Garibaldi fu ferito. Ma noi di più

lupadi ROMANO BRACALINI – Di Garibaldi a Roma si conosce l’immortale epigrafe rivolta al popolo: «Romani siate seri».
Un’avvertenza che non ha per-duto d’attualità. Poi da bravo anticlericale suggerì questa re-gola: «Agli esercizi religiosi inutili e dannosi preferite il tiro a segno». I suoi legionari lo presero alla lettera e comin-ciarono a fare il tiro a segno con i preti.
Dovette intervenire Mazzini a far cessare la strage di tonache e a far riaprire le chiese di cui l’assemblea aveva ordinato la chiusura. Mazzini aveva detto. «Finita la guerra regia, comincia la guerra di popolo».
Dopo il ritorno degli austriaci a Milano e Venezia, la rivoluzione si spostava a Roma. Il clima politico pareva favorevole. A Roma sotto l’impulso degli avveni-menti, il 15 novembre 1848, il primo ministro del Papa, conte Pellegrino Ros-si, era stato assassinato sulla scalinata della Cancelleria, un torvo palazzo vici-no a Campo de’ Fiori, dove era stato arso il frate nolano Giordano Bruno. Roma era in mano alla piazza che cantava. «Evviva quella mano che Rossi pugnalò». Il 24 novembre, su suggerimen-to del cardinale Giacomo Antonelli, segretario di Stato, Pio IX fuggì da Roma travestito da lacchè e in compagnia del-la bella contessa Spaur, di cui si diceva fosse stato suo amante.
Roma era scomunicata. Il Papa s’era rifugiato a Gaeta sotto la protezione del re borbone, noto campione di liberalismo. In soccorso del Papa verranno i francesi del generale Oudinot mandati da quel miscredente di Luigi Napoleone, futuro Napoleone III, imperatore dei francesi. La fuga del Papa fu un segnale per tutti i rivoluzionari e gli avventurieri. A Roma giunsero gli idealisti, i rivoluzionari e i delinquenti che videro nella campagna un’occasione per far baldoria e arricchirsi. Ma c’era gente venuta a combattere senza paga. Gente che morirà sugli spalti di Roma, da Mameli a Manara. Quasi tutta gente del Nord, parecchi stranieri, svizzeri, inglesi, ungheresi. E da Roma in giù il vuoto. Gente da galera e gente rispettabile,
come in ogni cosa. Io ho sempre aborrito la storia ideolo-gica di qualunque scuola e dottrina.
Sono un liberale e un libertario laico e non mi presto al manicheismo d’uso che divide il mondo in buoni e in cattivi. I buoni tutti da una parte e i cattivi dall’altra.

Mi occupo di Risorgimento da oltre 20 anni. Sono stato tra i primi a prendere le distanze dalla vulgata patriottarda. Prima era tutto buono. Adesso è tutto cattivo. Io mi tengo nel mezzo e cerco di giudicare con occhio più sereno e sobrio.Garibaldi volteggiava nelle Romagne e Sudamerica con i resti della sua legione e appena seppe degli avvenimenti con sicuro istinto si diresse a Roma. Così fece Luciano Manara con i sui bersaglieri. Così fece Nino Bixio e Sirtori, Masina, Nullo di Bergamo
don Ugo Bassi, poi fucilato dagli austriaci a Bologna come un malfattore esepolto in terra sconsacrata.

Garibaldi giunse a Roma in  aprile, quando la Repubblica romana era già stata proclamata da due mesi, il 9 febbraio 1849. Era stata abolita la pena di morte. Mentre nello Stato teocratico pontificio non solo si tagliavano le e teste ma si esercitava la tortura, erano ancora  in vigore la mordacchia e il cavalletto. Il 30 aprile i francesi conviinti di vincere attaccarono e furono scconfitti. Ma i difensori non avrebbero re esistito a lungo contro un potente eseercito. Roma cadde il 3 luglio 1849, dopo una difesa  eroica in cui per la prima volta i francesi furono umiliati. Quello stesso giorno, con gesto simbolico, venne promulgata la Costituzione della Repubblica romana.

