Ferdinando d’Asburgo: unità d’Italia, inizio della distruzione

di Daniel Moscardi – A volte la scoperta di un documento inedito di un secolo e mezzo fa può far riflettere sullo stato delle cose attuali. Se è ormai un fatto storico accertato che la creazione dell’Italia unita fu ottenuta con la truffa e con l’inganno, dovremmo poi stupirci di ciò che l’Italia è oggi?  Il documento in questione è la testimonianza di uno dei “vinti della storia”, uno che la storia dovette subirla, e si vide portar via il proprio regno. Si tratta del proclama ufficiale di protesta scritto da colui che si considerava ancora “legittimo proprietario” del Granducato di Toscana, Ferdinando IV di Asburgo Lorena. Il documento fu stilato dall’esilio temporaneo di Dresda, dove Ferdinando era riparato ospite del suocero Re Giovanni di Sassonia, all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia, nel Marzo del 1861.

Anche tra gli appassionati di storia pochi sanno che Ferdinando IV di Asburgo Lorena (1835-1908) fu, almeno nominalmente, l’ultimo Granduca di Toscana. Primogenito e quindi erede al trono di Leopoldo II, Ferdinando assunse il titolo granducale nell’esilio d’Austria, dopo che il padre era stato costretto ad abdicare dall’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, nel Luglio del 1859.

Costretto alla fuga da Firenze, assieme al resto della famiglia Granducale, il 27 Aprile del 1859, Ferdinando visse quella data da vittima inerme, succube delle fatali indecisioni del padre, che anche nelle ore decisive che precedettero la partenza lo tenne in disparte. Nel tardo pomeriggio di quel mercoledì dopo Pasqua, infatti, il Granduca Leopoldo e la sua famiglia lasciavano per sempre Firenze in direzione di Bologna e da lì a Vienna con poco più che i vestiti indosso, avendo scelto di abbandonare la Toscana piuttosto che provocare (improbabili) spargimenti di sangue a causa dei (pochi) tumulti inscenati ad arte dagli agenti piemontesi inviati allo scopo a Firenze.

In realtà tutto quello che accadde fu l’esposizione del tricolore italico alle finestre di alcuni edifici già predisposti in precedenza da chi aveva organizzato la cosa, in modo da far credere al Granduca che la città era tutta dalla parte del Piemonte. Fu una semplice quanto abile operazione di propaganda da parte di poche centinaia di persone, tra i quali vi erano certamente alcune decine di carabinieri piemontesi travestiti da civili, inviati da Cavour a Firenze in segreto nelle settimane precedenti.

La storiografia ufficiale (quella appunto scritta dai vincitori) negli anni ci ha propinato la favoletta del tiranno oppressore che fugge inseguito dalla folla ormai pronta alla sollevazione in massa. Altra menzogna fra le tante costruite ad arte per giustificare l’unità d’Italia.

Niente di tutto questo. E’ noto che i fiorentini si tolsero il cappello e salutarono rispettosamente “il babbo” (così veniva chiamato affettuosamente il sovrano dal popolo) mentre percorreva il tragitto che da Palazzo Pitti lo portava verso la via Bolognese. Pochi in realtà sapevano cosa stava accadendo, tranne gli organizzatori dei “tumulti di piazza”, e sicuramente il Granduca stesso pensava, come accadde 11 anni prima, che si trattasse di un esilio temporaneo. Ma così non fu.

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Carattere e temperamento deciso, praticamente l’opposto di suo padre Leopoldo, Ferdinando tentò fino all’ultimo (ovvero fino al 1866, quando l’Austria riconobbe ufficialmente il Regno d’Italia) di rientrare in possesso del Granducato, soprattutto dopo l’esito della pace di Zurigo tra Francia e Austria, seguita alla battaglia di Solferino e San Martino, che vide perdite spaventose da entrambe le parti. Le clausole di pace prevedevano espressamente il rispristino dello status quo ante per Toscana, Parma e Modena, anche se tali clausole rimasero vaghe in quanto a modi e tempi.

