FANNO LE PULCI A NOI, MA NASCONDONO I PROPRI REDDITI

di SANDRO KNOS

Vogliono i nostri portafogli trasparenti, hanno abolito ogni residuo di segreto bancario, pretendono di farci le pulci su tutto, inventando redditometri e speso metri, ma la maggior parte dei parlamentari predica bene e razzola male (il che non è una novità) sulla trasparenza dei redditi. Il paradosso è che meno di un terzo dei 92 deputati chiamati a esprimere un parere sui tetti agli stipendi dei manager della pubblica amministrazione, il prossimo 29 febbraio, ha pubblicato online il proprio reddito, come prescritto dalla legge 441 del 1982. 1982, 30 anni fa!

Se da un lato, il governo ha dato il “buon esempio” mettendo sul web redditi e patrimoni (salvo qualche dimenticanza), non si può dire altrettanto per i membri delle due commissioni Affari costituzionali e Lavoro ai quali, nei giorni scorsi, il ministro per la Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi ha consegnato l’elenco dei dirigenti più pagati. Sui 92 componenti delle commissioni infatti, solo 28 hanno pubblicato online la documentazione patrimoniale da quando sono stati eletti, per la maggior parte degli ultimi quattro anni. In particolare, sui 47 deputati della commissione Affari costituzionali solo 12 (11 del Pd e 1 dell’Idv) hanno pubblicato i redditi, mentre gli altri 35 onorevoli non hanno provveduto, tra questi il presidente della commissione Donato Bruno e l’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa.

Non va meglio con i 45 deputati della XI commissione Lavoro pubblico e privato.

Di questi solo 16 hanno obbedito ai criteri di trasparenza (10 del Pd, 3 del Pdl , 2 dell’Idv e 1 Misto-Api). Anche in questo caso il presidente della commissione Silvano Moffa è inadempiente e con lui, tra gli altri, l’ex ministro della Gioventù Giorgia Meloni. Nonostante la palese incoerenza, i parlamentari dovrebbero dare parere favorevole al tetto per le retribuzioni dei manager pubblici che hanno “sforato” i 294 mila euro, pari alla retribuzione del primo presidente della Corte di Cassazione come stabilito dal Dpcm. Ma il condizionale è d’obbligo perché in sede di votazione, è possibile che l’impatto del provvedimento venga attenuato magari in parte, con un ordine del giorno.

In sostanza, non ci dovrebbero essere deroghe, ma si potrebbe ipotizzare che il limite massimo non venga applicato per i contratti in essere. Un parere che tuttavia non sarà vincolante. Intanto nel ddl anti-corruzione, la cui discussione è slittata di una quindicina di giorni alla Camera, già si pensa a rendere strutturale la riforma sulla trasparenza e il Parlamento sarà ancora una volta chiamato ad esprimersi.

Casta non mangia casta!

 

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One Comment

  1. Roberto Porcù says:

    Ma dai ! Mettere in chiaro i loro redditi “chiari” è una cavolata controproducente al risanamento dell’economia.
    Il sig. Monti e consorte figura che investono nel conto arancio olandese anziché in bot e cct come il presidente del consiglio voluto dal presidente della repubblica eletto dalla casta, ha consigliato di fare a tutti. Finisce che chi ha ingenuamente comprato titoli dello stato se ne libera quanto prima e segue l’insegnamento di chi ne sa più di lui. Le bugie hanno sempre le gambe corte.

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