Galileo e il trattato in lingua veneta sulla Stella Nuova!

Copertina_-Dialogo_de_Cecco_di_Ronchitti_da_Bruzene_in_Perpuosito_de_la_stella_Nuova-Galileo scrisse la sua scienza in lingua veneta. A ricordarlo è un dibattito sollevato sui social da un recente servizio pubblicato su Vieverveneto, dedicato ai corsi di lingua di Alessandro Mocellin.

Commenta infatti Giorgio Burin: “Galileo scrisse un trattato sulle stelle in Lingua Veneta finche abitava a Padova, altrove lo avrebbero arso vivo … e qualcuno dice che sia una lingua da ignoranti?”.

Giorgio ha ragione. Andiamo con molta semplicità su wikipedia. E troviamo questo.

“Una “nuova stella” fu osservata il 9 ottobre 1604 dall’astronomo fra’ Ilario Altobelli, il quale ne informò Galileo. Luminosissima, fu osservata successivamente il 17 ottobre anche da Keplero, che ne fece oggetto di uno studio, il De Stella nova in pede Serpentarii, così che quella stella è oggi nota come Supernova di Keplero.

Su quel fenomeno astronomico Galileo tenne tre lezioni, il cui testo non ci è noto, ma contro le sue argomentazioni scrisse l’aristotelico Antonio Lorenzini, probabilmente su suggerimento di Cesare Cremonini, e contro entrambi intervenne anche lo scienziato milanese Baldassarre Capra.

Da loro sappiamo che Galileo aveva interpretato il fenomeno come prova della mutabilità dei cieli, sulla base del fatto che, non presentando la “nuova stella” alcun cambiamento di parallasse, essa dovesse trovarsi oltre l’orbita della Luna.

Galileo rispose alle critiche con un caustico libretto Dialogo de Checo Ronchitti da Bruzene in Perpuosito de la stella Nuova scritto in lingua veneto-padovana in cui, nascondendosi sotto lo pseudonimo di Cecco de Ronchitti, difese la validità del metodo della parallasse per determinare le distanze – o almeno la distanza minima – anche di oggetti accessibili all’osservatore solo visivamente, quali sono gli oggetti celesti”.

Insomma, in lingua veneta, la scienza si faceva spazio argomentando di quella astronomia che avrebbe rivoluzionato il mondo.

Oggi, si vuole neutralizzare tutto, ridurre ogni cosa ad altro, possibilmente un esperanto culturale innoquo e di massa.

Allora, per chiudere il ragionamento, riportiamo il testo  a firma di Andrea D. che il sito di Vivereveneto ci concede gentilmente di rilanciare (Benedetta Baiocchi).

di ANDREA D. – Recentemente ho avuto l’opportunità di frequentare il corso di Veneto par Venetofoni organizzato da l’Academia de ła Bona Creansa. E’ però necessaria, da parte mia, una doverosa premessa: vi confesso che mi sono approcciato a questa nuova avventura con una certa dose di pregiudizio. Mi spiego: suppongo che molti di noi abbiano studiato una o più lingue a scuola e immagino, quindi, che di questa esperienza sia rimasto ai più un ricordo che sa di pedanteria, di noia, d’imposizione scolastica. Con questo duplice sentimento, di curiosità e di diffidenza, mi sono iscritto al corso immaginando che avrei trascorso il tempo a capire se fosse più corretto scrivere punerpiuttosto che ponaro. Ora che ho frequentato più della metà delle lezioni, previste per il corso di “livello A”, posso affermare che i miei pregiudizi sono stati clamorosamente smentiti e anzi, ora mi ritengo ancora più motivato nell’approfondire e utilizzare la miamarełengua.

Le lezioni, tenute dal dotor Łesandro Mosełin, vanno ben oltre la mera questione del lessico veneto e ci introducono ad una nuova “forma mentis”: cioè pensare, parlare e scrivere in Łengua Veneta con la consapevolezza che il nostro cervello sta utilizzando una lingua a tutti gli effetti e non si sta limitando a storpiare e pasticciare la lingua italiana che abbiamo imparato a scuola. Questo semplice principio (se vogliamo aggiungere pure banale) è in realtà il fondamento di quella che è la “Coscienza del Popolo”: se noi Veneti abbiamo la nostra Lingua allora vuol dire che abbiamo anche la nostra Cultura e quindi non siamo, come vorrebbero farci credere, la “brutta copia” – rozzSigh-Charlie-Browna e sgrammaticata – del cittadino italiano inteso come modello di perfezione cui ispirarsi. Appare chiaro, quindi, che è sempre stato facile il giochetto di chi vuole instillare nella testa dei Veneti il concetto che noi siamo portatori di una sottocultura inferiore e pertanto dobbiamo uniformarci alla cultura italiana che invece è, per grazia divina, superiore. E questo giochetto, protraendosi nei decenni, è riuscito a plagiare a tal punto le nostre menti che abbiamo finito per autoconvincerci che siamo una macchietta patetica o, nel migliore dei casi, folcloristica. Provate a fare caso a quelle illustrazioni che girano tramite il passaparola nel web, create dai Veneti stessi – e scritte in un atroce pseudo-veneto – in cui si mitizzano le nostre presunte virtù: l’ignoranza, la rozzezza, la blasfemia, l’alcolismo ecc… Se non cambia il modo di pensare alla fine finiremo tutti per credere che sia così e allora il Popolo Veneto si dividerà per sempre in due categorie: quelli che prendono le distanze e che si vergogneranno di essere veneti, e quelli che invece passeranno il loro tempo a crogiolarsi in questo putrido brodo. In tutti e due i casi siamo di fronte alla morte di un Popolo.