Ferdinando ebbe la sfortuna di avere come diretto avversario un personaggio altrettanto deciso e autoritario come Bettino Ricasoli, che non per niente si meritò il nomignolo di “Barone di ferro”. Ricasoli era di fatto il nuovo dittatore della Toscana, e non aveva nessuna intenzione di mollare la presa. Occorreva sancire al più presto il passaggio da stato indipendente alla “unione col regno Sabaudo”, e occorreva farlo con una parvenza di legalità. Fu così che fu indetto il plebiscito del marzo 1860 che ebbe poi a rivelarsi come una farsa assoluta, con il popolino messo in fila davanti a due urne, quella del SI e quella del NO, con le schede del NO (all’unione col Piemonte) praticamente introvabili dato che i tipografi incaricati della stampatura delle schede vennero opportunamente “visitati e ammoniti”. Chiamateli pure brogli ante litteram se volete. Naturalmente i risultati furono scontati, con l’unica eccezione di Castiglion Fibocchi, nell’aretino, dove i NO superarono i SI, così che a Ferdinando fu affibbiato il nomignolo di “Re di Castiglion Fibocchi”. Inutile dire che questa storia dei plebisciti-farsa con risultati bulgari fu la stessa negli altri stati annessi al Piemonte e identica fu ripetuta per il Veneto nel 1866.

Nella sua protesta ufficiale Ferdinando non usa mezzi termini nel denunciare i metodi usati per impossessarsi dei “regni altrui” e parte dal fatto che i vari regnanti degli Stati italiani erano tutti imparentati fra loro. “Ponendo in non cale i più naturali riguardi di parentela”, tradotto in italiano dell’inizio del terzo millennio vuol dire “fregandosene del tutto” del fatto che Vittorio Emanuele II e Ferdinando erano in realtà cugini in quanto la madre di Vittorio Emanuele, Maria Teresa di Asburgo Lorena (1801-1855) era zia paterna di Ferdinando.

Quando parla di “privati assalitori”è chiaro il rifermento a Garibaldi e alla sua spedizione in Sicilia che sarebbe andata poco lontano senza l’appoggio della marina di sua Maestà britannica e relative mazzette versate ai generali borbonici con la promessa di passaggio al futuro esercito italiano. La resistenza “cui si tenta di venire a capo…collo stato d’assedio e colle fucilazioni” era quella della guerriglia legittimista borbonica in varie parti del Regno delle Due Sicilie, opportunamente bollata (dai vincitori) come “brigantaggio”. Oggi il termine sarebbe “insurgents”, così come “portando la guerra là dove non era stata dichiarata”, oggi si chiama opportunamente “restoring democracy”. Niente di nuovo sotto il sole.

Amaramente, il proclama si conclude con la speranza che le potenze europee non riconoscano il nuovo stato,”espressione dell’illegittimo ordine di cose momentaneamente prevalso in Italia”. Ferdinando aveva visto lontano, chiamando le cose per nome. Il fatto che una nazione nasca “con l’intrigo e la violenza” dovrebbe farci riflettere sugli effetti prodotti su milioni di italiani che hanno subìto sofferenze ed ingiustizie, costretti a lasciare i loro luoghi natii e andare a cercare miglior fortuna altrove. L’emigrazione italiana nel mondo nasce di fatto grazie all’unità d’Italia.

Ferdinando si spinge oltre ed auspica un concetto che “doveva e poteva conciliarsi” con le esigenze dei vari stati italiani: quello federativo, visto come unica soluzione per la penisola data “la disuguaglianza delle indoli e la diversità degli interessi locali”. Parole scritte da qualcuno che aveva già intuito verso che razza di disastro una unione forzata e artificiale ci avrebbe condotto.

Di seguito il testo integrale del proclama di protesta di Ferdinando IV.

