FIAT, ECONOMIA SOCIALE DI MERCATO E INNOVAZIONE

di GIUSEPPE D’ANDREA*

Sarà il tempo, saranno questi discorsi sulla riforma del mercato del lavoro che mi sembrano francamente inutili o sarà questo articolo su RC dell’ottimo GPG Imperatrice, su Sergio Marchionne, ma ho pensato: perché non parlare della FIAT che a quanto pare sembra essere l’unica preoccupazione delle ‘parti sociali’ (chiunque siano costoro) e di alcuni temi come innovazione e imprenditoria? Nulla di organico per carità, semplici ragionamenti a ruota libera in questo pazzo pazzo paese.

Quello dell’auto è un settore che praticamente tutti gli stati considerano ‘strategico’ a tal punto essenziale che anche certi pensatori liberali strenui difensori del libero mercato tendono a fare eccezioni inteventiste per esso, ovviamente la mia obiezione è che nessun settore sia più importante di un altro al punto tale di andare a salvarlo con i soldi dei privati e che la strategicità sia attribuita arbitrariamente dalle autorità per giustificare l’intervento in determinati settori rispetto ad altri. Da politico posso capire che per un politico con ambizioni nazionale un settore che ancora impiega massicciamente una così alta densità di lavoratori potenziali elettori, sia un interesse politicamente strategico; solo pensare a quanti voti può portare il comparto anche più tetro portaborse inizierebbe ad eccitarsi. Detto questo anche chi politico non è, si accapiglia con passione su ogni tema che riguarda la FIAT (in Italia equivale a dire ‘il settore dell’auto’); se vende o no, se licenzia o assume, se le auto sono buone o cattive in relazione alle altre, pare quasi che quella di Torino sia più che una fabbrica un dipartimento distaccato di qualche ministero economico e che questo giustifichi l’impiego di leggi speciali, contributi e addirittura stravolgimenti normativi in testi quasi considerati sacri dalla nomenclatura sindacalista. In effetti è difficile pensare che quella sia una azienda privata, dato che le sue fortune sono sempre state legate in qualche modo allo stato italiano indipendentemente dalla forma di questo fosse Sabaudo, Fascista o Socialdemocratico, la FIAT c’è sempre stata e in qualche modo ne ha sempre beneficiato questo rende a tutti gli effetti l’impresa un ente parastatale verso il quale solo poche voci nella storia del nostro paese quale quella di don Luigi Sturzo si sono levate contro, gocce nel mare confronto alla comune e insensata adorazione di un settore che fino ad oggi non ha dovuto chiedere mai con troppa forza gli aiuti di stato visto che le stesse istituzioni sono sempre accorse in soccorso del Lingotto senza mai dubitare della giustezza e della moralità di tali aiuti.

C’è da sorprendersi che FIAT, con un passato fatto di contributi, finanziamenti e commesse pubbliche, fabbriche datate, modelli poco curati, e strategie di mercato al limite dell’inedia non sia un leader di mercato come Toyota o Volkswagen? C’è da sorprendersi che aziende come la VW con una storia di successo lunga probabilmente 40 anni continui in sintonia con quell’andamento facendo della reputazione, del profitto e del continuo progresso il proprio stendardo, mentre un azienda che per una vita ha vissuto sotto l’ombrello pubblico oggi non sia capace ne di essere competitiva, ne innovativa e sopratutto profittevole? C’è da sorprendersi che un azienda da sempre designata come ‘Troppo Grande per Fallire’ non abbia mai seguito il mercato con troppa insistenza pensando che era meglio buttare un occhio ai ministeri piuttosto che alla soddisfazione dei clienti? Beh, qualcuno si sorprende, il che per me è… sorprendente! Dal canto mio, questi sviluppi mi sembrano solo l’ennesima, ripetitiva, scontata e francamente attendibile riprova che l’intervento dello stato in economia sia il miglior modo per demolire l’economia e sperperare risorse, miliardi di lire prima e milioni di euro poi buttati nel nulla di un’azienda parastatale che dopo innumerevoli favori ci saluterà e ci dirà ‘addio’ e che lascerà in questo paese solo il cerino dei disoccupati e (forse) la sede legale, pensate solo per un momento quanti dei vostri soldi, cari lettori, soldi che avete duramente guadagnato con la forza delle vostre braccia e del vostro intelletto che sono andati a salvare un azienda e i suoi dipendenti, mentre per voi, probabilmente non ci saranno ne salvataggi e nemmeno casse integrazioni, fa una certa impressione non è vero? Chissà quante altre aziende, prodotti, servizi e investimenti quei soldi avrebbero finanziato e quanta ricchezza si sarebbe diffusa… purtroppo non lo sapremo mai.

