Finanziamento politica, partiti “deboli” e troppo opachi

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di OPENPOLIS  – Il 15 luglio è scaduto il termine di legge entro cui partiti devono pubblicare il bilancio sui propri siti internet. Abbiamo analizzato i rendiconti depositati dalle forze politiche iscritte nel registro per ricevere il 2×1000 e dal M5s.

Nel 2018 sono tornate a crescere le entrate dei partiti, in calo costante dal 2013, anno in cui vennero aboliti i rimborsi elettorali. Un dato che era per molti versi prevedibile, data la necessità di raccogliere fondi per le elezioni del 4 marzo. Ma i segnali restano comunque poco incoraggianti per la salute delle forze politiche.

Con l’abolizione dei rimborsi elettorali, il sistema dei partiti ha dovuto reggersi su 2 strumenti. Da un lato il 2×1000, il nuovo canale del finanziamento pubblico. Dall’altro le donazioni private, per cui erano state previste delle importanti agevolazioni fiscali.

Alla luce dei dati esposti nei bilanci dei partiti, questi due metodi di finanziamento hanno funzionato solo in parte. Le donazioni da privati segnano una crescita, ma in realtà a crescere sono soprattutto i contributi degli eletti al partito di riferimento. Parallelamente, il 2×1000 incassato dai partiti vale poco più della metà di quanto teoricamente stanziato.

Il 2×1000 è il metodo di finanziamento pubblico introdotto con il decreto 149/2013. Non più una cifra fissa (91 milioni di euro, e fino al 2012 il doppio), spartita in base ai risultati elettorali di politiche, europee e regionali. Ma una quota dell’irpef che ogni contribuente può scegliere se destinare ad una forza politica iscritta nell’apposito registro.

Questo strumento non ha raggiunto appieno il suo obiettivo. A fronte di uno stanziamento che dal 2017 vale circa 25 milioni di euro, il 2×1000 incassato dai partiti vale poco più della metà (56%) di quella cifra.

Accanto al 2×1000, si mirava ad incrementare le entrate da donazioni private, prevedendo delle agevolazioni fiscali (detrazioni irpef e ires del 26% su quanto donato alle forze politiche, per cifre comprese tra 30 e 30mila euro).

Dopo un calo costante tra 2013 e 2016, a partire dal 2017 si osserva una ripresa del finanziamento privato. In coincidenza con l’anno delle elezioni politiche, la necessità di finanziare la campagna elettorale ha aumentato in modo consistente le donazioni private.

Ma, come anticipato, anche questo non può essere letto come un segnale di salute. Le donazioni da privati mostrano una crescita importante, ma in realtà si tratta soprattutto delle quote di indennità che gli eletti versano ai partiti.

Le casse delle forze politiche diventano quindi sempre più dipendenti dai contributi dei loro eletti. Nel 2018 circa il 40% delle loro entrate è arrivato da questa fonte.

I nuovi meccanismi di finanziamento hanno conseguenze decisive sul sistema politico. Con la dinamica attuale avere tanti eletti, in particolare in parlamento, ha un effetto a catena sulle risorse cui una forza politica può accedere.

Più eletti significa più donazioni. Difatti, quasi tutte le forze politiche prevedono, con statuti o regolamenti interni, che i propri parlamentari, consiglieri regionali, membri di giunte e presidenti di regione, versino una quota della loro indennità al partito.

Ma più eletti significa anche più contributi ai gruppi parlamentari. Una forma di finanziamento pubblico, pari a 53 milioni di euro annui, che non è stata intaccata dalle riforme degli ultimi anni. Per questa ragione la vera cassa è oggi rappresentata dai gruppi di camera e senato.

In questo sistema quindi i partiti sono più deboli, dal momento che la loro sopravvivenza e la loro azione politica dipende sempre di più da quanti seggi hanno a disposizione.

Anche per questa ragione, le loro funzioni costituzionali vengono progressivamente sostituite da altri soggetti: gruppi parlamentari, fondazioni, associazioni. Una proliferazione di strutture e attori che rende più difficile il monitoraggio. Nel 2019 va segnalato il tentativo (come vedremo non del tutto coerente) di estendere a queste ultime parte della disciplina in vigore per i partiti. Ma da un lato la difficoltà di monitorare l’applicazione delle norme, dall’altro la relativa facilità con cui possono essere aggirate, rende ancora lontana una completa trasparenza su queste strutture.

Alle riforme degli ultimi anni va dato atto di aver cercato di introdurre alcuni principi di trasparenza nel finanziamento della politica. Possono essere lette in questo senso l’obbligo per i partiti di avvalersi di una società di revisione indipendente e la verifica dei bilanci da parte di una commissione terza, composta da magistrati.

Nella concreta applicazione delle norme, però, non sempre gli standard adottati dalle forze politiche nel pubblicare i propri rendiconti sono ottimali, in termini di trasparenza.

Nel 2018 sono 27 i partiti iscritti al registro valido per accedere al 2×1000; sommando a questi l’associazione Movimento 5 stelle, sono 28 le forze politiche censite per la nostra analisi. Di queste 28, 5 non avevano pubblicato il bilancio 2018 sul proprio sito alla data del 16 luglio 2019. Tra queste Energie per l’Italia, Scelta civica, Sinistra italiana, Italia dei valori, Movimento la Puglia in più.

Va tenuto presente che la legge prescrive a queste forze politiche, e in generale a tutte quelle che abbiano almeno un rappresentante tra parlamento italiano, europeo e consigli regionali, due obblighi diversi. Il primo, di trasmettere entro il 15 giugno i propri bilanci alla commissione di garanzia. In secondo luogo, entro il 15 luglio, se quest’organo ha effettuato il controllo di regolarità e conformità, i partiti devono pubblicare il bilancio e i documenti allegati sul proprio sito internet.

Un esempio è offerto dal formato di pubblicazione. In molti casi (16 su 23) viene rilasciato unicamente un pdf non riutilizzabile, analogo ad un’immagine. Solo nei restanti 7 casi abbiamo la disponibilità di un formato riutilizzabile, generalmente un pdf da cui è possibile fare ricerche e copia e incolla. Forza Italia (e negli anni precedenti al 2018 il Psi) allega i dati anche in un formato aperto vero e proprio (csv o xls).

Anche dal punto di vista dei contenuti, non sempre i bilanci resi pubblici sono allineati agli standard richiesti. In particolare la legge 2 del 1997 stabilisce uno schema di bilancio uniforme per tutti i partiti. In controtendenza con la scelta di rendere confrontabili queste informazioni, il bilancio reperibile sul sito dell’Svp è pubblicato in un formato abbreviato. Dove ad esempio le entrate sono ricomprese in un’unica voce “ricavi da vendite e delle prestazioni” e non scorporate tra quote associative, 2×1000, donazioni ecc.

Per imporre buone pratiche di trasparenza, occorre che un organismo vigili e sanzioni i comportamenti meno virtuosi. Purtroppo, come abbiamo avuto modo di raccontare, i compiti che attualmente ricadono sulla commissione di garanzia vanno già oltre la dotazione di quest’organismo.

Così diventa difficile vigilare sulle buone e cattive pratiche adottate dai partiti, ma soprattutto sulla proliferazione dei soggetti esterni: fondazioni, associazioni, comitati e altre organizzazioni parallele. Nuovi attori che, come emerge dall’analisi dei bilanci, diventano sempre più importanti quanto più permane lo stato di debolezza dei partiti.

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