Oggi se difendi il Nord o l’Europa, finisci nei Gulag

gulag

di STEFANIA PIAZZO – La storia insegna che quando si è sotto attacco si deve o si può abbracciare il nemico, oppure la storia insegna a star fermi o, ancora, invece, ad alzare la testa.
Chi è il nemico della democrazia, oggi? Il silenzio. Ma c’è una grande testimonianza che vogliamo scomodare, e arriva da lontano, dalle cronache del terrore staliniano. Cosa raccontava Solzenicyn della sua esperienza? Qualcosa che può essere utile a chi fa politica e ha responsabilità davanti al popolo che l’ha eletto. Quando le vittime del comunismo si trovavano di fronte al loro carnefice, se tentennavano e cioè cercavano il dialogo, la mediazione, venivano stroncati senza pietà. E tanto più cercavano la via della mediazione, tanto più ne uscivano con le ossa rotte.

Più o meno oggi possiamo portare un paio di esempi. E’ vietato parlare del Nord. La questione settentrionale è sparita dalla vulgata politica di governo. E’ pericoloso anche dirsi europeisti. L’Europa è il nemico esterno, lo devi abbattere e distruggere. Se ti poni su una linea di pensiero che difende le tue ragioni, l’onda anomala governativa ti condanna al silenzio. Non fai testo, lo fanno invece i cittadini che danno consenso facile a chi con facilità spara su Bruxelles. E’ propaganda quindi non tutto quello che viene detto è vero. Anzi, sei tu che passi dalla parte di chi non dice la verità.

Davanti ad un attacco, ci insegna la testimonianza di Solzenicyn, anche un’accusa infondata rimasta senza risposta, dava la stura ad un’accusa ancora più grave, mettendo in moto un meccanismo che non si fermava più, sino alla distruzione della vittima.
Il carnefice diventava sempre  più duro quando il “candidato” davanti a sè si presentava davanti all’altro senza difendersi, senza replicare colpo su colpo.
Ad un certo punto della propria vita, davanti ad alcuni accadimenti, insegna Arcipleo Gulag, non si media tra il bene e il male. Non esiste mediazione, c’è un out out. Si può mediare, al massimo, per trovare strade diverse nella ricerca della verità, ma non si vince, non si supera la prova col silenzio, con il dialogo giustificatorio.

Il silenzio adombra insinuazioni, la prova di forza è alzarsi in piedi.
Questo è il Paese dei complotti, dei segreti di Stato, dei dossier che vanno e vengono, dei processi interminabili, dei furbacchioni, ma l’unica via d’uscita per la libertà e la liberazione da questo giogo, per chi si sente onesto e pulito,  è parlare, spiegare, documentare se stessi, ciò che si è, ciò che si è fatto. E’ anche capitato che davanti ad un “prigioniero” che  alza la testa, il carnefice preferisse lasciar perdere, faceva un passo indietro, non aveva un debole su cui infierire. E gli dava il passaporto per andar via dal regime. Era un “esilio” di libertà in cui però chi aveva perso era il padrone del gulag.

Scriveva Solzecyn: «Se fosse così semplice! Se da una parte ci fossero uomini neri che tramano malignamente opere nere e bastasse distinguerli dagli altri e distruggerli! Ma la linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ognuno. Chi distruggerebbe un pezzo del proprio cuore? Nel corso della vita di un cuore quella linea si sposta, ora sospinta dal gioioso male, ora liberando il posto per il bene che fiorisce. Il medesimo uomo diventa, in età differenti, in differenti situazioni, completamente un’altra persona. Ora è vicino al diavolo, ora al santo. Ma il suo nome non cambia e noi gli ascriviamo tutto. Socrate  ci ha lasciato in eredità il suo Conosci te stesso. Ci fermiamo stupefatti davanti alla fossa nella quale eravamo lì per spingere i nostri avversari: è puro caso se i boia non siamo noi, ma loro».

 

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One Comment

  1. mumble says:

    Dato che vogliamo rialzare la testa, sennò avremmo lisciato il pelo alle lupe salviniane in cambio di qualche strapuntino, mi permetto di dare un suggerimento su un punto che è un tasto basilare.
    Mi è capitato di leggere su un blog che presenta spunti veramente originali, un’analisi relativa al c.d. Culto del Cargo: un monito severo e acre che vorrei estendere su questo benedetto sito.
    Durante la seconda guerra mondiale molte isole tra l’Asia e l’America erano divenute basi militari dei marines, ed erano utilizzate come aeroporti di scalo delle truppe a stelle e strisce; gli indigeni erano estasiati da quell’andiriveni di aerei da cui erano scaricate tonnellate di viveri, attrezzature, armi, etc..
    Quando cessò la guerra, quelle isole terminarono di essere utilizzate come scalo e rimasero inutilizzate; allora sorse il Culto del Cargo: gli indigeni presero noci di cocco e scatole per simulare auricolari e radio, eressero torri di controllo sgangherate con i tronchi e iniziarono a guardare il cielo gesticolando con le bandierine verso il nulla.
    Essi avevano equivocato la realtà: gli aerei non arrivavano per via dei gesti compiuti a terra, ma era vero il contrario: l’arrivo degli aerei provocava l’attività umana a terra della torre di controllo.
    Quale è il monito ? Non è rimettendo in piedi tutta l’impalcatura eretta da Bossi – richiamandoci tout court a Miglio, organizzando convegni e cerimonie – che otterremo gli stessi risultati del grande Bossi, perché se pensassimo questo saremmo come gli indigeni delle isolette oceaniche della seconda guerra mondiale.
    La strada nuova da battere è quella Europea, come la Catalogna e la Scozia ci stanno indicando chiaramente.

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