli, sia e soprattutto come membri di quelle comunità territoriali vere, autentiche, vive e vitali, contrapposte a quelle fittizie realtà costruite a tavolino, stati, regioni, provincie o cantoni che siano, costituite non solo dall’insieme di chi le abita e le vive da sempre, ma anche dai frutti stessi del lavoro di queste nostre genti che nei secoli hanno modificato, plasmato, trasformato, forgiato il territorio e il paesaggio creando la storia, la cultura, la società stessa dei nostri territori.

 

Un percorso complesso, quindi, quasi filosofico, che non si limita né può essere limitato da una semplice ed empirica teoria politica, autonomia, federalismo, indipendentismo che sia. Si badi, ancora, la secessione è un mezzo “tecnico” per cui uno stato/comunità ottiene la propria indipendenza da un altro staccandosi da esso, ma non è l’unico metodo per ottenere tale indipendenza: distaccamento di un parte, dissoluzione dello stato originario ed altri sono tutti “mezzi” tecnici. La secessione è IL mezzo ma IL fine è l’autocoscienza di essere popolo o insieme di popoli. Gilberto è partito da lontano per ri-scoprire le radici più antiche, quelle che tolkenianamente “non gelano mai”, per arrivare a darci una speranza e un progetto di vita futuro ancora possibile e attuabile nelle nostre amate terre.

 

Da architetto paesaggista, Oneto partì proprio dall’analisi storica del paesaggio così come era originariamente e così come nel corso dei secoli esso è stato modificato e, troppo spesso, violentato dagli abitanti stessi, con la complicità e il sostegno di amministratori corrotti e corruttibili. Già in una delle sue prime opere, a metà tra l’insegnamento dell’architettura paesaggistica e l’opera metapolitica, della metà degli anni Novanta del secolo scorso, “Pianificazione del territorio, federalismo e autonomie locali” del 1994, che nel solo titolo racchiude in sé, già un pensiero politico ben definito, Oneto esordisce con queste parole: “Il modo con cui viene gestito il territorio è lo specchio fedele dei caratteri della comunità che ci vive (…). Oggi il paesaggio italiano è uno fra i più devastati del mondo cosiddetto civile o avanzato (…). L’Italia era nota come il giardino d’Europa (…), ammirata da Goethe era un’unica immensa opera d’arte (…). Oggi [viviamo] in un territorio che è la pallida ombra del fulgido ed opulento paesaggio di un tempo (…). Oggi il nostro territorio è certamente uno dei peggio gestiti del mondo occidentale e ne consegue (…) che il regime politico che ci ha retti per decenni sia stato un pessimo governo”.

 

Oneto indica e analizza nei capitoli introduttivi nell’ignoranza, nell’odio per il passato e le diversità, nelle previsioni gonfiate, nella frammentazione legislativa, nella volontà politica sciagurata e nella corruzione le cause di questo stupro paesaggistico e territoriale. E qui siamo già di fronte ad un procedimento diagnostico completo e finito: anamnesi, semeiotica, valutazione clinica, diagnosi. E potremmo già concludere qui. Ma Gilberto tornerà più e più volte su questo tema, che forse è stato meno compreso dai più, ma che è invece un fondamento del pensiero onetiano, in opere come “Pietra, legno, colore: l’architettura tradizionale nel Verbano-Cusio-Ossola” (2002), “L’architettura minore e la gestione del paesaggio del Verbano-Cusio-Ossola” (2003), entrambe scritte a quattro mani con Galeazzo Maria Conti, ma soprattutto nell’interessante analisi “Paesaggio e architettura delle regioni padano-alpine dalle origini alla fine del primo millennio”, edito nella collana Quaderni di cultura alpina per i tipi della Priuli&Verlucca (2002), nella quale Gilberto efficacemente dimostra come esista un legame preciso tra la cultura identitaria e le forme dell’abitare, dall’analisi delle origini all’età del Bronzo, fino all’epoca romana, ai Goti e ai Longobardi, nella quale sofferma la sua attenzione sulla componente sacrale del paesaggio, sugli antichi luoghi sacri e di culto, i nementon celtici, i siti megalitici, che rappresentano l’anima antica di un territorio, purtroppo oggigiorno quasi del tutto scomparsa e che, si augura, possa in un certo senso essere ri-costituita.

