FERRERO E MARONI: COSI’ DIVERSI, COSI’ UGUALI

di ROBERTO PIETROBON*

La Lega è – se si esclude il PD ma sarebbe troppo lungo argomentare il perché – l’ultimo partito leninista di massa rimasto in Italia.

Rifondazione è stato un partito leninista (anche stalinista per certi tratti) ed è stato anche di massa, nel senso che riempiva le piazze, che organizzava autonomamente le proprie manifestazioni, che aveva una forte base militante anche se, a differenza del leninismo classico, non ha mai avuto una connotazione ideologica omogenea e una gerarchia rigida, perché oltre alla superficie della “rifondazione del comunismo” le correnti ideologiche interna alla sinistra marxista ne hanno caratterizzato la storia e la vita interna.

La Lega è invece un movimento gerarchico, che applica alla lettera il centralismo democratico, che ha una rigida struttura piramidale, che ha un leader riconosciuto e con poteri di vita e di morte sui propri militanti. E dopo le prime fasi di un generico autonomismo ha saputo inventarsi una ideologia che ha funto da collante, la fantasiosa “indipendenza della Padania”. Un luogo geografico che non esiste ma con simbologia, rituali e strutture che hanno permesso di trasferire quello che, molto più compiutamente, seppe fare la sinistra, e il PCI in particolare, con la “via italiana al socialismo”.

Entrambe, Rifondazione e Lega, hanno provato a far convivere la “lotta e il governo”. Entrambe però hanno pagato – o pagheranno – lo scotto dell’impraticabilità di questa opzione.

Malessere diffuso nella base, disaffezione e disincanto nell’elettorato e soprattutto l’emergere pubblico di dinamiche implosive tra i gruppi dirigenti.

Se per Rifondazione per quasi 15 anni l’immagine pubblica fu rappresentata dal solo Fausto Bertinotti, la malattia di Bossi ha costretto la dirigenza leghista a buttare sul palcoscenico altre figure. Solo nell’ultima fase della Rifondazione bertinottiana – oltre a Vendola che era già divenuto Presidente, a sorpresa, della Regione Puglia – si sono visti altri dirigenti di quell’organizzazione apparire sullo scenario pubblico: dall’ex Segretario Franco Giordano, a Paolo Ferrero, a Gennaro Migliore e a Giovanni Russo Spena. Quelli che, a vario titolo, gestivano la rappresentanza politica del PRC nel e con il governo Prodi. Altri stavano nell’ombra o meglio erano assai presenti nel dibattito interno del PRC ma i loro nomi comparivano di rado anche se, poi, avranno un peso decisivo nelle vicende interne, da Claudio Grassi a Franco Turigliatto.

Questa però non è la storia del PRC ma il tentativo di analizzare la crisi (e il declino) di quel partito per ritrovarci le analogie con la Lega di oggi.

Bobo Maroni al di là dell’identica provenienza (Democrazia Proletaria) assomiglia molto a Paolo Ferrero. Entrambi ministri, il primo con risultati, dal punto di vista della propria parte politica, sicuramente migliori rispetto al secondo. Entrambi con l’ambizione da leader ed entrambi convinti di dover essere i prescelti del capo per la successione.

Paolo Ferrero quando nel 2006 si vide scavalcato da Franco Giordano alla Segreteria del PRC decise di dichiarare guerra direttamente a Bertinotti (che quella scelta impose) e a tutti i “bertinottiani”. Non pensate che, siccome lo fecero Ministro (il primo e probabilmente unico di Rifondazione), la cosa l’avesse “gratificato”. Anzi, aveva visto la polpetta avvelenata e infatti, da allora, si dedicò anima e corpo a costruire la vendetta molto più che a governare le deleghe ministeriali.

Mise insieme – dopo la disfatta dell’Arcobaleno e la conseguente uscita di scena di Bertinotti – tutto il malcontento che aveva covato dentro al PRC, unendo storie e filoni teorici che fino ad allora si erano gettati anatemi violentissimi (e non solo anatemi!). Lo fece in nome della “salvezza della Rifondazione” ovvero del mantenimento sic et simpliciter di un partito comunista in Italia. “A prescindere” avrebbe detto Totò.

Lo scontro fu violentissimo ma, alla fine, per citare una frase molto amata dallo stesso Ferrero, una minoranza molto organizzata riuscì a vincere su una maggioranza assolutamente disorganizzata.

Allora come oggi in nome del “purismo”, della ripresa delle “origini”, dell’ascoltare la “base”, dell’”identità” da riprendere. In una parola della paura. Sì, perché quella primavera del 2008 è stato per molti il terrore di sparire dalla Storia. Dopo 17 lunghi anni di resistenza.

