Falsi invalidi, degni eredi dei reduci garibaldini

GARIBALDI STATUA

di Gilberto Oneto – Oggi ci si lamenta delle false pensioni di invalidità o dei pensionati baby e si chiede di fare pulizia. È impossibile, perché le pensioni politiche e la solidarietà sociale e patriottica fanno parte del Dna della patria italiana, sono nate assieme a lei e – in qualche caso – sono state un determinante stimolo ai suoi giovanili afflati.

Appena arrivato a Napoli e messe le mani sulle casse dello Stato (e anche di quelle private dei Borbone), Garibaldi ha cominciato a distribuire pensioni e vitalizi alle vittime delle brutalità borboniche senza andare troppo per il sottile sulle pezze giustificative. Così legioni di perseguitati veri e finti, vittime poco più che
adolescenti, e anche ex persecutori, si sono messi in fila a prendere la loro parte di premio patriottico. Altri hanno ricevuto posti e stipendi: per entrare nei ranghi retribuiti dell’esercito unitario c’erano caotiche resse di ex borbonici, ex garibaldini, ex imboscati.

La vicenda va avanti da 150 anni in una successione di capitoli diversi. La coerente conclusione del primo capitolo, quello in camicia rossa, si ha nel 1907, quando la legge n. 316 del 13 giugno distribuisce un milione di lire di Regia pensione “una tamtum” ai reduci garibaldini. A richiederla sono in 27.504 ma solo (si fa per dire) 20.033 riescono a intascarsi la mancia di 49 lire e 92 centesimi esentasse. Non è una cifra enorme (potrebbero essere qualcosa come 300-400 Euro di oggi) ma nessuno si tira indietro, neppure alti funzionari, generali e possidenti.

La cosa è riservata a chi aveva combattuto in una della tante campagne garibaldine, con l’esclusione di quella del 1870, perché avvenuta “all’estero”… A vagliare le domande ci pensa una Commissione Reale (composta da 14 autorevoli cittadini, fra cui il deputato e storiografo garibaldino Giuseppe Cesare Abba, il generale Ricciotti figlio di Garibaldi e il generale Stefano Canzio, marito di Teresita Garibaldi) che, con la solita grande italica severità, respinge le richieste fatte dalle stesse persone due o anche più volte, e quelle di 176 garibaldini che nel frattempo si erano rivelati essere delinquenti comuni.

Vengono invece accolte quelle di 20 garibaldini dell’Aspromonte (che avevano sparato contro soldati italiani) e di 3.235 volontari di Mentana che erano partiti in spregio alla formale proibizione del governo italiano e per questo erano stati allora imprigionati. È interessante esaminare come siano state assegnate le regalie per le varie campagne garibaldine. Secondo le informazioni dedotte da uno studio di Roberto Gremmo (e pubblicato sul numero 7 di Storia Ribelle), 368 dei premiati avevano partecipato alla
guerra del 1848 e alla difesa della Repubblica romana del 1849, 1.087 erano Cacciatori delle Alpi del 1859, 6.981 avevano “liberato” il Regno delle Due Sicilie nel 1860, 8.362 hanno preso parte alla guerra del 1866, e 3.235 erano alla spedizione di Mentana nel 1867.

Per mettere un freno alla fantasiosità delle richieste, si stabilisce che nel 1848 i garibaldini non erano più di 5.000, nel 1849 18.700, 12.000 nel 1859, 40.000 nel 1860, 38.400 nel 1866 e 9.400 nel 1867. In realtà con Garibaldi erano rimasti nel 1848 al momento di svignarsela in Svizzera non più di 30 uomini, ad uscire da Roma erano (nella migliore delle ipotesi in 4.700, per metà dileguatisi quasi subito), e 8.000 quelli effettivamente entrati nello Stato pontificio nel 1867.

Alcune delle soglie allora definite erano perciò comunque largamente approssimate per eccesso. Stranamente vengono sottostimati i volontari del 1860, che dopo la battaglia del Volturno erano stati contati in 52.839: probabilmente erano stati cassati tutti quelli che in seguito si erano pentiti ed erano passati dalla parte dei briganti-resistenti meridionali. In tutti i casi il numero dei combattenti era molto, molto minore e le cifre tenevano conto degli arrivi dell’ultimo momento, delle conversioni a vittoria avvenuta, di tutti quelli che – come ha scritto Longanesi – correvano italianamente in soccorso del vincitore. Le donazioni
concesse riguardano comunque il 7,8 dei “combattenti” del 1849, il 9% del 1859, il 13,2% del 1860, il 22% del 1866 e il 40,4% del 1867.

Il criterio di progressione numerica non fa una piega: considerando una età media dei volontari di 21-22 anni in occasione delle patrie battaglie, i reduci dovevano infatti avere nell’ordine una età media di 80, 70, 69, 63 e 62 anni. Ne viene fuori in quadro di estrema longevità soprattutto se si pensa che si trattava di eroici combattenti, molti dei quali avevano più e più volte sfidato la morte per il tricolore. Il solo dato completamente sicuro riguarda però i primissimi e gloriosi Mille di Marsala: nel 1907 ne restano solo 75 su 1089, e cioè il 6,9%, la metà della percentuale dei pensionati.

La cosa fa venire qualche sospetto. All’inizio i quattrini sono effettivamente consegnati solo a 10.032 veterani residenti in Italia e poco dopo a circa 900 emigrati all’estero, fra cui ben 53 nell’odiatissima Austria – Ungheria. Tutti gli altri sono stati vittima della lentezza burocratica e dell’ineluttabile selezione naturale.
Era solo l’inizio di una radiosa tradizione: poi verranno i reduci della Marcia su Roma (prodigiosamente moltiplicati di numero nel giro di pochi anni), i Partigiani muniti di regolari diplomi (a Roma erano venduti a 1.000 lire cadauno), i pensionati infoibatori, e poi legioni di terremotati, esuli politici,
invalidi al lavoro, nomadi bosniaci, eccetera. Si sono nel tempo un po’ stinte le colorazioni politiche ma sono rimasti immutati l’ardore con cui si tende la mano, la generosità solidale con cui si concedono i sussidi e – soprattutto – la pirlaggine di tutti quelli che lavorano e pagano per mantenere il patriottico circo.

Fra un po’ saranno 150 anni dal glorioso Risorgimento nazionale: hanno da festeggiare la cuccagna e la prodigiosa continuità del marchingegno al di là del tempo, oltre i regimi e le mutazioni politiche. Questa è infatti la vera essenza di certo patriottismo: fare lavorare gli altri. Viva l’Italia!

(da “Il Federalismo”)

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