Federalismo municipale. Come voleva Cattaneo la Lombardia

bandiera lombardia nuovadi ANDREA ROGNONI – Da alcuni filosofi precedenti Carlo Cattaneo deriva la convinzione che per comprendere appieno la realtà umana occorre guardare al complesso delle relazioni che legano l’individuo all’umanità. Il progresso umano si attua attraverso episodi
di demolizioni e periodi di riordinamento. Ora, non è possibile agire efficacemente sulla storia stessa se non rispettando le leggi alle quali è vincolata, che sono di natura antropologica e geografica e più in particolare non è possibile attuare delle riforme durevoli se non tenendo conto delle varie tradizioni locali, che rappresentano il filo di collegamento tra una generazione e l’altra. Ecco allora la sua esplicita condanna dell’astratto rivoluzionarismo, quello degli studiosi di ispirazione illuminista e giacobina, incapaci di comprendere
il senso delle diversità etnogeografiche; così la stessa difesa del programma federalista in politica nasce da un intimo studio delle caratteristiche storicamente formatesi nelle singole regioni (in altre parole il centralismo nazionalista offende la logica della natura).

È forte la vena empiristica del Nostro: la conoscenza è un fatto dell’incivilimento umano e va esaminata nel quadro del progresso civile stretto, non in astratto come gli idealisti andavano facendo nell’Ottocento. La nostra mente, in altre parole, deve tener conto del flusso dell’esperienza in cui opera l’umanità. Grazie a questo approccio il Cattaneo è stato l’unico ad avanzare un’analisi concreta dei rapporti sociali esistenti in Italia e in Padania.

Per quanto riguarda l’antropogeografia di quest’ultima il suo pensiero ha saputo individuare soprattutto i problemi dello sviluppo agrario, essendo l’agricoltura il vero tesoro del Nord nell’Ottocento di mezzo; commercio e industria non avevano ancora acquistato caratteri capitalistici, pertanto conta ancora molto la sicurezza della proprietà fondiaria. Lombardia e regioni padane avrebbero, partendo dal mondo rurale avanzato, dovuto perfezionare il loro inserimento nell’area della più progredita civiltà moderna, individuata dal Nostro come un vasto spazio che abbracciando i maggiori Paesi d’Europa, forma “un mondo unico”. La strada seguita della Lombardia acquista per lui un valore d’esempio, sta a indicare una via di sviluppi regionali autonomi.

Ecco perché val la pena esaminare bene l’iter seguito dal Nostro nel descrivere “naturalmente e civilmente” la Lombardia.
Nel testo del ’44 (“Notizie naturali e civili…”) magistrale è l’impostazione etnogeografica in grado di spiegare una serie di fenomeni specifici. È un ordito ampio, precorritore delle idee del ventesimo secolo. Motto dell’intera ricerca potrebbe essere questo: «Ogni popolo può avere interessi da trattare in comune con altri popoli; ma vi sono interessi che può trattare egli solo… v’è inoltre in ogni popolo la coscienza del suo essere, la superbia del suo nome, la gelosia dell’avita sua terra». In questo senso potremmo definire il diritto federale del Cattaneo come un diritto antropologico, che deve stabilire un dialogo tra differenti tradizioni etniche da riuscire a comprendere nella loro dialogica essenza.

Cattaneo parte dall’aspetto fisico della Lombardia. Chiama il Norditalia Valle Cisalpina, nel cui seno sorge appunto la Lombardia. È bellissima la descrizione della genesi alluvionale delle terre della valle. Interessante il riferimento alla Catena Camonia che cinge la terra lombarda. «Dalle Alpi Pennine (Monte Rosa) alle prealpi camonie, un ampio semicerchio chiude a settentrione e separa dal dominio non solo dell’Inn e del Reno, ma della Sesia, del Rodano e dell’Adige, quella parte della regione cisalpina onde il Ticino, l’Adda, l’Oglio e il Mincio scendono al Po». Grande attenzione pone il Nostro alla illustrazione dei rispettivi bacini idrografici, vere e proprie placente materne delle civiltà dei popoli lombardi. Esiste una serie di predisposizioni ambientali alle vocazioni degli stessi: «Mirabili
attitudini delle terre, delle acque e del cielo si preparavano a collegare le riviere del Benaco a un popolo di giardinieri… e chiamava un popolo di vignaioli a tender di viti le balze su cui pendono i ghiacci della Rezia».