 

Questa ricerca dell’anima del territorio è l’elemento cardine della stessa definizione e caratterizzazione di un dato spazio che vale per Gilberto oggi come un tempo valeva per gli antichi; questa visione, quasi ossessiva [da me del tutto condivisa], della “terra” come centro della sacralità traspare come punto fondamentale, della visione metapolitica di Oneto. Nell’articolo “La sacralizzazione del sacro. Note sui simbolismi territoriali degli antichi popoli” (in Quaderni Padani QP n° 18/1998) si sofferma ad analizzare come verso il territorio “(…) l’atteggiamento delle popolazioni più antiche, soprattutto di quelle di origine celtica, ma anche quello delle altre stirpi,  (…), Garalditani, Liguri, Reti e Veneti (…) [non fosse] un rapporto imperialista di conquista (e di sfruttamento) ma uno stretto legame che travalicava i limiti della convenienza economica o del contatto fisico ma che arrivava a una identificazione simbolica e sacrale molto forte. La terra era la tribù, nella terra si trovavano le origini ancestrali della comunità, la terra ospitava tutti gli elementi di sacralità di cui la tribù faceva parte. La terra era la “Madre Terra” dispensatrice feconda da di ogni pulsazione di vita e di ogni ricchezza: ogni elemento e parte della natura era custode di una entità sacra o costituiva una porzione di divinità che andava rispettata”.

 

A questo concetto fu inoltre dedicato anche il tema della Settima Giornata di Cultura Padanista “Questa terra è sacra” a Vertemate con Minoprio (CO), il 25 giugno 2000, organizzata da La Libera Compagnia Padana, fondata da Gilberto assieme ad altri valorosi volontari, editrice dei famosi Quaderni Padani, dei quali ne era responsabile editoriale, i cui atti furono pubblicati nei QP n° 31/2000, con interventi, tra gli altri di Lorenzo Banfi, Andrea Rognoni, Gianni Sartori, Luisa Bonesio. Gilberto affrontò il tema, affascinante, della “Sacralità della Padania: fra il Sole e la Luna”. Come nella leggenda walser della verlorene Tal (la valle perduta), la Padania è per Oneto: “Il ricordo di una mitica valle [che] non [è] un problema di spazio (trovare un luogo che non si vede o che non si sa più dove sia) ma di tempo: è cercare una valle che c’è ancora ma che è cambiata o che non si riesce più a vedere nello stesso modo. Non è cercare un luogo perso ma una condizione che si è smarrita: è il volere seguire il ricordo di una valle come era, circondata dalle Alpi, ricca di acque e di foreste. Non è quindi la nostalgia di “dove eravamo”, ma di “come eravamo”. [Oggi] Non è un caso che le tracce di sacralizzazione del territorio ricompaiano con il rinvigorirsi della mai sopita voglia di libertà e di identità delle nostre genti. Col rinsaldarsi della eterna unione fra terra e popolo si rafforzano le nostre libertà”.

 

Territorio, sacralità, coscienza di popolo, ma anche riscoperta della propria storia: storia dimenticata, storia violata, storia coscientemente rimossa dalle istituzioni dello stato occupante per annientare, sconfiggere, sradicare quelle radici profonde pocanzi ricordate. Ecco che un altro filone dell’attività e del pensiero onetiano è concentrato su questa ri-scoperta degli avvenimenti che hanno creato i nostri popoli-padano alpini, ma anche e soprattutto i misfatti, le mistificazioni, le atrocità subite e inferte ai nostri antenati. “L’invenzione della Padania. La rinascita della comunità più antica d’Europa” (1997) e i recenti studi anche a più mani, sul contro-risorgimento: “L’iperitalione. Eroe o cialtrone? Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi” (2006), “L’unità divisa. 1861-2011: parla l’Italia reale” (2010), “L’insurrezione genovese del 1849” (2010), “La strana unità. Risorgimento: buono, inutile o dannoso?” (2010), “Il senno di poi. L’unità d’italia vista 150 anni dopo” (2011), fino alla sua ultima opera, edita l’anno scorso, “Il ‘Guerrone’. La nefandezza del 1915-18”, sul ‘grande macello’ della prima guerra mondiale.