Durante due anni il Piemonte ha svolto la sua opera sovvertitrice, non repugnando a mezzo alcuno ed alternando l’intrigo con la violenza. Dopo aver allontanato i legittimi Principi, o manomessa l’integrità dei loro domini, calpestando i più sacri diritti, dimenticando il rispetto dovuto alla maestà del Sovrano Pontefice e compromettendo gli augusti interessi del Cattolicesimo, ponendo in non cale i più naturali riguardi di parentela, prezzolando il tradimento, portando la guerra là dove non era stata dichiarata o senza che fossero spirati i termini fissati dalle trattative diplomatiche in corso, connivendo con i privati assalitori, disapprovati finchè l’impresa non fosse compiuta, glorificati poi quando si è potuto profittare del risultato: dopo aver progressivamente imposto a tutti gli Stati d’Italia un sistema di annessioni che si è preteso dalla libera volontà dei cittadini per via di un suffragio universale, che l’ignavia di alcuni, le blandizie e la corruzione impiegate a riguardo di altri, il terrorismo esercitato sui più hanno reso illusorio, e contro il quale in varie parti d’Italia ha protestato già una resistenza di cui si tenta di venire a capo cogli ordini del giorno i più feroci, collo stato d’assedio e colle fucilazioni; dopo avere, sotto colore di patriottismo sacrificati gli interessi e il legittimo amor proprio di ciascuno degli Stati d’Italia all’egoismo di uno fra tutti e all’ambizione della sua Dinastia, il governo Piemontese ha voluto riassumere in una parola il già fatto, e il Re Vittorio Emanuele ha preso il titolo di Re d’Italia.

La proclamazione del Regno d’Italia sancisce per i singoli stati della penisola la distruzione individuale, senza di cui sarà sempre vano sperare il benessere e la tranquillità d’Italia e che, resa necessaria dalla lunga abitudine, dalla disuguaglianza delle indoli e dalla diversità degli interessi locali, fatta cara e gloriosa dalle antiche e belle tradizioni, poteva e doveva conciliarsi, mercè il concetto federativo, col ripristinamento della potenza italiana.

La proclamazione del Regno d’Italia, rovesciando tutta l’organizzazione politica della penisola, mentre viola i diritti delle legittime Dinastie, distrugge unilateralmente i trattatati fondamentali cui presero parte tutte le potenze d’Europa, contraddice apertamente alle stipulazioni di Villafranca, le quali, confermate a Zurigo col concorso del Re di Sardegna, dovevano essere la base del nuovo diritto pubblico italiano.

Nell’interesse degli imperscrittibili diritti della Nostra Dinastia, nell’interesse del vero bene della Nostra diletta Toscana e dell’Italia tutta, Noi, riferendoci alle proteste anteriormente emesse dal Nostro amatissimo Genitore e da Noi stessi, ci crediamo ora in dovere di protestare, siccome protestiamo nel modo il più violento, contro questo atto del Governo del Re Vittorio Emanuele ed abbiamo fiducia che le Potenze Europee, molte delle quali hanno dato più di una volta al Piemonte segni pubblici della loro disapprovazione non saranno per riconoscere un titolo, che è l’espressione dell’illegittimo ordine di cose momentaneamente prevalso in Italia”

Dresda, 26 Marzo 1861

                                                                                                                          “firmato Ferdinando”

 

fonte https://www.riscossacristiana.it/allorigine-dei-nostri-mali-un-documento-inedito-di-daniel-moscardi/

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3 Comments

  1. Luca says:

    Grazie.

  2. Carissimo Luca, complimenti! il suo commento è la più bella lezione della Storia vera, quella che non ci insegnano i libri scolastici!
    grazie mille, che Dio ti benedica!

