JOHN GARIBALDI? STORIA DI UN SECESSIONISTA AMERICANO

di REDAZIONE

La città statunitense di Lexington è certamente famosa per essere la sede dell’Università del Kentucky, ma anche per la sua importante squadra di pallacanestro, i Wildcats. È anche nota nel mondo per aver dato i natali all’attore George Clooney. Ma un italiano che si trovasse a visitare Lexington non potrebbe fare a meno di recarsi a visitare la tomba di Giovanni Garibaldi, o meglio del sergente John Garibaldi. Il suo sepolcro si trova accanto alla cappella nella quale riposa il generale Lee, il più famoso condottiero dell’esercito confederato sudista che si batté contro le armate dell’Unione nella Guerra di Secessione americana dal 1861 al 1865.
Il sergente Giovanni Garibaldi, genovese, non fu il solo italiano a partecipare alla Guerra di Secessione. Molte altre centinaia di italiani erano stati arruolati sotto le due bandiere, quella dell’Unione e quella degli Stati Confederati. La coincidenza della Guerra di Secessione con la conclusione del processo unitario in Italia giocò un ruolo importante: già dal 1860, man mano che porzioni del Regno delle Due Sicilie venivano conquistate dall’avanzata dei garibaldini, non pochi degli abitanti dell’Italia meridionale preferirono emigrare. A ciò si aggiunga che a partire dall’ingresso in campo delle truppe piemontesi nelle regioni meridionali dopo l’incontro di Teano – ottobre 1860 –, l’esercito di Vittorio Emanuele II non si oppose alla partenza di molti prigionieri borbonici per gli Stati Uniti, dove vennero arruolati dall’esercito confederato dei sudisti andando a formare il battaglione delle “Italian Guards”, la “Garibaldi Legion” e una compagnia del 10° reggimento di fanteria della Louisiana.
Ed è proprio nella Louisiana, a New Orleans, che 150 anni fa nell’aprile 1862, le brigate europee che includevano la compagnia di ex soldati borbonici rimasero in città dopo l’evacuazione delle truppe regolari sudiste allo scopo di resistere, peraltro senza successo, e mantenere l’ordine in attesa dell’arrivo dell’esercito nordista al comando del generale Butler.
D’altro canto molti ex-garibaldini e italiani emigrati negli Stati Uniti dalle regioni settentrionali (soprattutto Lombardia, Veneto Emilia e Liguria) entrarono a far parte dell’esercito nordista e furono a loro volta inquadrati nell’“Italian Legion” e nel 39esimo reggimento di fanteria New York (Garibaldi Guard). Appare curioso (ma non troppo se si ha a mente l’enorme fama di condottiero di cui godeva Garibaldi) che sia nell’esercito dell’Unione che in quello della Confederazione gli italiani si fossero raggruppati sotto il nome dell’eroe nizzardo.
Era stata l’azione discreta del capitano Bradford Smith dell’esercito di sua maestà britannica a svolgere a Napoli a partire dall’ottobre 1860 il compito non facile di arruolare un migliaio di meridionali e facilitarne la partenza per gli Stati Uniti. Il capitano Smith poteva contare sull’appoggio del ministro plenipotenziario britannico a Napoli sir Henry Gorge Elliot, unico rappresentante estero che non aveva voluto seguire Francesco II a Gaeta e che venne poi accreditato come ambasciatore presso il neocostituito Regno d’Italia. I plenipotenziari russo, austriaco, brasiliano e prussiano, oltre al nunzio apostolico monsignor Gianelli, erano invece saliti a bordo della nave reale “Il Messaggero” assieme a Francesco II di Borbone in fuga da Napoli.
Nel settembre 1862 nella battaglia di Winchester le unità di volontari italiani nei due campi si dovettero affrontare in campo aperto. Le armate sudiste agli ordini del generale Lee, che comprendevano le “Italian Guards”, ebbero la meglio sull’esercito nordista – gli yankees – che includeva fra le sue file la “Garibaldi Guards” del 39mo fanteria New York i quali furono in gran parte fatti prigionieri.
Come noto, dopo i primi insuccessi, le armate nordiste riuscirono a riorganizzarsi, mentre alle truppe sudiste mancavano spesso i rifornimenti (munizioni, cibo, uniformi ecc.) a causa degli efficaci blocchi navali organizzati dalla flotta unionista che disponeva perfino di alcuni esemplari sperimentali di sottomarini. Nella seconda parte della Guerra di Secessione la truppa sudista era malnutrita, malvestita e doveva addirittura utilizzare antiquati moschetti napoleonici per mancanza di adeguate munizioni. Anche il numero degli effettivi era andato aumentando nelle file nordiste raggiungendo il rapporto di 2 ad 1 rispetto ai sudisti, rapporto che nel 1865 aveva raggiunto la cifra di 2,8 ad 1.
Nella storia dell’emigrazione in America questi soldati che traversarono l’Atlantico per combattere sotto due diverse bandiere contrapposte, ma anche sperando di sfuggire alle enormi difficoltà economiche dell’Italia appena unificata, andranno a costituire il primo contingente di quell’importante fenomeno sociale migratorio verso il continente americano che proseguirà per numerosi decenni a venire.
di Franco Tempesta
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One Comment

  1. Unione Cisalpina says:

    ma ankòra, in redazione, kontinuate a parlare d’italiani … ma fatemi un favore ! … almeno kuà, tra pretesi indipendentisti, parlate di cisalpini, padani, padalpini liguri, lombardi friulani piemontesi veneti emiliani etc. ma basta italiani bastaaaa…
    fatevi una struttura mentale e dialettika padanista..

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