Faranno fuori le Regioni prima degli Stati nazionali. Se non si fa in fretta coi referendum

di BENEDETTA BAIOCCHIitalia-storica

C’abbiamo riflettuto e abbiamo ritenuto utile rinverdire la memoria perché la prossima mossa del governo sarà togliere potere alle regioni. Si avvicinano per la Lombardia (e magari anche il Veneto) date importanti per il referendum sull’autonomia. Meglio che niente… Il fronte politico non sembra avere particolari premure ma i cittadini sì. Perché i Comuni sono diventati meri esattori fiscali e le regioni gangli di processi penali in tribunale. Tutt’altro che fari per una rivoluzione democratica.

Lo avevamo scritto e lo ripetiamo. Expo. Mose. Rifiuti. Alluvioni. Rimborsi. Indennità. Pensioni. Sanità. Fate il nome di una regione virtuosa. Che non sia finita in Procura per mangerie, raccomandazioni, favori, sprechi, rimborsi gonfiati o peculato. Che non abbia un governatore non finito sotto inchiesta, che non abbia sottovalutato o ignorato i rischi di una seconda alluvione, che non abbia avuto manager che non hanno approfittato degli appalti di Expo o dei loro viaggetti. Che sui rifiuti faccia da sè, senza l’aiuto della camorra locale. Che sulla sanità non abbia mangiato. Che sul Mose non abbia marciato con i suoi politici e faccendieri. Trovata una? Per 40 anni, poi, nessuno le ha messe in discussione, ben sapendo che nel Mezzogiorno accadeva di tutto e di più. Poi, hanno mirato più su e al Nord hanno trovato diverse gradazioni di furbescherie.

Ecco, è ovvio che uno come Renzi abbia gioco facile a dire: adesso vi taglio le unghie. Ed è gioco forza che la gente gli dia ragione. Troppe Regioni sono state in 40 anni l’esempio di una mangeria decentrata. Tra indennità, vitalizi, rimborsi a forfait non tassabili per compensare i tagli ufficiali, gli esempi di virtù civica si sprecano. E ora, prestare il fianco così facilmente alla politica dei tagli è stato proprio da pirla. Tagliate, dice Roma, e le Regioni prima  o poi taglieranno i servizi innalzando le tasse, mica pescando dagli emolumenti di assessori, consiglieri, consulenti. No, taglieranno al cittadino dicendo che Roma è cattiva e che il neocentralismo le regioni se le porta via. Perché così prima  o poi sarà.

Tutti siedono a tavola, ma quando si mangia a livello centrale è più facile nascondere, oscurare, dissimulare. Gli sprechi, spalmati su tutto il Paese, quasi non si vedono. Gli sprechi, generati dal territorio, sono i primi a essere sfangati.

Le Regioni dovevano aiutarci a sfuggire dalla tirannia fiscale, a rivendicare l’autonomia se non addirittura l’autodeterminazione.

Invece, si è diventati prigionieri prima di uno Stato inefficiente e poi delle sue Regioni inconcludenti, moltiplicatori di spesa. Nessuno si è accorto che le Province non ci sono più. Chi potrebbe accorgersi che anche le Regioni potrebbero essere sostituite da semplici uffici decentrati di spesa, svuotate di competenze e poteri?

La storia dice che gli Stati nazionali sono falliti e che avanzano le piccole patrie. Vero, ma per ora senza una classe politica all’altezza, il mostro che avanza è quello del neocentralismo, con venature neanche poco nascoste di nazionalismo.

“Padroni a casa nostra” sono ancora i partiti. La questione meridionale o settentrionale è la questione di come sistemarsi meglio al Sud o al Nord. Tutto lì.

Vale la pena ricordare  la già citata (su questo giornale) profezia di Giuliano Amato quando riportò, nel 1990, ad appena 20 anni dal disegno costituzionale delle Regioni, i mali che affioravano. Figuriamoci a 40 anni e più che cosa è uscito dal pozzo…

“Le Regioni che abbiamo costruito non sono né quelle che volevamo né quelle che potevano servire all’Italia. Sono dei corpi asfittici… Si è realizzato il peggiore dei mondi possibili”. Si leggeva già allora dell’”interesse nazionale che penetra ovunque” o dell’inesistente “indirizzo e coordinamento che ha sostituito le circolari dei prefetti, i poteri sostitutivi senza confini. E il corpo delle Regioni vi apparirà ridotto a piccoli brandelli”.