  3. Luca says:

    Interessante. Ricordiamo anche coloro che spinsero i Piemontesi ad aggredire gli altri Stati.
    Torino subì un’invasione di 40000 esuli dopo il 48′, sia del nord che del sud, che usarono i Piemontesi per prendersi la loro Unità Italiana :
    —————————————–
    -“E noi, esuli infelici e perseguitati, balestrati dalla burrasca politica fuori del nostro paese ma troppo lieti di trovar ricovero in questo Magnanimo Piemonte, sacrario augusto della italianità, noi rivolgiamo a voi, elettori subalpini e liguri, fratellevoli preghiere, perchè vogliate
    compiere il voto di tutti i buoni e salvare l’Italia” – Giuseppe Massari -1849 .. https://archive.org/details/bub_gb_tOoWMmlizD0C
    ——————————————
    – Qua Gilberto Oneto racconta la storia di questi esuli che convinsero i piemontesi a conquistare il sud (dal minuto 6: 52 ): https://www.youtube.com/watch?v=fxiaRvHP2SA
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    Dal sito della Treccani:
    “UNITÀ ITALIANA. – Associazione segreta che si formò in Napoli nel giugno del 1848, quando, dopo i fatti del 15 maggio, i patrioti di quella città decisero di congregarsi al fine di abbattere il governo borbonico, con aspirazioni verso Carlo Alberto e il Piemonte.”
    http://www.treccani.it/enciclopedia/unita-italiana_(Enciclopedia-Italiana)/
    https://babel.hathitrust.org/cgi/pt?id=hvd.32044061707733;view=1up;seq=7
    ——————————————————–
    Il CAMPANO De Sanctis sulla conquista del Veneto del 1866 : “Ora noi vogliamo vincere, dobbiamo vincere; dunque non gridi, ma fucilate, non parole, ma baionettate, non chiacchiere, ma cannonate: dunque abbasso le dimostrazioni! Viva i fatti!
    La gioventù napoletana non ha bisogno di esortamenti; agli abitanti delle terre dei vulcani ci vuol freno non spinta. I giovani dissero otto sere fa: i fatti li faremo. Ebbene il tempo è venuto”
    http://www.liberliber.it/mediateca/libri/d/de_sanctis/scritti_politici/pdf/de_sanctis_scritti_politici.pdf
    ————————————————–
    Francesco Saverio Nitti ricorda come loro, gente del Sud, sognassero l’Unità d’Italia :
    “A Vincenzo Nitti, mio padre
    E A Vincenzo Nitti, mio figlio
    Con queste poche parole, pubblicando per la prima volta i Principi di scienza delle finanze, io avevo voluto ricordare la gratitudine per mio padre ed esprimere le speranze nel mio primo figliuolo.
    Son passati venti anni dalla prima edizione e tutto intorno a me è mutato.
    Il mio povero padre è morto dopo una lunga vita di lavoro.
    Discendente di una famiglia in cui da secoli era il culto della libertà e la fede della democrazia, antico milite della Falange Sacra di Mazzini, antico soldato di Garibaldi nelle guerre dell’ Indipendenza, avea, nelle vicende non sempre liete della sua vita, conservato la immutabile fede nella patria e un amore della libertà, ch’era quasi insofferenza di ogni vincolo.
    Suo padre, medico insigne e umanista sapiente, era stato trucidato nella reazione borbonica dell’aprile 1861 e dalla terra nostra ai piedi del Vulture, da Venosa, s’era iniziato con la sua uccisione quel movimento che per cinque anni funestò largamente il Mezzogiorno d’Italia.
    Era un antico carbonaro : avea voluto che nel 1848 due suoi figliuoli fossero condannati a morte, piuttosto che servire sotto le bandiere borboniche.
    Avea mandato egli stesso mio padre nelle schiere garibaldine.
    Viveva dei suoi studi e del suo apostolato ; confinato dalla violenza del Governo nella sua piccola città nativa, avea sotto tutte le persecuzioni, aumentato il suo fervore.
    Era uomo virtuoso e religioso : nelle piccole chiese della mia terra si cantano ancora i suoi inni sacri.
    Fu trucidato perchè, di fronte agli invasori, che volevano costringerlo a gridare evviva
    al Re di Borbone, gridò : Viva l’Italia !
    Il suo cadavere venerando fu fatto a pezzi e l’antica casa dove molte generazioni si eran seguite, tutte intente al lavoro e tutte raccolte nello stesso spinto religioso, fu incendiata.
    Ho riunito dopo molti anni solo pochi libri scampati alla distruzione.
    Visse come un savio e morì come un eroe e di niuna cosa sono più grato a mio padre che di avermi imposto il suo nome. https://archive.org/stream/principidiscienz00nittuoft#page/n10/mode/1up
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    Centosessanta veneti tra i Mille con Garibaldi:
    “Italia Libera, Roma Libera, Venezia Libera e Giuseppe Garibaldi Liberatore. Non si tratta di slogan risorgimentali, ma dei nomi dati ai propri figli da Pietro Freschi, nato ad Altavilla Vicentina nel 1842, che ricorda in questo modo curioso il suo passato di garibaldino.” http://ricerca.gelocal.it/mattinopadova/archivio/mattinodipadova/2010/05/05/VT1MC_VT101.html?

