Gheddafi è vivo

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di STEFANIA PIAZZO –  Gheddafi è vivo. Con lui abbiamo fatto i conti da Nixon ad oggi e con quel che lascia li faremo ancora per molto. Non solo per i segreti, presunti o depositati, ma per l’Eurasia che avanza a colpi di destabilizzazioni rivoluzionarie del Nord Africa, per la colonizzazione petrolifera degli interventisti, per le galassie economiche e societarie prossime al Muammar che hanno preso parte al salvataggio di aziende italiane, di banche italiane, che potenzialmente aprono e chiudono i rubinetti della nostra autonomia energetica. Insomma, Gheddafi lascia un’eredità attiva e di lunga prospettiva nelle sue ricadute.

C’è sempre una regia dietro qualsiasi rivoluzione e, come lo stesso dittatore libico affermava nel dicembre ’79 a Oriana Fallaci per Il Corriere, «i rivoluzionari sanno usare l’esercito per aprire la strada alle masse». Il paragone era con l’allora Iran di Khomeini, e la considerazione molto ricca di indizi, suggerisce ancora oggi qualche domanda: quali masse, quali rivoluzionari?

Il marcato spirito interventista transalpino, quasi nella logica di una spartizione “a noi il controllo dell’area mediterranea, alla Germania quella della finanza e dell’euro nell’area nord-europea”, ha finito la sua prima corsa con gli Usa parte non passiva.

Il nostro Paese ne ha pagato le spese vive di un’invasione degli affari dei trafficanti d’uomini, la rivalsa più diretta e bruciante che l’Europa si è ben guardata dal contrastare.

C’è chi, tra gli osservatori di geopolitica, sostiene la tesi che la mano americana abbia giurato guerra soprattutto per controllare il mediterraneo, definiamolo il dito, con l’obiettivo, definiamolo la luna, di escluderci da  certi commerci con la Cina, mercato ed economia di riferimento come lo fu per l’Inghilterra che, ai tempi delle brioches di Maria Antonietta, si accaparrò gli accordi con l’Oriente delle spezie. Che oggi hanno altre forme e altre scatole di Borse. Che la Cina sia socio di maggioranza nel controllo delle materie prime di molti paesi, e che quei “molti paesi siano patrimonio di masse “talebane” è anche questo noto. Come è noto che la Cina sia il principale azionista dei debiti pubblici di mezzo mondo. Ma a parte questo, il domino nordafricano ha visto cadere come bussolotti vuoti la Tunisia, la frontiera dell’ovest, per arrivare all’Egitto, la frontiera dell’est. Più in là, anche la vittoria della secessione del Sud-Sudan, fuori dal dominio economico cinese, è un tassello che ha preparato la via per il dopo-Gheddafi. Mancava la Libia per immaginare il controllo di un network energetico sui paesi che hanno cambiato regime. Si spera in meglio. Mancava di dire che il tempo era scaduto anche per Gheddafi, scomodo tampone rivoluzionario del capitalismo che attaccava pur essendone stato scudo e socio in scambi commerciali.

Un libretto senza pudori, pubblicato nel 2007, “La Cina in Africa, geopolitica, economia, strategia globale”, scritto da Giancarlo Elia Valori, sosteneva che «La scelta dell’attuale dirigenza cinese di espandere il ruolo economico e strategico di Pechino in Africa è destinata a mutare molti degli equilibri di potenza futuri, e per tutti gli attori internazionali, statuali e non. Il progetto cinese dura dalla fine della guerra fredda, e ricorda in gran parte il progetto di Lin Biao di “circondare le città del mondo” utilizzando “le campagne del mondo”, per usare la formula del famoso testo dell’allora numero 2 del regime maoista. Ma oggi questa linea di “guerra di popolo” globale non utilizza la guerriglia e la sovversione interna alle periferie dei due vecchi imperi della guerra fredda, ma si gioca in termini di penetrazione commerciale, economica, strategica. Lo sforzo cinese nel 2004 (con la collaborazione del Pakistan) all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per diluire la Risoluzione ONU 1556 che indicava il Sudan come responsabile della destabilizzazione dell’area Ovest del suo territorio, il Darfur appunto, è stata con ogni probabilità il primo segnale di una nuova linea di azione di Pechino nei riguardi del continente africano, parallela ma non del tutto omogenea, e lo vedremo, con la strategia cinese nei confronti del mondo islamico.

Pechino peraltro, come accadeva durante la guerra fredda, non crede alla differenza tra “radicali” e “moderati” nell’Islam, così come durante il lungo duopolio globale USA-URSS la Cina non valutava le posizioni dei Sovietici come contrastanti con l’“imperialismo USA”». E poi, ancora: «La linea di Pechino in Africa consiste nel creare una globalizzazione che favorisca la proiezione di influenza globale della Cina».

In altre parole, le rivoluzione della fascia nordafricana, con l’epilogo libico della pistola dorata in mano ad un ragazzino ventenne che tira fuori dal tunnel Gheddafi come un lombrico da giustiziare un pezzo alla volta, come un regalo per farci credere alla storia delle rivoluzioni fatte in casa, è l’ultimo tassello di una guerra viva, per nulla finita, che vede i due blocchi mondiali, quello dell’occidente delle libertà, “armarsi” di nuovi territori per contrastare il blocco asiatico delle “liberalità” in cui la Cina speculativa e neocapitalista si pone come naturale leader di tutto il Terzo Mondo. L’accesso privilegiato alle fonti energetiche africane vede due colossi in gara. Gheddafi è stato per l’occidente un partner indispensabile. O meglio, spesso imprescindibile. È stato, pecunia non olet, “ambasciatore” di salvataggi e compartecipazioni azionarie. Fiat, Finmeccanica, Unicredit, Eni, Mediobanca, Juventus. Commesse di lavoro, joint venture. Tutto risaputo.

L’ultimo rivolo di sangue del colonnello ci insegna però un finale scontato che la storia ripete per l’ennesima volta, e lo diciamo anche a scapito di essere noi noiosamente ripetitivi.

Come dar torto alla geopolitica quando nel libro dei fatti ci ricorda delle tappe chiave premonitrici: il golpe di Gheddafi per togliere dalla scena re Idris filobritannico e la nostra prima battaglia per l’indipendenza energetica… con Mattei protagonista indiscusso, corsa però finita con una bomba…?  Si estrae petrolio, si paga in sangue.

(articolo di fondo su la Padania del 21 ottobre 2011)

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