Fondi europei, la Germania ruba più del Sud

fondiUEdi CRISTINA MALAGUTI

L’analisi degli economisti, il fallimento a caro prezzo delle politiche di finanziamento delle regioni depresse. E la rigorosa Germania si scopre tra i truffatori dell’Ue.
Curare il malato a prescindere dalla malattia e pretendere che guarisca. E’ questo in pratica che l’Europa fa da decenni con le regioni “meno fortunate” dei Paesi dell’Unione. Col grande risultato che nella maggior parte dei casi, nonostante le potenti iniezioni di soldi, il malato non accenna nemmeno a migliorare, mentre il dottore vuole comunque essere pagato. E’ la storia antica dei fondi strutturali, quelli che tutti pensano arrivino gratis da Bruxelles, ragion per cui valga assolutamente la pena di portarli a casa indipendentemente da tutto. E’ un assunto questo che vale per l’Italia, ricca di regioni depresse da “curare”, anche a costo di truffare l’Ue, ma a guardare la classifica dei Paesi “approfittatori” del vecchio continente si scopre che il giochetto vale anche per Stati dell’Unione che fino a ieri sembravano lontani anni luce dalle logiche truffaldine del Belpaese. La Germania per esempio. E la cosa sconcertante, e che forse ai più sfugge, è che prendere soldi dall’Europa (ammesso che si riesca a produrre progetti credibili per i quali essere finanziati) non è gratuito per la collettività. Anzi, per ogni euro che Bruxelles sborsa, il Paese interessato ne spende due, uno da versare all’Unione europea e l’altro per cofinanziare il progetto. Insomma, un affare per chi incassa. Una fregatura per chi poi paga il conto. Una fregatura che in Paesi come il nostro non fa che aumentare il divario tra aree depresse (cronicamente malate, vedi il Mezzogiorno) e aree che pagano anche il doppio per “curare” le depresse. Così finisce che i fondi strutturali li pagano i cittadini con le tasse.
Ne vale la pena? Guardando i risultati, almeno a livello economico, la risposta è sicuramente no. In Italia 25 anni di fondi strutturali non hanno risolto il problema Sud. E se fino al 1988 il nostro Paese era tra quelli che dall’Europa prendevano più di quanto versavano, dopo l’allargamento a Est, la musica è cambiata. E non poco. Ciò che non è cambiato, invece, è la furberia di chi punta ai fondi per intascare. Senza beneficio alcuno. In un quarto di secolo le regioni meno ricche non hanno spostato di una virgola il gap, i “nuovi posti di lavoro” non superano quelli che si perdono, la metà dei fondi non viene spesa per incapacità delle amministrazioni locali mentre troppo spesso quei soldi finiscono nelle mani sbagliate, grazie soprattutto alla compiacenza della politica. Ebbene, a distanza di 25 anni dall’avvio dei fondi, un dossier de lavoce.info punta il dito su progetti ed efficacia, portando il lettore alla sconsolante conclusione che il rapporto costo/beneficio dei fondi strutturali è un prezzo troppo alto da pagare per tutti; che i benefici non sono certificabili, come non lo è la bontà delle centinaia di migliaia di progetti alla fine della fiera davvero strapagati (“la formula di co-finanziamento attuata in Italia è irragionevole e deleteria”).
“Ogni anno – si legge nel dossier – l’Italia spende miliardi in progetti finanziati dai fondi strutturali europei, eppure non abbiamo la minima idea dei loro effetti”. Nel quinquennio 2007-2012 sono stati finanziati circa 500mila progetti di formazione di vario tipo, per una spesa di 7,5 miliardi di euro, “eppure a tutt’oggi nessuno sa quali tipologie di progetti sono meglio di altre, e se vale la pena attuare questi progetti”. La programmazione 2014-2020 (che sta iniziando ora) secondo gli economisti che hanno elaborato il documento, “non sarà diversa da quella attuale nella sostanza, e non risolve i problemi esistenti. Anch’essa è destinata a naufragare in un mare di retorica”. Ma anche di furberia, aggiungiamo noi.

