Forza Italia, ritorno alle origini con un grave handicap

di DANIELE VITTORIO COMERO

I TG hanno fatto vedere il cambio di sede, con l’apertura della nuova sontuosa rappresentanza romana, in occasione del cambio di denominazione del PDL, con il ritorno alla vecchia sigla di Forza Italia. Probabilmente occorrerà rivedere l’inaugurazione di giovedì 19, aSan Lorenzo in Lucina a Roma. Forse, è tutto da rifare, rimettendo a posto la scena per un altro “ciack si gira: ecco a voi Forza Italia 2.0”. Poco male, poiché Brunetta, Cicchitto, la Pitonessa e gli altri sono sempre lì, da Berlusconi, per cui si metteranno volentieri di nuovo in posa.

Il dubbio nasce da una lettura dello statuto del partito, che è un’associazione costituita con atto notarile a Roma il 27 febbraio 2008, che va rispettato. Ora, senza voler fare la parte dei pignoli, non sembra che sia stato fatto.

In qualunque associazione, società o impresa, il nome rappresenta un po’ l’anima, le finalità dell’organizzazione, ne configura le idealità e l’immagine verso l’esterno. A maggior ragione per un partito, dove esprime la capacità di azione politica e la volontà degli aderenti.

Lo statuto del PDL prevede una lunga serie di organismi collegiali e di incarichi a tutti i livelli. In questo contesto interessano solo gli Organi nazionali, che sono – articolo 11 – i seguenti:

“il Congresso nazionale, il Presidente nazionale, l’Ufficio di Presidenza, il Segretario Politico Nazionale, i Coordinatori Nazionali, la Direzione nazionale, il Consiglio nazionale, l’Assemblea dei Parlamentari nazionali ed europei, il Segretario amministrativo nazionale, i Responsabili nazionali di Settore di cui all’art.23, le Consulte tematiche.”

L’indirizzo politico naturalmente spetta al Congresso, che si è svolto il 27-29 marzo 2009 a Roma, poi non è stato più convocato: avrebbe dovuto tenersi nel 2012, una volta ogni tre anni.

A questo punto si coglie l’astuzia del leguleo, che furbescamente ha inserito una deroga nello statuto verso altri organi per effettuare comunque le modifiche statutarie, senza convocare il Congresso. Il corposo statuto del PDL è composto da 52 articoli, più dieci norme transitorie,  prevede questa possibilità proprio nell’ultimo articolo, l’art. 52, dedicato alle “modifiche statutarie”, che recita:

“Art. 52-Le modifiche statutarie spettano al Congresso nazionale, che le approva a maggioranza qualificata dei due terzi degli aventi diritto al voto.
Nell’intervallo tra due Congressi, eventuali modifiche statutarie possono essere proposte dall’Ufficio di Presidenza al Consiglio nazionale, che le approva con il voto favorevole dei due terzi degli aventi diritto al voto.”

Bene, forse ora è tutto chiaro su ciò che occorre: convocare il Consiglio nazionale, per attuare delle modifiche come quella di cambiare il nome al partito. Anche questa condizione deve essere sembrata troppo pesante, per cui la stessa mano che ha fatto l’art.52, ha inserito un’altra scappatoia, proprio nell’ultima norma transitoria, la decima, che recita:

“X. In deroga all’articolo 52 del presente Statuto, per i 12 mesi successivi alla sua approvazione tutte le proposte di modifica statutaria saranno di competenza esclusiva dell’Ufficio di Presidenza, che delibererà a maggioranza qualificata dei tre quarti dei suoi componenti. Tali modifiche entrano in vigore dal momento dell’approvazione, e dovranno comunque essere ratificate nella prima riunione del Consiglio nazionale, che potrà essere convocato anche successivamente al suddetto termine.”

Si possono fare subito quattro conti: lo statuto nell’ultima versione è stato approvato il 1 luglio del 2011, quando è stata inserita la norma – art.16bis – che prevede la figura del  segretario politico, indicato da Berlusconi in Angelino Alfano. Da lì si è aperta la finestra prevista dalla norma transitoria, valida un anno, che assegna la capacità di modifica all’Ufficio di presidenza, in pratica allo stesso Cavaliere. Il termine è scaduto un anno fa, per cui tutta questa operazione di cambio della denominazione del movimento politico PDL non poteva essere fatta in questo modo, con motu proprio del presidente del PDL.

In conclusione, si osserva che un tale modo di procedere contraddice lo spirito stesso della Costituzione, che delega ad ogni partito la possibilità di definire la politica nazionale.

Però, qui c’è un gruppo dirigente di un partito di Governo che utilizza delle norme statutarie transitorie, per sottrarsi al doveroso confronto democratico interno, al fine di gestire in modo totalmente autonomo, candidature, cariche e proventi dei rimborsi (finanziamento pubblico) elettorali ai partiti provenienti dallo Stato. Un fatto che è da ritenersi pericoloso per la democrazia in Italia. Sotto questa luce si capisce l’insistenza e l’eccessiva enfasi data al procedimento di decadenza di Berlusconi da senatore. C’è l’impressione che il lungo dibattito parlamentare, con lo showdown del 4 ottobre in giunta di B., possa servire a coprire molte delle magagne politiche che si stanno attuando in Italia, tra le quali anche questa grave anomalia della trasformazione del PDL in Forza Italia 2.0. Sempre che non vi siano altri elementi, non conosciuti, come dei patti (segreti) stipulati nel 2008, tra AN e Forza Italia, che possano spiegare meglio queste mosse azzardate di Berlusconi.

 

 

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2 Comments

  1. AUVERNO says:

    …ma cosa diavolo pubblicate?!?!

  2. Albert Nextein says:

    Facevano prima a chiudere il pdl.
    E poi aprire un nuovo partito.

    Ma non cambia la sostanza.
    Non sono liberali.
    Non lo sono coi fatti.
    Le parole che dicono non sono collegate al loro cervello e neppure alla realtà fattiva.
    Sono solo parole che hanno un valore limitato al momento in cui vengono dette.

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