Qualcuno vi dirà che la colpa è del governo che non ha avuto una giusta politica industriale. Ma se voi siete italiani come me, saprete quasi certamente che tali pianificazioni non erano altro che modi per barare al tavolo del mercato a favore di pochissimi e fortunatissimi amici degli amici, che uno stato a limite dell’antidemocratico quale il nostro è, utilizzava non per promuove le libertà economiche e l’attività imprenditoriale bensì per creare un tipo di economia nuovo (???) sotto il controllo dello burocrazia con il potere della legge, i soldi dei contribuenti, le manipolazioni finanziarie e il fisco rapace. Il fatto che oggi tutto crolli non è causato dall’assenza della pianificazione ma della sua presenza nei precedenti quarant’anni, grazie a tutti questi piani economici e ai loro geniali ideatori siamo riusciti a passare da settimo paese industrializzato al mondo sorretto generalmente da quei principi che citavo nel mio articolo precedente a lettera I dell’acronimo PIIGS, allo stesso rango di Portogallo, Grecia, Irlanda e Spagna, e questo mette in luce quanto sia alto il livello di decadenza italico e quanto realmente i mercati si fidino di noi, nonostante l’austero parlare di Monti e indipendente dalle alchimie finanziarie che Mario Draghi, i mercati non si fidano di noi perchè nessuno vuole investire in Italia, nemmeno gli Italiani, e qui c’è poco da fare i patriottici nessuno vuole perdere quello che possiede investendo in un ambiente dove non esistono condizioni per l’investimento

Altro grande tema è l’innovazione, spesso sento dire che la risposta ad ogni problema è ‘ricerca e innovazione’, con queste due e solo queste due si diventa ricchi e questo è un concetto che ancora aleggia nella mente di molti commentatori economici anche di quelli liberali. Purtroppo mi dispiace contraddire i colleghi, dirò qualcosa di sconvolgente, la tecnologia è un fattore importante ma non così importante come credete, di per se le idee anche le più sconvolgenti non fanno nulla senza un solido capitale alle spalle, i capitali sono il punto chiave del successo di un azienda, senza di essi non c’è possibilità di sviluppare, testare e promuovere quello che si ha figuriamoci lanciarsi in settori sconosciuti. Le aziende non hanno bisogno che una serie di Soloni spieghino loro che l’innovazione e la ricerca sono importanti, le buone aziende guidate dai giusti imprenditori sanno quale sia il valore delle nuove tecniche e delle innovazioni per questo hanno bisogno di accumulare capitali, solo così possono migliorare progressivamente i loro prodotti e all’occasione inventarne di nuovi. Se non si capisce che i capitali sono la base del capitalismo e che l’imprenditoria non è solo una questione di innovazione, anzi, che alcuni grandi imprenditori non sono affatto innovativi sono solo validi organizzatori, brillanti gestori che si relazionano con l’incertezza del mercato utilizzando al meglio ciò di cui dispongono e introducendo alla bisogna nuovi paradigmi, allora non riusciremo a comprendere a pieno quale sia la vera forza dell’economia di mercato e cosa dobbiamo fare per permetterle di svilupparsi a pieno, finiremo per rimanere intrappolati nell’idea ‘scientista’ che per fare impresa con profitto bisogna essere ingegneri nucleari, maghi dell’elettronica o gli scopritori del moto perpetuo, quando esistono migliaia di settori già esistenti e di tecniche già testate e di modi di produzione da utilizzare e da affinare, che potrebbero portare profitti, lavoro, prosperità e in ultima analisi anche risorse per la ricerca e nuove tecnologie se solo il governo smettesse di sequestrare denaro alle aziende e ai risparmiatori e se magari, dico magari, le politiche economiche e monetarie fossero meno rivolte all’ingegneria sociale e alla spesa pubblica e più indirizzate verso l’onestà del sistema finanziario e della moneta.

Per rimanere in tema di innovazione pensate a Steve Jobs e Steve Wozniak, tutti conoscono la storia dei due scapestrati che fondarono la ‘Apple’ nel garage di Woz, ma qualcuno si è mai domandato come avranno fatto due poco qualificati visionari ad ottenere i soldi con cui lanciarsi in un settore sconosciuto nel 1970? Due possibilità;

A – Si sono presentati ad una filiale della Bank of America dicendo ‘Salve noi vogliamo creare dei computer domestici sappiamo che al momento non c’è alcun mercato per questi prodotti ma sapete abbiamo fatto delle riunioni con appassionati del settore e tutti ci hanno riempito di complimenti, ah dimenticavamo, non abbiamo garanzie da offrirvi ci fate un finanziamento’?

B – Sono andati al ministero delle attività produttive dicendo ‘Salve, siamo due che non hanno nemmeno fatto l’università, ma siamo giovani e innovatori. Abbiamo pensato di costruire computers per l’uomo medio, ci fate un finanziamento a fondo perduto?’

