La fiamma dei valori. Import-export da strada e sentenze sugli stupri

albania-mappadi ROMANO BRACALINI – (una vicenda giudiziaria dimenticata di qualche anno fa, che richiama però alla memoria il rapporto tra giustizia e immigrazione. Per non dimenticare. La redazione) Il procuratore di Bologna, Enrico Di Nicola, nome indubitatamente felsineo e stracarico di valori e di dottrina, ha voluto apporre all’odioso stupro della ragazzina quindicenne il commento inusitato e fuori luogo sul destino cinico e baro che fornirebbe ampie attenuanti agli stupratori e sulle oggettive responsabilità morali che risiederebbero altrove. Riemerge insomma
dalla cenere dei tempi la verità rivoluzionaria che la colpa è sempre della società borghese e di chi ne incarna gli stili e i valori. Il ragionamento si completa dell’assioma, il quale parrebbe veterorivoluzionario come Capanna, che è stata commessa la colpa perché i colpevoli non sono stati illuminati dall’esempio che deve venire dall’alto, in mancanza del quale i poveri peccatori, loro malgrado, si sarebbero fatti irretire dall’invincibile richiamo della foresta.

Sarebbe forse inutile ricordare all’Eccellenza, secondo l’appellativo spagnolesco ancora in vigore in certe procure, che a Milano c’è un detto che con ispida essenzialità suona così: “Offelè, faa el to mestee”.Uno spezzone di saggezza ambrosiana che ricorda al colto e all’inclita il dovere di non sconfinare dalle proprie competenze, quando esse siano riconosciute.
Al signor procuratore saremmo già grati se riuscisse a dare, quanto prima, una svolta alle indagini lasciando ad altri il commento sociologico sul bene e sul male che determinerebbero il diverso peso della colpa, se non l’assoluta irresponsabilità del reo. Una volta il ruolo della giustizia era quello della riabilitazione civile e morale nella giusta sanzione. Se stiliamo un’arida e pur feroce classifica degli stupratori professionali che, per così dire, hanno già vinto l’hit parade della categoria, troviamo accanto agli immancabili albanesi, i rumeni e parecchi maghrebini di contorno.

Se davvero, come pare al procuratore, alla base di certo comportamento tribale di tanti ospiti indesiderati ci fosse una mancanza di valori, cosa aspetta l’esimio magistrato a rintracciarli nei loro Paesi d’origine invece di trovare un facilee inesistente appiglio nelle supposte mancanze di casa nostra? Ma forse il magistrato, nell’eccedere in un giudizio che esula dal suo ufficio, ha voluto soltanto rendere un servizio più alla fede politica che alla giustizia indipendente e equilibrata.

Fino a prova contraria italiani e stranieri, senza eccezioni o sconti, sono tenuti all’obbligo del rispetto delle leggi e se queste leggi sono sbagliate, o si crede discendano da una logica di parte, si cambiano ma non sta al magistrato farne l’esegesi non richiesta. Fare le leggi
spetta al legislatore eletto dal popolo. Ai magistrati si chiede solo di applicarle, cosa che non sempre fanno. Il resto non è affar loro. Quanto all’assenza di valori e di principi etici in questo Paese c’è solo l’imbarazzo della scelta ma l’esempio viene da lontano e non occorre che il procuratore ce lo ricordi. Fa solo ridere l’idea, forse formulata in un momento di abbandono dovuto alla calura, che certi malviventi stranieri venendo da Paesi in cui il rispetto per la persona umana si combina come la coltivazione della noce di cocco in Alaska, perdano i loro freni inibitori in Italia, dove sarebbero venuti con le migliori intenzioni, e si consegnino per delusione al delitto e all’impostura. Gli altri traviano e loro sarebbero le vittime.

Se avessimo avuto la forza di non ridere subito, il procuratore di Bologna alla fine ci avrebbe rivelato (come poi ha fatto) che il mandante
odioso dello stupro è Berlusconi e che i poveri stupratori non hanno fatto altro che seguire gli esecrabili esempi che egli ispira. Il dottor Di Nicola, sia detto per curiosità, solo per una I al posto della E non è omonimo del primo capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, che fu anche il primo monarchico a capo di una Repubblica. Ma la scuola giuridica da cui proviene il Di Nicola magistrato dev’essere quella stessa del De Nicola avvocato e presidente monarchico. Ora, a quale scala dei valori, più che al culto della pizza Margherita, siano improntate le abitudine e gli usi quotidiani di Napoli è risaputo. Ma a quale mancanza di valori il dottor Di Nicola farebbe riferimento dovendo dare un alto giudizio sociologico dell’O. K. Corral praticamente quotidiano che si svolge a Napoli?

La guerra di camorra, che quanto meno non sembra preoccupare troppo le istituzioni campane, non sembrerebbe essere ispiratrice di alti valori. Però non c’è mai stato un procuratore di una qualsiasi procura ex borbonica che abbia intravisto in ciò un difetto di civiltà o un motivo di esecrazione per un’intera città. Giacché le responsabilità sono forse equamente distruibuite. E quali valori incarneranno i 200 popolani napoletani che per liberare un camorrista arrestato dai poliziotti hanno gettato loro addosso acqua saponata perché il reo o “l’eroe” scivolasse via meglio? A meno che di quel che succede a Napoli non sia responsabile il solito destino cinico e baro e non un secolare e inimitabile costume che l’ozio procurato alimenta con una costante e vivace fantasia.

È dai tempi di Masaniello che a Napoli si fa commercio di “pelli” a buonmercato e non parrebbe né utile né di buon gusto andare a ricercarne le cause fuori dei confini aviti. Il carattere fantasioso e pieno di risorse della città ebbe modo di manifestarsi durante l’occupazione alleata nel 1944 quando gli americani che vedevano scomparire interi magazzini di merce, treni e piroscafi sotto i loro occhi credettero opportuno mettere fuori della città un cartello ammonitore che diceva: “Città di ladri”.

Anche allora, complice la borsa nera, i valori etici latitavano e gli unici valori che contavano erano il pane, il burro, l’olio, la prostituzione e qualche furto con destrezza per non perdere il vizio. Il modello di valori di cui, a sentire il dottor Di Nicola, gli stupratori albanesi e rumeni, col contorno di maghrebini, sarebbero alla spasmodica ricerca, per naturale istinto di onestà e, non trovandolo, sarebbero costretti a darsi al delitto, è un sillogismo maldestro e risibile che non sta in piedi nemmeno con gli spilli.

Perfino la Livia Turco, benché al riparo da simili pericoli, avrebbe dato dello stupro di Bologna (e di quelli che l’hanno preceduto e seguito), un giudizio più ponderato, responsabile e cauto, non convenendole nemmeno investigare troppo sulla società dei valori che il beneamato Comunismo ha saputo costruire nelle ex colonie sovietiche dell’Est europeo. Est europeo da cui proviene lo stuolo di mignotte e stupratori che fanno il mestier loro al riparo nei giardini e nei viali notturni tenendo ben alta, si capisce la fiamma dei valori.

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1 Commento

  1. LUCANO says:

    Ora, a quale scala dei valori, più che al culto della pizza Margherita, siano improntate le abitudine e gli usi quotidiani di Napoli è risaputo…. il grande storico ha parlato ancora

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