Faraone, il siculo-renziano che non vuole tagliare la spesa pubblica

di CLAUDIO ROMITI

Durante la puntata di Virus di venerdì scorso abbiamo assistito ad un saggio teorico molto istruttivo sul nuovo corso impresso dall’attuale premier.  Un saggio che è stato magistralmente espresso dal renziano doc Davide Faraone con una battuta dal sapore magico: “Prima di cominciare a parlare di tagli alla spesa pubblica occorre cominciare a rendere produttivo ciò che produttivo ancora non è, come ad esempio i musei chiusi del Mezzogiorno”. Ciò, tradotto in linguaggio concreto, non significa altro che assumere in pianta stabile altri eserciti di individui nella pubblica amministrazione, al di fuori di ogni controllo di produttività che solo il libero mercato può offrire. E bene ha fatto a mio avviso Michele Boldrin, l’unico ospite di Nicola Porro che ha cercato di dire cose ragionevoli, a definire letteralmente “cazzate in libertà” le tesi del giovane politico siciliano.

Ora la visione faraonica contiene in nuce una delle tante pericolose – soprattutto per le nostre tasche – illusioni del suo maestro rottamatore. Si tratta, in estrema sintesi, dell’idea di operare tutta una serie di azioni politiche in grado di rendere efficienti, dunque produttive, le strutture pubbliche reputate carenti sotto questo profilo. Ciò parte dal tacito presupposto secondo cui non vi sarebbe alcuna differenza tra la condizione generale di chi opera nella pubblica amministrazione  e chi nel mare magnum del mercato concorrenziale. Estendendo il concetto, sarebbe come se si sostenesse che non vi è alcuna differenza produttiva di base tra chi vive di scambi volontari e chi sbarca il lunario grazie alla spesa pubblica.

Una simile impostazione caratterizzava, quasi trent’anni addietro, i fautori sovietici, compresi i loro fan occidentali della terza via al comunismo, della famosa perestrojka, ossia l’ultima spiaggia ideologica del collettivismo uscito dalla Rivoluzione d’ottobre. Visione in qualche modo ripresa dai contemporanei finti liberali della prima Repubblica, secondo i quali occorreva, onde migliorare i servizi offerti al cittadino pagatore, inserire per decreto nei settori del pubblico impiego tutta una serie di criteri privatistici.  Ma al pari di questi illusionisti d’antan, i faraonici renziani d’oggi sembrano non comprendere, o fingono di farlo, l’elemento fondamentale che renderà sempre incommensurabilmente diverso il modus operandi di un produttore privato rispetto ad un tizio chiamato a svolgere qualunque mansione sotto l’ombrello pubblico: la sanzione del mercato, alias mano invisibile teorizzata dal tanto bistrattato Adam Smith.

In estrema sintesi ciò vuol dire che mentre per un operatore privato è immediatamente visibile l’effetto del suo agire, attraverso i risultati della sua struttura produttiva, per chi vive di Stato e nello Stato l’impegno individuale e l’efficienza sono legati al buon cuore dei singoli soggetti, in quanto il ritorno economico dei loro eventuali sforzi individuali verrà spalmato sull’intera collettività, risultando nei fatti praticamente invisibile. Ciò in concreto, unito alla pessima allocazione delle risorse umane e materiali che è insità in ogni forma di controllo politico-burocratico, disincentiva al massimo grado qualunque forma di attività pubblica, deresponsabilizzando chi ne fa parte e, di conseguenza, provocando lo sviluppo del più pernicioso parassitismo sociale.

Tuttavia per i nuovi demagoghi dei pasti gratis oggi al potere risulta assai più conveniente mettere nello stesso mucchio produttori privati di mercato, in verità sempre più rari in questa landa desolata,  pubblici lavoratori e aspiranti tali. In tal modo ci sarà sempre la possibilità per il Faraone di turno di far imbarcare altri battaglioni di forestali o di conta-tombini in servizio permanente attivo, onde riceverne l’eterna riconoscenza elettorale. E se poi le cose dovessero mettersi finanziariamente molto male per il Paese di Pulcinella, c’è sempre il tavolaccio di Bruxelles su cui battere i pugni. Per questi distruttori di economie la colpa sarà sempre di qualcun altro.

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

11 Comments

  1. Veritas says:

    Visto e sentito Faraone. Tipo volgare, mi spiace per Renzi
    ma non son tutte rose che ha intorno a sè.
    Ma mi spiace anche per Lei, Romiti, Le devo dire che l’uso che ha fatto delle parole “illusionisti d’antàn”non avrebbe dovuto usarle poichè c’è stato un periodo chiamato “boom” in Italia e guarda caso in quel periodo al governo c’erano i Liberali.

    • Claudio Romiti says:

      Vino Veritas? Mah, a sentire certe acide sottolineature si potrebbe pensare che se ne sia trangugiato un po’ troppo. Definire liberali i politici degli anni ’80, visto che il citato “d’antan” a quel periodo si riferisce, è un grande azzardo. Neurocomunisti , stampatori scudocrociati, socialisti e laici non sembra che avessero una gran vocazione in questo senso.
      Buone cose.

      • Veritas says:

        Guardi che io non bevo alcoolici quindi avrebbe potuto evitare parole offensive.
        E’, invece, evidente che io ho parecchi anni piu’ di Lei e avrei dovuto precisare la data a cui mi riferivo: correvano gli anni ’60 e particolarmente il 1962 il boom raggiunse il massimo.
        Credevo che la data del boom fosse nota a tutti ma vedo che non è così.

        • Claudio Romiti says:

          Egregio Amico del Sole, è probabile che Lei si sbagli di grosso sulla mia età. Resta comunque il fatto che se avesse letto l’articolo si sarebbe accorto -periodo ipotetico della probabilità- che il mio riferimento è agli anni ’80. Ergo, non si comprende perché si ostina ad arrampicarsi sugli specchi continuando a parlare di un periodo molto precedente.

          Buone cose

  2. marco svel says:

    I terroni sono un cancro

Leave a Comment