Ebbene vi tolgo i dubbi, semmai ne aveste, ne A e ne B.
Nessuno avrebbe finanziato quei due pazzoidi, le innovazioni vanno a scoprire mercati sconosciuti e di solito i finanziatori istituzionali non sono molto propensi a gettarsi troppo all’avventura, per questo servono precursori, esploratori dell’ignoto dotati e dotati di un forte senso del rischio, speculatori di prima classe che intravedono il miraggio di un enorme profitto. Ebbene, forse non avremmo mai sentito parlare di questi due e dei loro prodotti se non fosse arrivato un giovane (32 anni) venture capitalist con un passato alla Intel (le cui stock-option gli fruttarono una fortuna) che investì ben 250.000 $ del 1977 (quasi un milione di dollari odierni) di nome Mike Markkula, che fu anche primo CEO, consigliere e beta-tester dei nuovi prodotti della nuova azienda. Markkula fu un investitore e un consigliere prezioso per i due giovani inventori che saranno stati pure geniali nel loro lavoro ma che erano decisamente inesperti nel settore dell’imprenditoria e senza il becco di un quattrino, Wozniak ammise in una sua intervista che senza Mike il successo di quella che oggi è una delle aziende più eccitanti del pianeta non si sarebbe mai potuto realizzare. Eppure chi parla di questo personaggio? Pochissimi, Markkula non era un innovatore materiale era uno scopritore di innovatori e ha continuato ad esserlo: avete presente i vostri telecontatori dell’ENEL, bene li produce la Echelon Corporation altra società di Markkula e queste non sono le uniche cose che ha finanziato e aiutato a venir su. Sorprendente? Normalissimo, esistono migliaia di piccoli Markkula (e soggetti anche più grossi), il profitto li guida e senza il loro fiuto non avremmo potuto avere quelle tecnologie e quei progressi che hanno semplificato la vita di milioni di persone, questo è il capitalismo, bamboli, niente di più. Se tali capitalisti non fossero esistiti e se i nostri due stramboidi geniali fossero vissuti in un altro paese probabilmente le loro idee sarebbero rimaste nel dimenticatoio come migliaia di altre idee geniali di cui il pianeta è pieno e che hanno avuto la sfortuna di essere sviluppate in paesi dove questa mentalità imprenditoriale non esiste o dove vige un regime fortemente burocratico. In questi ambienti, di cui l’Italia fa orgogliosamente parte sin dalla sua nascita, un azienda come Apple non sarebbe mai nata o quantomeno non avrebbe mai potuto sviluppare quella meravigliosa combinazione di marketing e innovazione, con quella valanga di profitti che genera e che continua a generare probabilmente la ‘Mela italica’ avrebbe fatto la fine della Olivetti e voglio essere ottimista perché Olivetti non era una compagnia nata in un garage e non era condotta da due senza nemmeno lo straccio di un titolo. Sono troppo drammatico? Non credo, questo è il filo conduttore dei paesi socialisti o ad economia mista (dunque pseudo-socialisti), la grande industria si fa solitamente per legge, per corruzione, per amicizia e non per inventiva e investimento e quelle volte che qualcuno prova ad emergere dal basso il primo pensiero dello stato è come fare a martellarlo giù nel mucchio, impedendogli di accumulare capitali e bloccando il mercato con norme sempre più compulsive e demenziali, il potere pubblico inventa subito nuovi modi per sequestrare i profitti, alimentare la burocrazia, perseguire i leader del mercato, per il loro ‘ingiusto successo’, dove per ingiusto si intende qualsiasi successo. Questo è il modello di sviluppo che gli stati che occupano oltre il 50% dell’economia e sequestrano il 70% dei redditi perseguono o verso il quale degradano, prima o poi e noi Europei siamo proprio il caso in questione.

Che dire di Marchionne? Probabilmente hanno ragione i suoi avversari, è antipatico, presuntuoso e forse anche un bugiardo perché non dice le cose come stanno, ma questo è quello che l’Italia vuole, avendo scoraggiato e avversato costantemente ogni imprenditore e amministratore onesto spingendo i propri migliori cittadini ad emigrare o a vivere una vita mediocre in un paese decadente. Oggi dunque bisogna fare i conti con il nuovo amministratore della Chrysler, perchè non ho creduto nemmeno per un secondo che la Fiat abbia comprato la Chrysler e non viceversa, che sta cercando di fare leva sul massimalismo e l’anti-capitalismo italiano per farsi buttare fuori dal paese eliminando così tutti i vecchi rimasugli della politica di collusione con lo stato italiano che lo legano ancora a questo territorio, primi fra tutti la maggior parte degli stabilimenti costruiti con i contributi pubblici per soddisfare le esigenze delle politiche economiche, stabilimenti che mai la FIAT avrebbe costruito e che verranno progressivamente abbandonati insieme a tutta la forza lavoro non richiesta e per la quale la FIAT non si sente più di dover pagare, avendo capito che l’epoca in cui gli aiuti di stato arrivavano a richiesta è finita, che l’Italia è un paese in bancarotta. A mio modo di vedere questo è quello che Marchionne sta facendo, in modo spietato a volte, gettando fumo negli occhi dei burocrati e politicanti altre volte, ma questo ripeto è quello che il falso-ideologico dell’economia di mercato sociale che lo stato italiano ha generato, e con la quale oggi deve i conti. Questo è il prezzo da pagare ogni qual volta si inventano settori strategici da sostenere a qualsiasi costo anche socializzando le perdite, prima o poi si deve mettere in conto che quelle aziende ‘salvate’ non saranno riconoscenti seguiranno comunque la loro convenienza e lasceranno l’economia nazionale o per morte naturale o per trasferimento.

*thextremista.blogspot.it

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One Comment

  1. gigi ragagnin says:

    purtroppo è tutto vero.

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