illiade casanovaIl più potente antidoto a questo degrado viene proprio dallo studio serio a approfondito della nostra lingua. Il dotor Mosełin ce lo spiega molto chiaramente: la lingua veneta è sempre stata, per secoli, la lingua parlata, mentre la lingua scritta fu dapprima il latino e poi il “volgare” toscano, diventato in seguito la lingua italiana ufficiale. Quindi se il veneto era parlato da tutti, a partire dal poareto analfabeta sino al nobile patrizio, quando si trattava di scrivere questa era una competenza riservata a pochissime persone (almeno fino al secolo XX°). E quando queste persone privilegiate si cimentavano nello scrivere in lingua veneta lo facevano però con tutta una serie di idiosincrasie derivate dal fatto che stavano utilizzando un sistema grafico improprio (perché codificato per il toscano). Tutto ciò ha implicato nel corso degli anni due importanti conseguenze:
– a noi veneti del XXI° secolo è stata tramandata principalmente quella parte della nostra lingua che fa riferimento alla cultura orale “bassa”, cioè popolare. Al contrario ci sono giunti pochi documenti, scritti in veneto, prodotti dalla cultura “alta”, cioè quella accademica, letteraria, scientifica. Per questo motivo al giorno d’oggi noi siamo in grado di disquisire tranquillamente su come che se fa su el porsel, ma allo stesso tempo evitiamo di parlare e scrivere correttamemente in veneto riguardo argomenti come scienza, metafisica, arte, letteratura, religione ecc… E questo spiega perché in molti si siano autoconvinti che la cultura veneta sia solo “far su el porsel”, con tutto il rispetto per coloro che ancora praticano questa antica disciplina;
– anche volendo provare a scrivere ci risulta molto difficile utilizzare la scrittura veneziana classica: è un sistema non ben codificato e soprattutto inadeguato per la trascrizione di tutte le varianti della lingua veneta. Inoltre, essendo questa una lingua internazionale, deve essere scrivibile attraverso un sistema grafico che sia comprensibile e corente con le altre le lingue (per es. inglese, francese, portoghese, spagnolo, sloveno, croato ecc…).

BaffoDa qui la necessità di ricodificare in modo scientifico il sistema di scrittura veneto in modo che diventi uno strumento facile, universale e, cosa più importante, piacevole da usare. Infatti l’aspetto più importante del Corso de Veneto è che non tocca affatto il nostro modo di parlare anzi! Proprio dall’analisi delle regole grammaticali e di sintassi ci si accorge di come il nostro cervello le utilizzi da sempre in modo automatico, senza averle mai studiate prima d’ora. Poco importa se in Veneto c’è chi dice, e quindi scrive,thincue, mentre altri usano tsincue e altri ancora sincue: ciò che importa è che da Bełun fino a Cioza, passando per Rio Grande do Sul, tutti abbiamo capito che ci si sta riferendo al numero “5”.
E proprio la ricchezza di varianti è l’argomento principe delle immancabili “menti illuminate” che puntualmente si preoccupano di spiegare al mondo intero che la Łengua Veneta è, in realtà, un sgangherata accozzaglia di dialetti. Se costoro riflettessero con un po’ meno di pregiudizio capirebbero, invece, che la varietà è paragonabile ad una vasta tavolozza di colori che tutti i venetofoni hanno a disposizione per dare tonalità ed espressività al loro “logos”. Quando noi combiniamo la ricchezza di varianti con delle regole chiare e universali allora siamo veramente padroni della nostra lingua, dimostrando che questa è più viva che mai e che si configura come uno straordinario esercizio di libertà e poesia. D’altronde quante licenze poetiche emergono quando andiamo a rileggere le più sublimi pagine della letteratura italiana?

Un poco alla volta molti Veneti impareranno a scrivere correttamente quello che finora hanno sempre pensato e detto in veneto, e non saranno più le solite monae imbarazzanti. Anzi, saranno orgogliosi di saper scrivere di arte, politica, economia, scienza ecc… nella stessa lingua che parlavano i loro nonni. E forse, chissà, ci sentiremo tutti un po’ più Veneti.

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One Comment

  1. caterina says:

    mi che coa gente in Veneto parle veneto, ma son ‘ndata a Mian come primo lavoro a far la coretrice de bozze par na casa editrice, tornadha da pensionata al paese natio, me sente a casa finalmente, ma sofre a sentir tutte le copie zovane che ai so fioi picinini i ghe parla in talian…. l’e ‘l risultato dea defomathion dea scuoea, dove a insegnar la magior parte dei ‘nsegnanti i e de fora… mi me ricorde de na insegnante de matematica siciliana che quasi quasi no se capia i numeri che la pronuncea… par fortuna na volta scriti su a lavagna i era ciari…
    Comunque che tutte le lingue parlate abbiano avuto una evoluzione con la moltiplicazione dei rapporti è abbastanza normale, come lo è stato il tentativo di mettersi d’accordo, dopo l’invenzione della stampa e la più facile diffusione dei libri, di armonizzare e arricchire il vocabolario… che poi è stato il motivo della nascita dell’Accademia della Crusca, il cui promotore, guarda caso, è stato il veneziano Pietro Bembo…
    Inculcare nella gente veneta vergogna di usare la propria lingua è stata la politica omologante castrante e distruttiva della scuola statale, con le maestre che bacchettavano le dita delle mani se in classe parlavi veneto… Ma altrove, parlo dell’America del Sud, hanno continuato a parlarlo e a coltivarlo e mi è riuscito un viaggio piacevolissimo conversare con signore argentine, casualmente nello stesso scompartimento di un treno per Roma, con grande felicità mia e loro nella nostra comune antica lingua madre, che loro invece onorano, conservano e usano comunemente nella scrittura, anche di libri, e nei teatri.

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