Se vi ascoltate oggi Maroni i temi e il modo con il quale agita la pancia dei militanti, lo spirito proprio questo. “Cambiare per non morire, tornare ad essere di lotta e smettere i panni del governo soprattutto con quelli lì…”

Ricordo che feci decine di congressi di Rifondazione nel 2008 e la mia controparte diretta, ovvero i sostenitori della “mozione Ferrero”, aizzavano i nostri iscritti con lo slogan “mai più con il PD!”. Oggi Maroni dice più o meno le stesse cose nei confronti del PDL. Una mossa per agire verso la pancia di quei militanti che per la “ragion di stato” sono dovuti andare nelle piazze e nei gazebo a difendersi dalla accuse sulla “cricca”, sulla P3, sulle leggi ad personam esattamente come era successo a noi sulla precarietà, sulle pensioni, su Mastella…

Solo che il “basismo” regge se è genuino e realmente dal basso. E’ un po’ strano pensare che il “basismo” lo agiti chi ha condiviso fino all’ultimo minuto le sorti di un governo, è davvero difficile credere che la spinta arrivi magari da chi siede nelle giunte (o addirittura le guida) in alleanza proprio con quelli che certe cose le hanno partorite e difese e dalle quali si ritiene vitale dividersi (a Roma).

In Rifondazione ho visto persone votare la privatizzazione di una società pubblica il pomeriggio e tuonare la sera nelle assemblee del Partito contro i “liberisti del PD”.

Così come i “padanisti” duri e puri scagliarsi contro Roma ladrona e poi utilizzare l’auto blu per andare a trovare l’amante.

Ma le affinità non si fermano qui.

Anche in Rifondazione esisteva una sorta di “cerchio magico”, i cosiddetti “bertiboys”, ovvero la generazione di dirigenti cresciuti politicamente nella giovanile e quindi forgiatesi politicamente e ideologicamente sotto la segreteria Bertinotti. Il personaggio più di spicco era il capogruppo alla Camera Gennaro Migliore e forse contro di lui, più che contro Giordano e addirittura più che contro lo stesso Vendola, venne fatta la campagna più denigratoria in fase congressuale.

Proprio lui, come Ferrero, avrebbe potuto diventare Segretario nazionale nel 2006 ma, proprio per non spaccare il partito (sbagliando secondo me), Bertinotti optò per la scelta meno di rottura con Franco Giordano.

Ultima analogia sembrerebbe la strana coalizione che comporrebbe i “barbari sognatori” ovvero i maroniani. Dalle ricostruzioni stampa, iscritti d’ufficio ci sarebbero i governisti e moderati sindaci leghisti lombardi e veneti come i secessionisti più spinti e xenofobi come Borghezio.

Esattamente la stessa eterogeneità che regnava nella compagine che sostenne Ferrero nel famoso Congresso di Chianciano, dai troskjsti più intransigenti agli istituzionali più incalliti di Umbria ed Emilia.

Le analogie si fermano qui, la Lega è un partito che poco o nulla ha fatto rispetto alla tanto declamata “indipendenza della padania” preferendo cavalcare di volta in volta le paure e gli istinti più bassi del profondo Nord, dall’odio verso lo “straniero”, alle campagne verso i “diversi”, fino alla difesa corporativa degli allevatori delle quote latte o alla copertura dell’evasione fiscale.

Rifondazione con tutti i suoi limiti è stata un’esperienza straordinaria nel panorama della sinistra europea e mondiale che però aveva un non risolto, ideologico e politico (riforma o rivoluzione? Lotta o governo?), che è esploso nell’esperienza del secondo Governo Prodi.

Ma penso anche la Lega.

Come andò a finire per Rifondazione è noto. E a sinistra non è che ce la passiamo molto bene, fuori e dentro il PRC.

Vedremo se anche per il sole delle alpi sia giunto il momento del tramonto.

*www.alasinistra.org

 

Print Friendly, PDF & Email

Related Posts

3 Comments

  1. Arcadico says:

    …Malessere diffuso nella base, disaffezione e disincanto nell’elettorato e soprattutto l’emergere pubblico di dinamiche implosive tra i gruppi dirigenti.

    Manca una cosa!

    Scollamento territoriale tra elettori e i ‘presunti’ dirigenti locali!!!

    Qui nel lecchese se ne son viste di tutti i colori!!!
    (Chiedere agli addetti ai lavori)

    Si va dal … ‘scompiscarsi dalle risate’ … al ‘rabbrividirsi’ per l’allontanamento di tante persone perbene!!!

    Il tutto per la politica di chi ha scambiato la Lega per l’ufficio collocamento!

    Allucinante!!!

    Ragazzi che delusione e che pena!!!

    Il bello è che non si vede non dico la fine ma almeno un briciolo di … pulizia!!!

    PRETENDONO pure che dopo le EPURAZIONI e gli ALLONTANAMENTI più o meno volontari gli si dia ancora il voto!!!

    SI può dire … DEMENZIALE??

    E infatti i risultati amministrativi territoriali da 3 anni … non esistono !!!

    E Bellerio o chi per esso che fa?

    Assiste silente!

    ORA anche noi sappiamo il perchè …dinamiche implosive tra i gruppi dirigenti!!!

  2. fabio ghidotti says:

    cosa c’entra Paolo Ferrero con la sinistra? E’ solo uno dei tanti piemontesi che escono dalle fogne quando è in pericolo la cosiddetta unità d’Italia…
    O pensate forse, per fare solo un esempio, che il movimento operaio si senta minacciato dal Giro ciclistico della Padania?

  3. Daniele says:

    Analisi interessante che conferma che questa Lega è tutta da buttare, almeno nei suoi vertici!

Leave a Comment