 

Questi sono solo alcuni esempi, tra i più recenti, senza contare le decine di articoli sui Quaderni Padani, La Padania e altri giornali allo scopo di aprire delle brecce sulla storia ufficiale così come ci è stata imposta da 150 anni per far emergere la realtà che è evidente a tutti: noi siamo altro, noi non siamo italiani. E se non siamo italiani, siamo padani, o meglio padano-alpini, come ben ci illustra nel suo libro “Polentoni o Padani? Apologia di un popolo di egoisti, xenofobi, ignoranti ed evasori. In difesa della comunità più diffamata della storia” (2012). Oltre a un territorio, a una identità, i popoli da sempre si sono riconosciuti in simboli a volte ancestrali. E la riscoperta di questi simboli è fondamentale collante, legato alla sacralità del territorio di cui si diceva pocanzi, dei popoli stessi. Caposaldo della sua ricerca storico-simbologico-araldica sono le sue opere “Bandiere di Liberà” (1992), con prefazione di Gianfranco Miglio,  riedito e ampliato con il titolo di “Croci draghi aquile e leoni. Simboli e bandiere dei popoli padano-alpini” (2005), “Il Sole delle Alpi. Mito, storia e realtà di un simbolo antico” (2011). Perché un popolo non è solo e non può essere solo, quello sterile, fittizio e fine a se stesso delle “partite iva”.

 

Attorno a simboli condivisi i popoli lottano e si riconoscono tali, senza viene meno in loro l’identità e il senso stesso di essere comunità. Ma Gilberto, moderato nei fatti ma estremista nelle idee, era anche pragmatico e, riprendendo le parole della Dichiarazione di Venezia del 1996 “Quando nel corso degli eventi umani diventa necessario per i Popoli sciogliere i vincoli che li legano ad altri, costituirsi in Nazione indipendente e sovrana ed assumere tra le Nazioni della Terra il ruolo assegnato loro dal Diritto Naturale di Autodeterminazione” (Dichiarazione d’indipendenza della Padania, Venezia, 15-9-1996), ecco che occorre predisporre anche quelle regole di buona convivenza tra i cittadini, norme del civile convivere, con una visione prolungata nel futuro, attraverso una Costituzione, che è contemporaneamente descrizione del sogno e del progetto e che delinea fedelmente la formazione dell’idea di patria padana.

 

Come non riprendere le parole di Brenno, suo nome di battaglia sulle pagine dei QP che, se riportate all’attualità di questi giorni, anzi ore, appaiono ancor più che attuali: “Negli ultimi affannati e densi anni si [sono] sviluppati due filoni principali di pensiero, uno “italianista” e l’altro padanista. Il primo, più moderato, “si contenta” di una federazione italiana costruita sulle regioni esistenti o su loro aggregazioni. Il secondo trova vigore nell’ideale di una Padania del tutto indipendente o, in subordine, di una Padania federata o confederata con altre porzioni dell’attuale Repubblica italiana. Non è solo una differenza di dimensioni ma di concezione. Una non concepisce che un nebuloso Nord i cui confini vagano dal Piceno al Po, che si configura in omogeneità socio-economiche. L’altra sogna una patria dai precisi confini scolpiti da millenni di cultura, storia e identità. Una si barcamena su regioni e provincie italiane, indossa il vestito che gli ha cucito addosso l’oppressore; l’altra cerca le comunità naturali, le piccole patrie eterne costruite sul legame antico con il territorio. Entrambe prevedono il consenso: uno basato su convergenze di convenienze e l’altro su comunanze profonde che sono solo rafforzate e confermate da convenienze sociali ed economiche” (QP n° 28/26-1999).

