Fratelli del Superstato saranno loro…

stato centraledi Chiara Battistoni – “A lle Menschen werden Brüder” è solo un verso dell’inno europeo che recita “tutti gli uomini diventano fratelli”.
Ed è proprio da questo concetto di fratellanza che oggi voglio partire: a Pontida dove giurarono il 7 aprile del 1167 ci sentirono tutti un po’ più vicini, un po’ più fratelli anche se sventolavano vessilli diversi. Una fratellanza che unisce, senza omologare, popoli diversi: era questa la fratellanza che albergava nella testa dei padri fondatori dell’Europa e che l’Europa di oggi, asservita alla burocrazia e all’economia, ha relegato chissà dove, trasformandosi in un superStato senz’anima, fine a se stesso, che ha perso il senso della trascendenza. In questi giorni di accessi dibattiti, di tracimante emotività, ci rendiamo conto che l’“identità” di cui tanto sentiamo parlare resta un qualcosa da inventare più che da scoprire, come ricorda Zygmunt Bauman nel suo Intervista sull’identità.

Per molti il dogma dell’identità coincide con il dogma della nazione: c’è chi vive il termine nazione come sinonimo di popolo; non c’è popolo senza nazione e viceversa. Forse dovremmo cominciare a sostituire il termine popolo con “genti”, che nell’immaginario collettivo richiama comunità geograficamente (secondi i nostri attuali confini) eterogenee, culturalmente affini. Quante “genti” abitano l’Europa, quella di matrice cristiana? Molte, molte di più di quanti non siano i popoli, quelli cioè che prendono il nome dalla nazione in cui vivono.

Proprio Zygmunt Bauman, alle pagine 21 e 22 del libro che ho citato (Intervista sull’identità, Editori Laterza) ci ricorda che l’identità nazionale, cioè la “natività della nascita”, è storicamente «una finzione che ha svolto il ruolo di protagonista tra le formule messe in campo dal nascente Stato moderno per legittimare la propria richiesta di subordinazione incondizionata dei suoi sudditi. (…) Stato e nazione avevano bisogno l’uno dell’altra, il loro matrimonio, si è tentati di dire, era stato contratto in paradiso…».

Ancora Bauman ci ricorda che l’identità nazionale «non è mai stata come le altre identità. Diversamente da altre identità che non richiedono una devozione senza riserve e una fedeltà esclusiva, l’identità nazionale non riconosce concorrenza, e meno che mai opposizione. L’identità nazionale accuratamente costruita dallo Stato e dalle sue agenzie (…) mirava al diritto monopolistico di tracciare i confini tra “noi” e “loro”». Ogni volta che parliamo di identità ci troviamo di fronte al binomio libertà e sicurezza: la libertà di essere ciò che vogliamo e possiamo essere, la libertà di autodefinizione e autoaffermazione, ma anche la libertà di scegliere con chi stare, come ci ricorda Gianfranco Miglio; la sicurezza di veder rispettati i nostri costumi, le nostre tradizioni, la nostra cultura.

Essere tutti fratelli significa accogliere e rispettare le specificità dell’altro, nello sforzo di contemperare le esigenze di libertà e sicurezza delle genti d’Europa; non c’è identità, infatti, che non sia al tempo stesso inclusiva ed esclusiva. Kant nell’Ottocento, molto più di recente proprio Bauman e Morin, pur per strade diverse, hanno suggerito che l’unica identità veramente e completamente inclusiva è quella planetaria.
La Terra-Patria di Edgar Morin è la nostra casa comune, la “comunità di destino” terrestre che ci ràdica nel cosmo. Bauman, invece, ci dice che l’identità umanità resta un inedito, con cui nessuno ha ancora avuto la forza (il coraggio?) di misurarsi perché nessuno ha ancora immaginato una “comunità omnicomprensiva”; ad oggi, infatti, “l’ideale dell’umanità come identità che abbraccia tutte le altre identità può contare, in ultima analisi, solo sulla dedizione dei suoi ipotizzati aderenti…».

Davvero la Terra-Patria è la strada per vivere a fondo le specificità delle genti senza un superStato dominante? Ci vorrebbe la sfera di cristallo per rispondere, o forse basterebbero politici che sapessero proporci scenari di evoluzione, piuttosto che sterili analisi di indici e rapporti. Anche i numeri hanno un’anima ma per farli parlare ci vogliono idee, su cui costruire e aggregare le genti. Leggete cosa diceva il nostro Profesur Miglio a proposito di quanto accade oggi con l’Europa dei burocrati: «Declinano le grandi Nazioni – costruzioni fittizie – e prendono piede ovunque i ”micro- nazionalismi”, spingendo gli individui perfino, a riscoprire e reinventare il passato delle loro, piccole patrie. Io, per esempio, non sono affatto tranquillo sulla riuscita dell’esperimento monetario europeo. Per la prima volta nella storia abbiamo messo il carro davanti ai buoi: abbiamo costruito l’unità monetaria
(che dovrebbe essere invece la fase finale del processo) prima di ottenere le decisioni politiche corrispondenti.

E queste decisioni le cerchiamo adesso, sapendo che ci imbarchiamo in una impresa difficilissima. L’esperienza ci insegna quotidianamente
quanto sia difficile superare la separazione fra le due Europe, vissute nella contrapposizione del sistema “bipolare”: due entità che per secoli hanno fatto capo a concezioni del mondo radicalmente diverse. E poi: come resisteranno, al processo di integrazione economica europea occidentale, la cultura e le
abitudini dei grandi e piccoli Stati nazionali del continente? Certo lo Stato particolare sembra in declino: ma quali soggetti prenderanno il suo posto e con quali dimensioni e strutture?» (da Quaderni Padani – gennaio aprile 2005 – la riforma federalista, pag. 78). Ancora una volta Gianfranco Miglio aveva visto nel 1999 quello che molti, ancor oggi, non colgono!

Print Friendly

Related Posts

Leave a Comment