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    Il VENETO Manin sui Savoia e sull’ Unità :
    — Dovendo l’Italia avere un re, non poterlo avere altrimenti che in Vittorio Emanuele: gl’italiani tutti, amanti d’indipendenza , concorressero operosi intorno a questo miracolo di re, e farebbero l’Italia indipendente e libera :
    andassero ormai sbandite e dimenticate le sette, le divisioni e le gelosie passate, e financo le proprie inclinazioni e simpatie, e fosse il grido comune dall’un capo all’altro della penisola: Vittorio Emanuele Re d’Italia. — https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n15/mode/2up
    — Ho veduto la settimana scorsa il contino Casati. Parlando di Napoli, gli dissi che se la rivoluzione rovesciasse il Borbone , dovrebbe proclamare Vittorio Emanuele re d’Italia.
    Ed egli rispose: Magari ! https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n85/mode/2up/search/emanuele
    — Ai Repubblicani della Giunta Nazionale d’Azione :
    Dopo le vicende del 48 e del 49 la politica dinastica, in Piemonte, deve consistere necessariamente nel vincere lo straniero, e nel riunire tutta la Penisola sotto lo scettro di Casa Savoia. Se così non fosse, qual significato avrebbe la bandiera tricolore nelle file dell’esercito sardo?
    Questa bandiera, o signori, che attira sul governo del re tante minacce e tanti pericoli…, questa bandiera, salutata con amore dal nobile figlio di Carlo Alberto, è un testo luminoso che non ha bisogno di commento.
    Dunque Casa Savoia vuole, come noi, l’indipendenza e l’ unità d’Italia.
    Questo santo scopo Vittorio Emanuele, secondato dall’opinione liberale, avrebbe i mezzi di raggiungerlo quando che sia.
    Perchè dunque, invece di rendere forte il Piemonte coll’opera del vostro senno e del vostro braccio , voi attendete ad infievolirlo, opponendo in Italia allo stendardo regio un altro stendardo, lo stendardo repubblicano?
    Per la memoria di Dottesio e di Sciesa (dirò con Giuseppe Mazzini), per le migliaia che gemono nelle prigioni, pei milioni che gemono oppressi dalla doppia tirannide, pei centomila Austriaci stanziati nelle nostre contrade, per la battaglia suprema che ci pende sopra, la patria v’ intima silenzio….
    Dare vanti al nemico voi non dovete discutere che del come atterrarlo, del come inspirare fiducia nel popolo, dargli armi e cartuccie dove ei ne manca , del come accentrare tutti gli elementi a un disegno, ad una mossa… nel gran giorno della vendetta nazionale.
    Repubblicani d’Italia, siate italiani!
    L’impresa della nostra politica redenzione voi non potete assumerla coscienziosamente se non quando il Piemonte vi avrà rinunciato , abolendo lo Statuto e rinnegando la bandiera nazionale.
    Ma oggigiorno il Piemonte, malgrado i mille ostacoli che sorgono ad impedirgli il passo, procede sulla buona via: dovete dunque seguirlo.
    S’arresta egli? Dovete stimolarlo. Vacilla?
    Dovete sostenerlo acciò non cada. Guai a voi , se il Piemonte cadesse!
    Caduto il Piemonte, voi non avreste la repubblica, siatene certi; ma, dopo inutili conati per riuscire Italiani, vi ritrovereste un bel giorno o Tedeschi o Francesi. Avvertite alle condizioni politiche della patria nostra.
    Noi abbiamo nemici palesi, nemici occulti, e freddi o falsi amici. Avversando il Piemonte, voi dunque, con intenzioni pie, attendete a colorire disegni parricidi ; predicando la repubblica nazionale , voi vi adoperate in prò dello straniero. Il caso è serio!…. pensateci seriamente. https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n145/mode/2up/search/emanuele
    — Persona molto intelligente che viene da Torino m’assicurava che ivi è ancora prevalente e quasi esclusiva l’idea del Regno dell’ Alta Italia.
    Quello che non so comprendere, e che non vogliano discutere, nè lasciar discutere l’ipotesi della rivoluzione.
    Comunque sia, diletto amico mio , stimerei opportuno seguire il sapiente proverbio veneziano : « Se tutti dicono che sei ubbriaco, vattene a letto. » Buona notte.
    https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n59/mode/2up