Fondamentale il capitolo dedicato alla civilizzazione etnica della Lombardia. Grande rilievo dà giustamente al ruolo dei Liguri, stanziatisi anche dal Ticino al lago d’Idro, per naturale interesse alle zone d’acqua, tra cui spicca lo stesso “Bodinco”, nome ligure del Po. Egli sottolinea che comunque la stirpe ligustica non era d’unica lingua e questo fatto ovviamente la indeboliva rispetto ad altri arrivi. I toponimi in “asco” stanno a segnalare più chiare origini liguri. Ci dice anche che i Liguri erano soliti coltivare a “ronchi” le pendici
dei monti, munendo di mura i loro villaggi.

Altre antiche presenze nella bassa lombarda erano quelle degli Euganei e degli Umbri.. Non irrilevante anche l’apporto del mondo etrusco. Veniamo poi alla querelle sui Celti: se Cattaneo non sottolinea in misura rimarcata il loro ruolo, lo fa in parte perché non erano ancora a disposizione studi accettabili sulla loro espansione antica e in parte, approssimandosi alquanto al vero, perché la civiltà celtica fu in Lombardia più una Koinè linguistico-culturale che una reale massiccia presenza di etnia, di cui comunque il nostro Carlo, contrariamente a quanto sostiene qualcuno che non lo ha letto bene, sottolinea il condizionamento decisivo nella toponomastica.

In ogni caso il Nostro sottolinea la perduranza della religione celtica e dell’architettura nelle zone di campagna, mentre le città furono
poi ampiamente condizionate dalla civiltà romana. Interessantissimo a tal proposito anche il riferimento al dialetto che si andava formando: «Il nostro vulgo colla sua preferenza celtica mutilava le voci latine, ma in quel dialetto poteva intendersi col vulgo vicino; e da plebe a plebe v’era in potenza una lingua in comune a tutte». Più in generale, sull’insieme dei dialetti lombardi, il Nostro ammette chiaramente che «le origini celtiche si manifestano indelebilmente nei suoni, le romane nel dizionario; qualche lieve solco lasciato dall’età longobardica a gran pena si discerne… (cap. XLIX)» Sulla questione dell’importanza della compagine dialettale urbana e in particolare milanese, il Nostro tornerà in un altro saggio, davvero prezioso, dal titolo Sui milanesi e il loro dialetto. La lingua milanese ha una dignità notevole, testimoniata dall’importanza della sua letteratura e deve dialogare inter pares con la bella lingua italiana, la quale non deve legarsi troppo al toscano, ma risultare dalla somma delle parlate urbane.

Un ultimo aspetto della riflessione antropologia e geografica di Cattaneo riguarda la città. Economia e politica urbana non
possono intendersi se non partendo da una valutazione etnologica e sociologica dell’area geografica in esame. In Norditalia e in Toscana la città (intesa come Stato-Mercato) forma col suo territorio un corpo inseparabile, fenomeno che non avviene con la stessa intensità altrove. L’apice di questo fatto lo si ritrova ai tempi della lega lombarda.

Ecco perché da noi il Federalismo deve essere municipale e non solo regionale o macroregionale. Se mancava ancora una parola al vocabolario cattaneano si trattava solo di “devoluzione”: ma l’idea di una confederazione che devolve i poteri socioeducativi e giuridico-penali a ogni regione, sovrana nelle sue tradizioni etnoculturali, è già presente nel suo pensiero, scrigno prezioso formatosi tanti anni fa, che attendeva solo lo sforzo dei federalisti di oggi, quelli che credono nel federalismo autentico prima ancora che in ogni forma di troppo ottimistica indipendenza, per venire finalmente
e vittoriosamente aperto.

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