Garibaldi sarà stato un avventuriero di poche idee e confuse ma sapeva combat-tere e aveva il fascino del condottiero romantico che riscattava i molti errori e i troppi avventurieri al suo servizio. Mentre la Repubblica combatte diamo un’occhiata a quella che era Roma allora. L’amministrazione romana era la più curiosa istituzione che si fosse mai vista. Non era un mistero che Roma avesse le casse più dissestate d’Euro-pa. La legge non obbligava a presenta-re i bilanci, né a tenerli in regola.
Vigeva un sistema di corruzione mai visto. Molti godevano di paghe mensi-li senza prestare alcun servizio allo Stato; parecchi cittadini avevano tre o quattro impieghi lucrosi senza disim-pegnarne alcuno. Pensioni si pagava-no a vedove rimaritate e a impiegati morti da un secolo. In fondo Roma non è cambiata di molto.

Lord Russel alla Camera dei Lord nel 1855 disse che «a Roma lo Stato della giustizia era intollerabile e che un sistema d’insulto prevale». I tribunali erano amministrati da ec-clesiastici. Religiosi e cittadini comuni erano giudicati separatamen-te. I processi si svolgevano a porte chiuse, senza pubblicità e senza difesa, come nei regimi dittatoriali. Anche a Roma vigeva la sharia. Un cardinale che si fosse macchiato diun grave reato non poteva essere trascinato in tribunale senza il suo
consenso. I nobili e i ricchi non andavano in galera potendo riscattare i loro delitti col denaro. Dalla Rivoluzione francese la Chiesa aveva adottato la ghigliottina, rapida e si dice-va indolore giacché nessuno ha po-tuto riferirlo. I preti non pagavano imposte e vivevano alle spalle dell’esigua minoranza che lavorava, giacché il lavoro non era ritenuto un’atti-vità molto onorevole. A Roma si vi-veva di assistenza e di traffici d’ogni specie. Si faceva commercio di titoli e di indulgenze. Il cardinale Anto-nelli, ciociaro di umili condizioni, diventò conte e fece nobili tutti i suoi fratelli e uno che a malapena sapeva leggere e scrivere divenne governa-tore della Banca romana.

A Roma non c’erano scuole pub-bliche. Gli asili infantili non era-no ammessi. C’erano principi e duchi analfabeti. Su circa 170.000 abitanti, a Roma il 90% era analfabeta. Nel-l’agro romano gli abitan-ti vivevano nelle caver-ne e si cibavano di erbe come gli animali. La vita media a Roma era di 33 anni. Roma era una città di mignotte e di accatto-ni. I cardinali viaggia-vano su lussuose car-rozze, che poi i garibaldini misero a fuoco insieme con i palazzi apostolici. Giacomo Leopardi, sud-dito papalino, scrisse che «Roma è un covile della superstizione, dell’ignoranza, dei vizi».
Nella persecuzione degli ebrei un’altra volta si distinse il Papato romano, prima del Fascismo con il quale poi la Chiesa venne a patti, perché la Chiesa viene sempre apatti con chi comanda. Gli ebrei a Roma non avevano diritti civili. Non
potevano accedere all’università, salvo alla facoltà di Medicina, non potevano uscire dal ghetto. Non potevano avere al loro servizio servitori cristiani, mentre era permesso che i cristiani avessero servitori ebrei. Il sabato, gior-no festivo degli ebrei, erano costretti ad ascoltare la messa.

La critica cattolica integralista, rimasta al Papa-re, dice che il Risorgimento voleva abolire la religione. Non è vero. Non si può abolire la fede quando c’è ed è sincera. Voleva abolire un gover-no teocratico medievale e c’è riuscito. Separare la religione dalla vita civile. Se anche non avesse fatto altro, questo resta il suo principale merito.

 

 

 

 

 

 

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