    ———————————————-

    – Il pugliese Giuseppe Massari, esule a Torino per una decina di anni, scrisse:
    “Né la stampa italiana falli al suo debito; non ci era su questo argomento nessuna diversità di linguaggio : a Torino la Concordia ed il Risorgimento, a Genova la
    Lega italiana ed il Corriere mercantile, a Firenze la Patria e l’Alba, a Pisa l’Italia, a Roma il Contemporaneo, a Bologna il Felsineo, svolgevano lo stesso tema,
    bandivano lo stesso principio : Italia ab exteris liberanda..
    Il Piemonte era stato l’ultimo ad entrare nella via delle riforme, ma ad un tratto aveva occupato il primo posto; il giorno in cui Carlo Alberto si appigliò alla risoluzione magnanima, fu gioia indescrivibile da un capo all’altro d’Italia, poiché tutti o per istinto o per ragionamento sentirono e compresero che finalmente la causa della indipendenza nazionale aveva la sua spada.”
    https://archive.org/stream/bub_gb_lUWVHnrZbpQC#page/n19/mode/2up/search/spada

    ——————————————–
    Come i Veneti cercarono di fare proseliti a Torino, moltiplicando gli “apostoli”, per convincere i Piemontesi a
    fare l’Italia Unita : https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n81/mode/2up/search/apostoli

    ———————————————————
    ” Si; la Lombardia che geme crede ìn quel principio,che unanime acclamava nei giorni della speranza ; tien
    fiso lo sguardo in questa bandiera italiana che sventola nelle città subalpine; confida in questa stirpe di
    principi (Savoia ndr) che è ferma nei suoi giuramenti; spera in questa libera terra (il Piemonte ndr.), ove è nerbo di forze italiane, politica onestà, amore di libertà ordinata e fede nell’avvenire d’Italia.
    Torino, il 15 febbraio 1853
    ANTONIO CASATI https://archive.org/stream/milanoeiprincip00casagoog#page/n14/mode/2up

