Fuga dall’Italia: nel 2012 i migliori 20 cervelli sono andati all’estero

di CARMINE CASTORO

Due universi paralleli sembrano caratterizzare questo scorcio tutto italiano di terzo millennio economico-politico. Da un lato, la spirale corruttiva fatta di malversazioni, accaparramenti, progressivi spolpamenti dei bilanci pubblici da parte di una casta irresponsabile, senza scrupoli e autoreferenziale. Dall’altro, un nuovo “cenacolo” trasversale e transnazionale fatto di economisti, imprenditori illuminati, pensatori liberi e critici, filosofi della decrescita, movimenti giovanili, leadership collettive che stanno cercando faticosamente di ripensare l’attualità da un punto di vista etico e pragmatico. In un clima, allora, così polarizzato, contemporaneamente iniettato di rabbia sociale e “antivirus” benefici, non poteva che essere giusta, mirata, simbolicamente pregna una inaugurazione della 43ma edizione delle Giornate internazionali del Centro Pio Manzù di Rimini, dedicata al grande tema della “meritocrazia”.

Le statistiche, intanto, sono impietose. Nell’ultimo anno i migliori 20 tra i cervelli italiani “fuggiti all’estero”, hanno contribuito alla produzione di ben 66 brevetti, che equivalgono a 334 milioni di euro, cifra che sale a 782 milioni nell’arco dei prossimi 20 anni. Un grande capitale umano che potrebbe fruttare tanto in termini di benessere per il nostro Paese. Perché avviene questo fenomeno è materia incandescente di studio e confronto. I dati relativi ai fondi destinati alla ricerca allarmano. Infatti, se nel 2000 si destinava 1,1% del PIL alla ricerca e allo sviluppo, oggi questo valore oscilla intorno all’1,3%. L’investimento in ricerca e sviluppo in Italia è sotto la media dei paesi OCSE. Italiani in fuga, dunque, e casse sempre più a secco e con poche finalità “alte”, diciamo così.

Roger Abravanel, ingegnere-economista, consigliere di amministrazione in varie aziende e autore del saggio “Italia, esci o cresci!”, ce l’ha messa tutta per evidenziare la filigrana del collasso morale, educativo e professionale che attanaglia soprattutto le giovani generazioni. Ma, secondo lo studioso, vanno smontati sette “miti” che bloccano l’espansione dell’individuo che sta crescendo anagraficamente e socialmente. Si può trovare indipendenza senza per forza credere nel posto fisso. Bisogna seguire una propria corrente di vita e di studio senza cedere agli stereotipi formativi. Non bisogna pensare di essere solo in credito con la società. Investire in comunicazione. Rinunciare alle “comfort zone”, la famiglia, la città di origine, e allargare il proprio raggio d’azione. Accettare le lezioni che derivano dai fallimenti. Non fare i furbi e allinearsi al rispetto delle regole generali. Dunque, meritocrazia si, come panacea di mali antichi, corruzione e asimmetria di chance per questioni di potere in testa a tutti, ma all’interno di un sistema di idee e di comprensione del mondo che implica maggiore dialogo, maggiore consapevolezza, maggiore autodifesa, un empowerment collettivo, insomma, di cui si fatica però – soprattutto in prolusioni dal sapore generalista – a identificare target e strategie di azione. “Meritocrazia vuol dire non semplicemente il fatto che un raccomandato non deve avere più opportunità che una persona non raccomandata; meritocrazia vuol dire competizione, lotta per l’eccellenza. Ma la competizione non può nascere in una società e in un’economia dove non si rispettano le regole, perché se lui magari è meno bravo di me ma è un furbo che evade le tasse, oppure ha i suoi modi per potermi fregare, alla fine pure dicono che è bravo, io rinuncio e me ne vado”. E allora forse è meglio “prendere e partire”, in barba a un capitalismo sempre più mortificante e sofisticato, come ha sottolineato Giovanni Masini, giovane imprenditore che ha fondato assieme al fratello la Faserbeton, azienda specializzata nella produzione di calcestruzzo fibrorinforzato, con sede a Falkow in Polonia. Un intervento il suo molto applaudito perché invita a una vera “mobilità globale”, senza i rassicuramenti della “famiglia chioccia” che tiene i figli avvinti a sé e il rigetto aprioristico di un nomadismo che è la vera essenza oggi della ricerca del lavoro e dello scambio di esperienze. Approccio ben abbracciato da Matteo Iannacone, giovane ricercatore di Harvard, da poco a capo di un laboratorio presso l’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano che investiga le dinamiche delle risposte immunitarie antivirali. Molto critico su quanta poca capacità attrattiva hanno le strutture italiane in termini di risorse, multiculturalità, sostegno, capacità organizzativa, e su quanto poco giornalismo scientifico ci sia nei media italiani. E allora il vero dilemma resta questo: sapranno i giovani dell’ultima covata incarnare questo mix antropologico su cui si disegna il futuro, fatto di creatività, pionierismo, impegno? E sapranno gli apparati obsolescenti di Stato intercettare queste impellenti domande di senso e di crescita?

 

 

 

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One Comment

  1. Dan says:

    L’importante che ci rimangano le pupe come la minetti che noi i secchioni non li vogliamo

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