“Filosofia dell’osceno televisivo”, il nuovo libro di Castoro

di CLAUDIO PREVOSTI

Un’oscenità “fredda e comunicazionale”, come diceva Baudrillard, si è ormai inesorabilmente sostituita a quella classica dello scandalo sessuale, dell’impudicizia della carne, della “spiritualizzazione” delle anime e delle condotte. Eppure, anche nel reticolare e in perenne fibrillazione mondo degli iper-media, resta traccia di questo canone dell’oscenità fisica, solo apparentemente superato, poiché è proprio grazie ad un’imponente opera di oblìo della nostra cifra esistenziale più autentica, della nostra radice esperienziale e fenomenologica, che si è potuto innescare e ingigantire, negli ultimi decenni, quel regime dell’Indistinto, dell’Indifferenziato, dell’equidistanza fra realtà e simulazione, vero e falso, fatto vissuto e “macchina” dell’apparire che è oggi la natura più preoccupante e devastante del sistema dei media e dell’Osceno come categoria estetica che lo rappresenta.

Carmine Castoro, filosofo della comunicazione, giornalista professionista, autore televisivo (per RaiNotte e canali Sky) e apprezzato saggista già da molti anni, con una scrittura densa e uno studio approfondito, in questo suo Filosofia dell’Osceno televisivo – Pratiche dell’odio contro la tv del Nulla (Mimesis edizioni, in tutt’Italia dal 3 luglio), passa dal mito della caverna di Platone all’”orrore” dei reality show, da metafore cinematografiche ineludibili come Truman Show e Matrix a pezzi fondamentali della storia del pensiero occidentale, dalla pittura, alla letteratura, a testi di brani musicali, alle nuove guru televisive super adorate come Maria De Filippi, per scandagliare l’Osceno riconducibile a 4 etimologie. Quella che riporta il significato al riprovevole, al ripugnante, a qualcosa da esorcizzare e sottrarre allo sguardo; quella che parla di un’”assenza di scena” e quindi di un’ipervisibilità delle cose attraverso gli schermi televisivi; quella che allude a un “maleficio” interno delle cose stesse; quella che richiama il “veleno” e la “ruggine” legati al concetto di “Vuoto” che, guarda caso, riempie le nostre coscienze di simulacri insignificanti e di gossip senza contenuto.

Nelle sue analisi che incrociano discipline variegate come l’antropologia, l’estetica, la massmediologia, la psichiatria, è molto chiaro sulla nascita di quello che definisce come una “patologia della percezione e del linguaggio”: “L’Osceno  – afferma l’autore – nasce su una sorta di schizofrenia basica: il vitale in senso lato viene prima disprezzato, poi rimosso e assoggettato a varie ipostasi di salvezza, l’ultima delle quali, nel mondo occidentale, l’Immagine (in primis quella televisiva e mediatica), comincia a porsi come il punto di fuga dei progetti e delle libertà: siderale e contemplata, ma anche con la potenza giusta per “tradurre” e ri-significare il Reale alla luce di un simbolico tentacolare che si avvale di tecnologie, mercati, reti e che invade tutti gli aspetti del quotidiano. La scena diventa una o-scena, un presente eterno, una omologia fra parole e cose, una visibilità estremizzata che nega l’assenza, il senso, il conflitto, le discontinuità, e soprattutto la loro vulcanica carica simbolica. Attraverso la comunicazione globalizzata e la frantumazione dei dati si assiste, pertanto, ad un divenire altro dell’uomo stesso rispetto alla assunzione del suo orizzonte fenomenologico fatto di cambiamenti, crisi, rotture, rispetto al cosiddetto Tragico. Il Sistema si cristallizza in una Morale che piange la sua miseria elevandosi al Sogno, e in una Logica che fa leggere gli accadimenti sempre in una maniera distorta e pilotata, o liquida, negletta e reificata dai cliché. Un finto “universale”, un vuoto pneumatico delle coscienze – ruggine e veleno dei rapporti e della conoscenza -, si sostituisce al Vuoto dell’indeterminato e dell’implementazione di senso cui tutti saremmo chiamati a partecipare. L’Osceno  – conclude Castoro – ci separa dalla nostra libertà più propria e da quell’infinito della originaria “mancanza” che farebbe da fuoco di ricerca, trasformazione e miglioramento degli stessi assetti sociali. L’Osceno in questo modo, in quanto “modo”,  si mostra come un Apparato di cattura, radiale e senza controlli sufficienti poiché introiettato, fissato non nel Falso ma in un Neutro che varia i condizionamenti da esercitare nell’immutabilità della sua vitrea essenza, ripetendosi come l’operatività di una macchina standardizzata su un preciso rapporto sensazione/segno”.

Attraverso una tessitura dell’immaginario collettivo rigogliosa e appassionante, nella quale è facile vedere i propri desideri e le proprie paure rispecchiate in toto, e dopo tante esperienze professionali dirette, Castoro, dunque, propone un exitus definitivo dalla subcultura dell’Osceno attraverso una rivalutazione dell’assoluto, non inteso come orizzonte metafisico, ma come quel Nulla della libertà e della creazione che è ritorno allo sguardo, alla seduzione, a un ideale di bellezza vibrante e condiviso, fondato su un “odio ecologico” verso tutto quanto ci inquina e degrada e un appello alla pienezza gioiosa della nostra tragicità di esseri umani.

“Per l’odio non serve l’urlo bestiale, cruente avanzate di cittadini col forcone e sollevazioni di folle inferocite. Sebbene, per taluni fenomeni distorti della postmodernità, questo spettacolo potrebbe essere non poi tanto inauspicato e riprovevole. Serve difendere l’ultimo baccello di libertà e responsabilità che ancora ci racchiude. E in nome di questo, disattivare il nostro consenso, alzarsi dalle gradinate e abbandonare l’arena prima che odori di fiele, rivolgere lo sguardo ad altro, rifondare un’estetica della visione e della condi-visione, non affogare sotto un’alluvione di segni impazziti e disarticolati che fanno solo la ricchezza e il potere di tanti sacerdoti (e sacerdotesse) di vanità, e il nostro rapido scivolare verso demenza e ignoranza sempre più riottose”.

 

 

 

 

 

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3 Comments

  1. carmine castoro says:

    ma che domanda è: esiste davvero uno che si chiama carmine castoro? ma che domanda è??? si sono io carmine castoro, esisto davvero, e se dopo aver letto il pezzo di presentazione del mio libro, uno come te/lei si chiede: ma esiste davvero carmine castoro?, beh allora sono pronto per scrivere già Filosofia dell’Osceno II, perchè questo dà la prova di quanto siamo ignoranti, ultrabanali, forgiati/manipolati fin nelle midolla dalla subcultura del falso stile mariadefilippi o facebook, e quindi terribilmente, ma oscenamente-terribilmente stupidi!!

  2. Nazione Toscana says:

    Davvero esiste uno che si chiama Carmine castoro?
    Mah..
    Comunque, se smettiamo tutti di pagare il canone i tre canali Rai dovrebbero finalmente chiudere.
    Sai quanti vagabondi senza stipendio pubblico.

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