 

Noi non possiamo che sostenere unicamente il secondo filone di pensiero. In questi bel numero dei QP sono raccolte tutte le proposte costituzionali per regolare la vita nella Padania libera e indipendente, frutta di quel grande lavoro costruito nel 1997-1998 e troppo frettolosamente accantonato e abiurato per vil interesse di bottega. Perché la secessione è la norma: ricorda Gilberto che “dei 47 stati oggi esistenti in Europa, ben 25 (53%) hanno conquistato l’indipendenza nel corso del XX secolo. (…). [di questi] 14 hanno seceduto e ottenuto la loro libertà con atti di volontà politica, con colpi di mano e con manifestazioni elettorali di autodeterminazione, mai attraverso situazioni di violenza che abbiano potuto far loro perdere la connotazione di operazioni pacifiche. Fra i numerosi paesi dove sono in atto forme di lotta per l’indipendenza o per il raggiungimento di una fortissima autonomia, solo 3 (Irlanda del Nord, Paesi Baschi, Corsica) sono o sono stati interessati da episodi di violenza sporadica o sistematica e solo nei paesi caucasici (marginali rispetto al resto d’Europa) si assiste a vere e proprie operazioni di guerriglia o di guerra civile. (…). La secessione non è un atto straordinario (e improbabile) ma costituisce in Europa il normale strumento di raggiungimento dell’autonomia e della libertà politica. La secessione è stata nella stragrande maggioranza dei casi in cui ha avuto luogo un atto assolutamente pacifico. Raccontano delle volgari balle quelli che ci dicono che la secessione è una pericolosa stravaganza storica, che le secessioni comportano inevitabilmente lunghe scie di sangue e di violenze e che le divisioni non possono che portare danni a tutti. La storia delle secessioni europee è una statistica di pace e civiltà. Noi vogliamo che tale statistica si arricchisca di occorrenze e si colori sempre più di pace. Noi siamo pacifici e civili. E gli Italiani?

 

Bella domanda retorica, caro Gilberto, a cui ci sentiamo di rispondere con un’altra domanda altrettanto retorica: “Italiani brava gente?”. Perché una piccola Padania sarebbe di gran lunga meglio di questa (grande?) Italia? Il motivo ce lo spiega nel suo “Piccolo è libero. Il ruolo dei piccoli Stati nella storia dell’Europa moderna” (2005): “In questo momento di rinnovata aspirazione alle libertà identitarie, quello della Padania è un caso esemplare, costituito non da una entità coesa ma da un ricco insieme di tante specificità, che hanno una lunga storia di differenze, autonomie e libertà, ma anche di contrapposizioni. Ciascuna di loro, da sola, e con le proprie forze, non va da nessuna parte, non può sperare di riuscire a ottenere nulla di più di qualche marginale concessione di decentramento amministrativo. Neanche le entità amministrative più grandi e forti (si pensi alla Lombardia) possono sperare in qualcosa che vada oltre qualche elemosina formale. La sola concreta possibilità è di riuscire ad unirsi in un patto duraturo, attraverso il riconoscimento di tutte le diverse identità presenti storicamente sul territorio, da quelle maggiori (Insubria, Piemonte, Veneto ecc.), a quelle più piccole (Tirolo Trentino, Monferrato, Valtellina, ecc.), fino a quelle piccolissime (Walser, Cimbri, Brigaschi ecc.). Da questo mosaico complesso, deve nascere una aggregazione che abbia la forza di contrapporsi in termini di confronto politico ma anche di coesione identitaria, di peso demografico e di forza economica, alla stato centrale in un confronto non più di sudditanza ma di consapevole certezza dei propri diritti”.

 

Vi chiederete a questo punto quali siano le motivazioni che spingono una parte dei popoli padano-alpini, o almeno quella parte che in questi ultimi 30 anni ha preso coscienza di sé, di essere indipendente dall’Italia: Oneto assieme a Pagliarini ne danno almeno “50 buone ragioni per l’indipendenza” (2005), opera che invitiamo a leggere e a cui rimandiamo per avere un’esaustiva risposta alla domanda si cui sopra. Tutte, però, confluiscono in una grande unica ragione: la libera volontà dei popoli a organizzare la propria vita e a gestire il proprio futuro. No caro Gilberto, te lo promettiamo ancora, Cordelia non cadrà un’altra volta.

*Intervento assemblea Terra Insubre, dibattito dedicato a Gilberto Oneto, 30 gennaio 2016 Concorezzo

 

 

 

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