Vado a scuola in Ungheria, lì non c’è la Magna Grecia

di IVAN ALEXANDROVICHscuola_banchi

Raccontano di un importante dirigente del Ministero della Pubblica Istruzione che, presente l’ex ministro Gelmini, guardò con grande stupore chi gli chiedeva conto del ruolo di studenti e famiglie nella scuola italiana. Per il funzionario romano “ruolo” significava e significa solo “progressione di carriera” e “scuola” significava solo un apparato burocratico-amministrativo. Roma è questo, anche quando si parla della scuola: rovesciamento di valori e funzioni. Il mondo visto dalla Lupa Capitolina e dai suoi alleati sudisti è una macchina per mantenere posti, dove l’ultima cosa che interessa sono i più diretti protagonisti del processo scolastico, vale a dire gli alunni. La scuola, per costoro, è uno spazio per creare posti di lavoro, a bassa retribuzione, e un certo numero di funzioni dirigenziali, ovviamente centrate sulla capitale. Il tutto si chiama “sistema nazionale dell’istruzione”, ed è un dogma intoccabile e indiscutibile. Basti pensare all’incompiuta riforma della secondaria superiore, licenziata dal passato governo: sono stati ridotti, sia pure minimamente gli orari (che restano peraltro i più elefantiaci d’Europa), ma sempre e solo in funzione di docenti, bidelli, personale amministrativo etc etc. Occorrerebbe ricordare a personaggi come il funzionario citato, che popolano i corridoi ministeriali, che la stessa Costituzione Repubblicana, all’art. 117, prevede che lo Stato centrale abbia competenza esclusiva solo sulle «norme generali dell’istruzione», mentre tutto il resto dovrebbe essere competenza concorrente tra Stato e regioni.

Questo dovrebbe significare, per esempio, che lo Stato dà indicazioni generali sui programmi o sugli esami conclusivi, ma che lascia alle regioni aspetti organizzativi come l’assunzione e la gestione del personale, nelle forme e nelle modalità ritenute più opportune: albi regionali degli insegnanti piuttosto che altre forme di collegamento al territorio come l’assunzione diretta da parte di consorzi di scuole o di scuole di grandi dimensioni. In realtà lo Stato centrale ha ormai vanificato persino il minimo di autonomia scolastica, avviata solo per principi generali dalla legge Bassanini, e continua a considerare gli stessi Uffici Scolastici Regionali come pure diramazioni del Ministero. Anzi, gli ultimi interventi normativi, come il DPR 132 del 3 giugno 2011, hanno ormai eliminato anche i pochissimi spazi decisionali autonomi delle Direzioni Regionali, come evidenziato persino dai relativi comunicati di alcuni sindacati “nazionali” come la CISL. Ormai è evidente che il sistema nazionale dell’istruzione è tenuto in piedi esclusivamente per due finalità pratiche strettamente collegate tra loro: garantire posti ai laureati della Magna Grecia attraverso il sistema di reclutamento nazionale e, proprio in tal modo, continuare la colonizzazione del Nord, con la presenza consistente di insegnanti estranei alle culture del territorio. A Napoli non ci sono insegnanti lombardi che ironizzano sulla pronuncia dei bambini napoletani, mentre a Monza o Novara ci toccano (ancora) le battutine sulle nostre vocali aperte o sulle consonanti. Altro che dialetto a scuola! Le graduatorie di Varese o di Vicenza sono piene di docenti precari del posto, rimasti senza lavoro perché le nomine sono andate a docenti del Sud, che, chissà perché, hanno sempre il doppio o il triplo di punteggio. Nessun preside interviene se, come accade spesso, uno dei nostri ragazzi si sente gridare dalla sua insegnante di Bari: «sarai mica un leghista!», solo perché ha usato la parola “federalismo” in un tema o in un’interrogazione. Già, il federalismo … Anche la scuola ne avrebbe un disperato bisogno, ma sembra vietato anche solo accennarvi. Questo governo ci sta facendo digerire di tutto in nome dell’Europa, ma, per quanto riguarda la scuola, l’alleanza tra burocrazia romana e sindacalismo meridionalista evita di ricordare che ormai tutti i paesi europei hanno introdotto elementi di federalismo nei loro sistemi scolastici. In Germania la Costituzione assegna ai Länder la competenza sulla scuola, rimanendo “federale” solo il coordinamento dell’esame di diploma della secondaria superiore. In Finlandia – paese modello ai primi posti OCSE per risultati e qualità dell’istruzione – la scuola è di competenza di comuni e consorzi intercomunali. Lo stesso anche nei nuovi paesi UE, come l’Ungheria, dove il legame tra scuola e territorio è iscritto nei dettami della nuova costituzione. In tutti i paesi ex comunisti, al decentramento e al federalismo scolastico si è, inoltre, aggiunta, la piena attuazione del principio della parità scolastica. Persino la Francia, paese centralista per eccellenza, riconosce ormai ampia autonomia agli istituti scolastici. A difendere a oltranza il «sistema nazionale» è rimasta ormai solo l’Italia, malgrado lo sfacelo di tutto il sistema educativo, evidente non solo dai pessimi risultati medi rispetto ad altri paesi, ma anche e soprattutto dalla pressoché totale incapacità del sistema-scuola di educare realmente le giovani generazioni. Nessun paese tiene così tanto i propri giovani sui banchi e nessun paese li ributta nel mondo del lavoro altrettanto impreparati. I grandi sindacati, malgrado la crescente emorragia di iscritti, continuano a considerare la scuola come un semplice serbatoio di voti, irrigidendosi in una posizione conservatrice che sta facendo morire la scuola e umilia, anche economicamente, chi in essa si spende ancora con dedizione nell’interesse degli alunni. La burocrazia romana continua a dimostrarsi rigida e ottusa, chiusa nel proprio castello di privilegi e indifferente od ostile rispetto alla domanda di cambiamento che si leva da diverse parti del Paese. Anche rispetto a questo stato di cose occorre svegliarsi e riprendere coscienza. La strada potrebbe anche essere meno difficile di quanto appaia. Si tratta di intaccare, una volta per tutte, questo sistema, per esempio conferendo piena autonomia, anche finanziaria, alle Direzioni Scolastiche regionali, collegando queste ultime alla struttura di governo delle regioni. Anche per quanto concerne la struttura di governo delle istituzioni scolastiche, giacciono da tempo i Parlamento delle proposte di legge che, con qualche opportuna modifica, potrebbero sbloccare la situazione e avviare un processo di rivitalizzazione della scuola di cui le nostre famiglie e i nostri giovani hanno un disperato bisogno.

 

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One Comment

  1. luigi bandiera says:

    Speriamo sui marziani…

    Ho sentito che partira’ una squadra di uomini per Marte.
    Una volta colonizzata speriamo che gli eredi rientrino in Terra.
    Sicuramente avranno perso (quando succedera’) il marchio che abbiamo noi fattoci dall’attuale societa’.

    Cosi’ forse ci rinsaviranno a partire dalla scuola.

    Qua e’ solo da commemorare e adorare il tririnkoglionitore.

    Spero solo che dato ke vanno sul pianeta ROSSO non tornino ROSSI: sarebbe peggio del moto perpetuo kax.

    Allora si non avremmo piu’ scampo…

    Amen

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