Del processo di devolution-revolution neppure una pallida ombra. Seppellito da destra e da sinistra ma soprattutto smorzato dalle contraddizioni della politica fatta al Nord.

Intanto non si sta a guardare. Che cosa? Per ora gli altri. La Scozia, che ha avuto il diritto di votare. La Catalogna, che cercherà altre strade parallele al 9 novembre.

Nell’autunno 2012, nei Paesi Baschi due partiti indipendentisti hanno fatto “cappotto”, col 60 per cento dei consensi.

Il partito nazionalista basco ha conquistato 27 su 75 seggi al Parlamento, altri 21 se li è presi quello più secessionista. Nonostante a novembre dello stesso anno sia stata sfiorata la meta della maggioranza assoluta per il partito di Artur Mas, il Parlamento catalano nel gennaio 2013 ha approvato a maggioranza (85 contro 44) la dichiarazione di sovranità. La Catalogna si è autoproclamata ”soggetto politico e giuridico sovrano”. Il voto, perché servono le alleanze per arrivare alla meta, li hanno portati i centristi di Mas di CiU, Esquerra Republicana, Iniciativa e Cup.

L’ultima Diada a Barcellona ha portato in piazza 1,8 milioni di persone, con un cartello di partiti. Perché la via della libertà passa per la trasversalità di un progetto. Oggi, nel nostro Nord, che trasversalità esistono? In Lombardia con Fratelli d’Italia? In Piemonte col Pdl? In Veneto col Pdl? O, in futuro, con Renzi? O con nuove alleanze attraverso i cartelli delle listone civiche modello Csu, dove convogliare dalla destra più radicale al centro postdemocristiano le istanze autonomiste?

Qualcuno aveva detto che avrebbe voluto importare il modello bavarese, stile Csu. Ad oggi gli alleati sono la destra estrema, ed è ancora un po’ poco per pensare che da qui all’autodeterminazione o, ad una temperata autonomia, ci si arrivi presto.

Gli stati non sono eterni, anche se si autocelebrano ogni anno con le parate, fregandosene dei morti dei terremoti, preferendo lo sfilare allo spalare. Lezione che hanno imparato bene anche le Regioni, soprattutto il far spalare ai cittadini vuoi i rifiuti vuoi il fango, vuoi l’acqua alta, vuoi l’Expo. O no?

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2 Commenti

  1. Marco (*) says:

    Mi spiegate che cavolo vuol dire che sono finiti gli stati nazionali? Mi spiegate cos’è per voi uno stato nazionale? Uno stato dei veneti sarebbe uno stato nazionale o uno stato non ben definito?

  2. Giancarlo says:

    Se non esistono politici che abbiano a cuore veramente i cittadini, allora non possono esistere i partiti.
    Essi incarnano pienamente i soli interessi di coloro che detengono il potere al loro interno.
    Pertanto non solo gli stati nazionali hanno fallito, ma principalmente hanno fallito i partiti i quali hanno da sempre curato l’orticello……ettari ed ettari di territorio al fine di dare ai parassiti della Società solo ed esclusivamente il loro tornaconto.
    La Società italiana è ammalata e pervasa ormai dal si salvi chi può !!!
    Qualsiasi iniziativa tesa ad accentrare sempre di più il potere a roma non porterà che ulteriori disgrazie ai cittadini, senza contare che avremo sempre meno democrazia e libertà.
    Le coscienze dei cittadini ed in particolare coloro che ritengono di essere l’intellighenzia se non faranno in modo che vi sia un rigurgito di proteste intelligenti e con tanto di proposte di soluzioni all’attuale situazione, non resterà che creare nuove realtà, anche se di minori dimensioni per poter gestire al meglio la vita civile e riportare un minimo di moralità e che sia generalizzata.

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