    ————————————————–
    Il lombardo Giuseppe Robecchi:
    ” No, la causa d’Italia non è perduta. E la causa della verità, e della giustizia; e la verità e la giustizia non muoiono mai.
    Guardati però intorno o CARLO ALBERTO. Vedi?
    T’hanno lasciato solo a difenderla.
    Il Borbone di Napoli vagheggia il ritorno de’ bei dì dell’ assolutismo, e prepara prigioni e patiboli pel Popolo che lo forzò al dono del 29 gennaio; è una belva: avea cambiato il pelo, ma non il vizio.
    Pio Nono ha abdicato alla supremazia morale del mondo: anch’egli fece per viltà il gran rifiuto, e spaventalo del bene che inconscio aveva fatto , al mondo scandolezzato annunzia, ch’egli è
    innocente del delitto d’aver benedetto Italia e libertà.
    Leopoldo non aveva creduto che il rimbombo de’ cannoni potesse rompere l’alto sonno nella testa a Toscana sua; vistala svegliarsi, fuggi, e nell’esilio distilla papaveri per il dì che la mano dell’austriaco lo ri-
    ponga sul trono. Vili, mentitori a coscienza e a giustizia, traditori a Dio e al Popolo, l’hanno lascialo solo! Ma con Lui è la fede, e l’amore; la fede inconcussa noveri eterni, l’ amore indomito del bel Paese.
    Intorno al trono cento codardi pregano pace; pace insinuano Francia ed Inghilterra, invide e pau-
    rose della futura grandezza d’Italia, e l’Austria che crede appena alle insperate sue vit-
    torie dimanda pace.
    Pace? No: prima dovrai sgombrare dal suolo d’Italia, poi parleremo di pace.
    E allo levato qui sventola il tricolore vessillo; e intorno a lui si raccolgono quanti hanno in cuore amore di Patria; sono ristorate, rifornite, rafforzate, raddoppiatele file dell’esercito, ancora glorioso.
    Ei viene, e le scorre, e le numera; sono centomila combattenti, agguerriti, animosi.
    Oh quanto gli tarda di varcare il Ticino!
    O Lombardia, terra diletta, è presso al suo termine il tuo martirio; o Venezia, resisti, resisti ancora, fra poco verrò.
    Novara! Ah è dunque delitto per un Re il combattere per l’indipendenza e la libertà de’ suoi Popoli; è il più nero de’ delitti, perchè io non so che delitto mai sia stalo più barbaramente punito di quello di CARLO AL-
    BERTO.
    Novara! è un mistero d’iniquità cui t’ accosli con ribrezzo , e che tremi di vedere svelato. Novara! chi ha cambiato i prodi in vigliacchi, i soldati in assassini? *
    […]
    Miserabili! che cosa speravate? Che Italia avrebbe rinunciato alla sua indipendenza, alla
    sua libertà? Sentitela, ora più che mai Italia freme libertà, indipendenza… e l’avrà.
    https://archive.org/stream/bub_gb_skJMqChoeJIC#page/n11/mode/2up

    ——————————————-
    Pensieri intorno alla politica da seguitare in Toscana:
    ” La battaglia di Novara non era perduta per il solo Piemonte, ma lo era anche per lnUi gli stati Italiaoi che avevano col Piemonte combattuto, e dopo l’ ìntervento francese a Roma era divenuto per la Toscana improbabile d’evitare l’austriaca uccupazione.
    Le truppe austriache occuparono il Granducato perchè era vinto il Piemonte;
    […]
    non dimentichi infine il Governo che un sentimento d’indipendenza nazionale, santificato dalla memoria di
    un Principe magnanimo [Carlo Alberto] , che perdè per l’Italia il trono e la vita; dall’eroica difesa di tante città; dal sacrifizio di tanti animi generosi; dall’entusiasmo quantunque sregolato di un
    popolo di ventiquattro milioni che si credeva estinto per sempre; è una forza che non muore, nè si può fare morire, ma che è sapienza e onestà di uomo di Stato di dirigere e governare a buon fine ”
    https://archive.org/stream/bub_gb_MP-8AIR-NJQC#page/n9/mode/2up

    ———————————————–
    Il lombardo Cesare Correnti – I dieci giorni dell’insurrezione di Brescia :
    ” A confermarli nel qual proposito si aggiunsero verso il mezzo novembre i conforti de’ fuorusciti Lombardi , che in gran numero raccoltisi allora in Piemonte, assediavano Re Carlo Alberto e il Parlamento
    e l’esercito perchè non venissero meno ai palli giurati della unione e commuovevano l’opinione pubblica, mirabilmente spalleggiali da quanti erano in quelle province amatori del viver libero e teneri dell’onor nazionale.
    E tanto valse la fede recente del più solenne patto politico, di cui la storia dia esempio, e la pietà d’un popolo intero di profughi, clic protestavano di non esser stati vinti e di non volersi rendere vinti, ed il dispetto di una fuga inesplicabile, clic in breve il Piemonte si rincuorò e tornò a credere a’ proprii destini.[Quali destini? Quelli di combattere e morire per dare a tutta Italia la libertà e la democrazia che vigeva allora solo in Piemonte? ndr]
    https://archive.org/stream/bub_gb_tdDG0b6hWF4C#page/n9/mode/2up/search/destini

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