La Merkel parla russo, il futuro tedesco è a Oriente

di IVAN ALEXANDROVICHmerkel 3
Mentre il parlamento italiano, scodinzolando dietro a Goldman Sachs, si affrettava a modificare con una maggioranza superiore ai due terzi, l’art 81 della Costituzione trasferendo alle oligarchie finanziarie internazionali quel che ancora restava della sovranità economica nazionale, la Cancelliera tedesca si spendeva, inutilmente, per la vittoria del “suo” candidato alle presidenziali francesi e lanciava un grido di allarme circa la possibile vittoria, come poi fu, del socialista Hollande e il successo della Destra antieuropea. Resta pur vero che l’asse Merkel-Sarkozy, su cui si  è retto l’asse dell’attuale politica europea, è quanto meno traballante. Tuttavia, contrariamente a quel che si legge su certa stampa italiota e diversamente da quel che sostengono dei critici pur sinceri e coraggiosi dell’eurocrazia, come Nigel Farage, non siamo affatto di fronte a un processo di germanizzazione dell’Europa, ma solo e semplicemente al tentativo di liquidare quest’ultima in favore del grande capitale transnazionale.

In primo luogo perché la Germania, come del resto l’Italia, è un paese a sovranità limitata. In secondo luogo perché Frau Merkel non è “la” Germania; lo è tanto poco quanto Monti, Renzi e quelli che gli stanno attorno e il suo governo non sono l’Italia, come Sarkozy non è la Francia. La politica di Angela Merkel, pur attentissima a sondaggi e umori del suo elettorato, non è nell’interesse della Germania, ma al servizio dell’eurocrazia. Lo stesso tentativo recente di costruire un asse privilegiato con Roma, dando ormai per scontata la sconfitta di Berluskozy, deve essere letta in questa prospettiva. Molte scelte della Merkel rappresentano un freno all’espansione e agli interessi vitali della Germania, a cominciare dal suo atlantismo moderato che, qualche anno fa, l’ha portata a schierarsi in favore della Georgia e contro la Russia, nel conflitto che divideva i due paesi a proposito dell’Ossezia. La neutralità nel caso del conflitto libico, come, prima ancora in quello irakeno, è dovuta principalmente all’ostilità dell’elettorato tedesco per guerre che sono sentite come estranee e inutili, ed è chiaramente eredità politica dell’era Schröder.

Angela Merkel, peraltro, non ha mancato, appena le è stato possibile, di spostare la politica estera tedesca il più possibile in direzione delle richieste di Washington, tant’è che, sotto il pretesto del Peace-Keeping e contro la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica tedesca, non ha esitato a coinvolgere la Bundeswehr nella guerra civile  in Afghanistan. La lettura della scena geopolitica parla però di linee di forza che non sono affatto coincidenti con gli indirizzi di politica estera perseguiti da Frau Merkel. La Germania avrebbe tutto l’interesse a coltivare l’asse degli scambi transalpini, invece che contribuire all’umiliazione dell’economia padana, come sta facendo ora, appiattendosi sulle direttive della Banca Europea e di Bruxelles. Le linee di forza della geopolitica europea parlano di un rivoluzionario asse eurasiatico (Germania, Russia e Cina), visto con orrore dai grandi gruppi finanziari e bancari anglosassoni. La Merkel sembra stare dove sta proprio per frenare il più possibile quello che, in realtà, è un moto storico lento, ma inesorabile. Non si tratta solo dell’interscambio commerciale tra Germania e Russia – la prima ha tecnologia e management, la seconda ha materie prime e, sempre più, capitali. George Friedman, direttore di «Stratfor. Global Intelligence», ha pubblicato in tempi non sospetti un interessante articolo in cui descrive le linee di forza gepolitiche che investono la Germania, alla luce della fine del blocco sovietico e della crisi devastante di Eurolandia.

La Germania si ritroverebbe oggi nella medesima situazione in cui si trovava prima delle due guerre mondiali, vale a dire nella necessità di ridefinire l’equilibrio geostrategico tra Est e Ovest, sia pure con l’ingresso di un terzo fattore – la Cina – che sta sconvolgendo l’intero sistema delle relazioni internazionali. Solo l’asse russo-tedesco è, o sarebbe, in grado di inquadrare l’espansione cinese in un ordinato sistema di relazioni eurasiatiche.
In effetti, la Germania, che ha sinora saputo sfruttare l’introduzione della moneta unica per incrementare la propria bilancia commerciale, non ha potuto impedire la crisi dei paesi mediterranei, che rappresentano l’altro versante, quello minore, degli interessi tedeschi. Frau Merkel oggi preme sul freno delle spinte geopolitiche e cerca un equilibrio tra gli interessi tedeschi – il nuovo Drang nach Osten, la spinta verso Oriente – e le pressioni degli ambienti finanziari anglosassoni. L’unilateralismo con cui Angela Merkel insiste sulla tragica politica del rigore non è un segno di forza, ma il sintomo di una crisi ormai irreparabile.

Anche dal punto di vista militare, osserva ancora Friedman, la Germania si sta progressivamente disimpegnando dalle iniziative internazionali di una Nato che, da alleanza difensiva, è ormai apertamente divenuta coalizione militare interventista, una sorta di polizia internazionale a tutela degli interessi USA. Anche in questo caso il ruolo della Merkel, possiamo aggiungere, è quello di “freno”, nel tentativo, anche in questo delicatissimo settore, di mantenere vivi e forti i legami “occidentali”.
Non può certo sfuggire, peraltro, che al vertice della Repubblica Federale Tedesca la storia ha immortalato due figure accomunate dalla matrice protestante e tedesco-orientale, diversissimi, però, nella personalità e nelle strategie comunicative: fredda e calcolatrice la Cancelliera, spontaneo e amante della libertà il Presidente Gauck. Curiosamente, essi sono, forse, gli unici due leader occidentali in grado di intrattenersi direttamente in russo con Putin e Medvedev, senza l’ausilio di interpreti e senza la mediazione dell’inglese. Curiosamente, certo, ma anche emblematicamente.

In Germania, intanto, sono sempre più le teste pensanti che stanno apertamente considerando non solo lo scenario di un’uscita dall’Euro o di un suo sdoppiamento (Olaf Henkel, già presidente di Confindustria tedesca), ma anche l’aperta dissoluzione della stessa Unione Europea. Se questo accadesse, come è probabile che accada, la Germania non potrebbe che prendere atto che il suo futuro è a Oriente, in Russia, anzitutto, paese con cui ormai intrattiene rapporti strettissimi, ma, ancor più in là, in Asia e in Cina. Forse anche intuendo questo scenario, gli Stati Uniti, da Bush a Obama, stanno creando una sorta di rapporto privilegiato – ma molto pericoloso – con la Polonia, paese filo-occidentale, messo di traverso tra Germania e Russia.
Il sistema atlantico oggi sembra in ogni caso apertamente in crisi. Non solo per la fine della contrapposizione con l’Unione Sovietica, ma anche per il fallimento, inevitabile, del progetto di unione monetaria. All’Europa delle banche potrebbe davvero sostituirsi quella dei popoli e del lavoro, in una costruzione che, dirla con Giovanni Paolo II, potrebbe respirare con due polmoni (non solo con quello atlantico). Molto dipenderà dalla capacità della classe dirigente tedesca di assumersi questo ruolo, consolidando l’alleanza strategica con la Russia e coinvolgendo gli interessi dei paesi transalpini e mediterranei.

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One Comment

  1. rocco says:

    ottimo articolo

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