fondiBasta leggere l’ultimo documento sulle frodi della Commissione Europea per rendersene conto (tabella pubblicata a lato),

per capire che il vecchio vizio tutto italiano di “fregare” l’Ue – nella maggior parte dei casi si tratta di irregolarità dovute ad incapacità (145 in Italia, 21 i casi fraudolenti) – persiste negli anni e lo paghiamo tutti noi. E non consola il fatto che non siamo i soli in Europa, anche se siamo in cattiva compagnia: ci battono solo i paesi dell’Est, con la Polonia in testa (812 casi di irregolarità accertata, 31 quelli fraudolenti) e la Repubblica Ceca a seguire (543 casi di irregolarità accertata e 33 quelli fraudolenti). Sorprende invece che la rigorosa e pretenziosa Germania non sia indenne da questi vizi, e che anzi, nei casi di frode batta addirittura l’Italia (132 casi di irregolarità, 28 quelli fraudolenti). Da che pulpito poi arrivano le prediche…

Print Friendly, PDF & Email

Related Posts

3 Comments

  1. AndreaD says:

    Mi fa piacere che finalmente si cominci a ragionare sui numeri e non sulle opinioni e sulle frasi fatte. La libertà è conoscenza.

    • renato says:

      Sono d’accordo, i dati, le cifre, non sono opinioni e quindi c’è poco da dire. Sono di estrazione tecnica ed ho lavorato sempre sulla base di specifiche, cioè dati. Tuttavia, a complemento di quanto da Lei detto, e non in contestazione, ritengo utile richiamare l’attenzione anche sul lato comportamentale. Nel nostro caso la gravità della situazione sta proprio nel fatto che i dati, anche quelli statistici, vengono semplicemente ignorati, vuoi per ignoranza, vuoi per malafede, vuoi per qualsiasi altro motivo.
      E non da un parlamentare, bensì dalla quasi totalità. Se è vero ciò che ci addebitano da Bruxelles sulle quote latte, si impone ineludibile la domanda: perché non c’è stata a suo tempo una indagine parlamentare, motivata almeno dalle cifre in gioco, sottoscritta da tutti i gruppi politici col fine di appurare la verità ?
      Questo è un altro dei punti da aggiungere a quei pochi da me citati nel mio intervento, che è l’incipit ad un elenco chilometrico.

  2. renato says:

    Che la Germania truffi come e talvolta più degli altri non è una novità. Ma sanno nasconderlo, finché dura, perché sono tutti d’accordo; non sono come noi che ci comportiamo da litigiosi ladri di polli. Loro, zitti zitti, rubano i pollai. Per quanto concerne i rapporti con Bruxelles, la nostra nomea di furbeschi cialtroni deriva dal fatto che ci rifiutiamo di essere seri. L’onestà non c’entra. Può sembrare, e forse lo è, assurdo; ma è così. Noi siamo gli eterni furbini che la fanno e non l’aspettano. Finché arriva la mazzata a ricordarci che gli altri non sono sempre fessi.. Esemplare è quanto accaduto recentemente in seguito agli sbarchi sempre più numerosi di clandestini: un parlamentare italiano, in vena di esibizionismo, ha rimproverato la UE di non aiutare l’Italia. Il responsabile di settore europeo ha risposto che in merito non gli era pervenuta nessuna richiesta ufficiale e dettagliata da parte del governo italiano. Il fatto grave è che il governo italiano, da quanto mi risulta, non ha saputo, o potuto, sbugiardare il funzionario di Bruxelles. E questo è solo l’ultimo episodio eclatante di una lunga serie di gaffes causate dalla sciattaggine che spesso ci caratterizza. Altro esempio: i tedeschi non perdono occasione di ricordarci il nostro debito pubblico, ma nessun italiano ricorda loro, in veste ufficiale a Bruxelles, che almeno due banche tedesche (nessuna banca italiana) hanno collaborato con l’associazione per delinquere made in USA responsabile del crac finanziario ed economico che dal 2008 ha messo in ginocchio mezzo mondo. Inoltre, una banca tedesca molto ben introdotta anche in Italia, è accusata di aver corrotto dei funzionari governativi greci col fine di costringere quel governo ad acquistare dei titoli tossici che di lì a qualche tempo non avrebbero avuto più alcun valore. La qual cosa concorse in modo determinante a ridurre sul lastrico la Grecia. A quel punto, governo tedesco in testa, fu fatta pressione sull’esecutivo di Bruxelles affinché la Grecia accettasse un prestito che le consentisse di saldare il debito verso quelle banche che le avevano venduto, in modo truffaldino, i titoli incriminati. Oltre al danno anche la beffa. Ma nessuno alza la voce e i tedeschi pensano semplicemente “Jedem das Seine”, ad ognuno il suo.

Leave a Comment