Galizia, l’indipendentismo arranca. C’era una volta la “Galeusca”

di SALVATORE ANTONACI

C’era una volta la GALEUSCA, un patto sottoscritto dalle tre più importanti realtà linguistico-cultural-politiche  spagnole al fine di coordinarsi per ottenere l’agognata piena sovranità sui propri territori. L’esperimento naufragò tra i bagliori della sconfitta nella guerra civile che contrappose i nazional-fascisti del Caudillo Franco e la eterogenea compagine repubblicana.

L’acronimo, come facile intuire, racchiude in sé le comunità dei galiziani, dei baschi e dei catalani, oggi di nuovo al centro del proscenio internazionale per via della nuova stagione di fioritura dell’indipendentismo che promette di frantumare, nel volgere di pochi anni forse, il complesso mosaico del regno di Spagna e di riverberarsi come un’ onda di tsunami sull’intera geografia continentale. Per meglio dire, saranno la Catalogna e l’Euskadi, affrancatasi finalmente dall’ipoteca terroristica, a contendersi il ruolo di detonatore di una ennesima primavera dei popoli che per alcuni versi rammenta quelle del 1848 e del 1989. Della Galizia potremmo solamente dire che il processo di maturazione del sentimento di koinè nazionale è alquanto più faticoso di quello in atto nelle altre due province. Un concorso di fattori culturali, storici ed economici potrebbe aiutare a comprendere le ragioni di questo ritardo.

Al tradizionale conservatorismo di questo estremo lembo occidentale d’Europa l’arretratezza del tessuto sociale e dell’attività manifatturiera avranno aggiunto il proprio contributo per determinare un quadro da area depressa. Così, nel mentre partiti come CiU ed ERC catalane o PNV e BILDU basche sono riusciti a dominare la scena politica delle rispettive zone d’influenza riuscendo, al fine, ad indirizzare la barra del timone in direzione di una crescente autonomia quando non, come accade ora, dell’autodeterminazione, per converso a Vigo e La Corunale cronache attuali raccontano del sostanziale fallimento del progetto sovranista locale. Che dal 1982, anche se le radici vanno ricercate negli anni ’60, si sostanzia nell’avventura di un ambizioso quanto complesso cartello di istanze socialiste, ecologiste e nazionaliste autodefinitosi BNG, Blocco nazionale gallego (galiziano).

Raggiunta una buona crescita sullo scorcio finale del millennio, il BNG vanta anche una partecipazione al governo regionale come junior partner della coalizione con il partito socialista. Ma i risultati di questa esperienza furono a dir poco fallimentari ed il naufragio dell’esperimento consentì ai popolari di Alberto Nunez Feijòo di riprendere le redini del governo nel 2009. Da allorala Galiziapare divenuta una delle realtà più refrattarie ai ribaltoni elettorali. Non per la sagacia amministrativa del centro-destra, pur in presenza di parametri di bilancio meno catastrofici che altrove, quanto per le carenze degli avversari incapaci di incarnare una reale alternativa. Né il voto anticipato, convocato per il 21 ottobre assieme alle consultazioni basche, varrà ad invertire l’inerzia. I sondaggi parlano di un testa a testa fra il PP e la maggioranza assoluta dei seggi ed anche se essa non venisse raggiunta, una riedizione del tandem social-bloquista  appare quanto mai problematica in considerazione della lunga stagione di veleni successiva allo smacco di quattro anni fa.

Oltretutto il BNG vive un travaglio interno che potrebbe costargli carissimo in termini di percentuale di consensi e di rappresentanza in seno all’assemblea legislativa. Ben due scissioni, infatti, hanno minato la credibilità di questa formazione. La più grave sicuramente quella capeggiata dall’ex padre fondatore ed a lungo indiscusso leader Xose Manuel Beiras che, sconfitto ed emarginato all’ultimo congresso ha deciso di abbandonare la compagnia fondando un nuovo soggetto,la AlternativaGallegade Esquerda (Alternativa Galiziana di Sinistra), pronta ad allearsi con la Esquerda Unidanazionale ed a focalizzare la propria proposta in un’agenda più attenta alle questioni sociali che alle rivendicazioni identitarie. Dall’altra parte, con una piattaforma più moderata, insistela CxG (Convergencia por Galicia) anch’essa fermamente intenzionata a sottrarre consensi nell’urna all’ex-casa madre. Nel mezzo il candidato presidente del BNG, Francisco Jorquera, non esattamente un politico carismatico che, oltretutto, deve fare i conti con il portavoce dello stesso, Guillerme Vasquèz, l’altro dioscuro della diarchia faticosamente costruita nella già ricordata assise del movimento. Il cammino di Santiago dei dirigenti nazionalisti galiziani appare, insomma, quanto mai accidentato. Né, almeno per il momento, sembra che la stella polare catalana riesca a far ritrovare la giusta rotta al vascello alla deriva.

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

2 Comments

  1. lafayette says:

    In effetti le radici celtiche sono più che mai vive. Ciononostante, per i motivi accennati e per altri, l’anelito alla libertà pare essere piuttosto flebile o magari è semplicemente interiorizzato

  2. Trasea Peto says:

    La mia impressione dopo esperienza diretta è che i meno spagnoli di tutto lo Stato spagnolo siano proprio gli abitanti della Galizia.

Leave a Comment