FA GOLA IL BOCCONE “PREZIOSO” DELLE BANCHE POPOLARI

di MASSIMO LEMBO

Periodicamente ritorna in auge il tema della riforma delle banche popolari, ma non se ne comprende sino in fondo il perché.

Sembra infatti più  argomento per indire dotti e fantasiosi convegni oppure frutto di una posizione ideologica piuttosto che una valutazione pragmatica che certo renderebbe maggiormente comprensibile ed attuale la tematica.

Occorre fare una premessa: il modello della banca popolare esiste da più di un secolo in Italia (e non solo) ed ha offerto nel tempo rarissimi casi di inefficienza come, in epoca recente, quello della Banca Popolare di Milano. Da qui a stabilire che il modello debba essere cambiato ne passa.

Si sono coniati o utilizzati a piene mani termini sinora inusuali quali “contendibilità” ed “autoreferenzialità”; le banche popolari non sarebbero contendibili ed i consigli di amministrazione delle stesse sarebbero autoreferenziali.

Più in particolare, si evidenzia come le banche non siano contendibili perché la presenza del voto capitario (secondo l’uguaglianza un socio uguale un voto indipendentemente dal numero di azioni possedute) in basi sociali che contano migliaia o decine di  migliaia per non dire centinaia di  migliaia di soci renda pressochè impossibile la creazione di maggioranze come, invece, avviene nelle società per azioni e si rafforza il concetto sottolineando come, in detto contesto, i Consigli di amministrazione si autolegittimino non avendo un interlocutore ben determinato nelle assemblee con cui rapportarsi. A corollario si potrebbe anche rilevare come la presenza di soci-dipendenti possa (in astratto) creare un rapporto forte tra questi ed il Consiglio di amministrazione, condizionandolo, con prevalenza di una minoranza (i soci-dipendenti) su una maggioranza (i soci) con potenziale conflitto di interesse dei primi. Ed il caso della Popolare di Milano ne è la prova.

Ma facciamo un passo indietro. La banca popolare, in sé, è una società cooperativa ma il raffronto con le banche di credito cooperativo le quali hanno vincoli legali in ordine di territorialità, prevalenza dell’attività con i soci, fiscalità agevolata che induce a comportamenti tali per rientrare nel novero delle cooperative cosiddette costituzionalmente garantite, ristorni (la vera essenza dello spirito cooperativo) mette in serio dubbio il fatto che – oltre al voto capitario – ci sia qualcosa d’altro che possa farle considerare cooperative. E già questo rappresenta un punto di attenzione. Paradossalmente ancora oggi la Banca popolare può essere quotata in Borsa, pur in presenza del voto capitario e questo – francamente – è una distorsione, anche in termini di concorrenza, perché la Popolare quotata può acquisire il controllo di una società per azioni quotata ma non è quasi mai possibile l’opposto, pur essendo entrambe quotate.

Quanto sinora detto potrebbe portare a suggerire il divieto di voto ai soci-dipendenti (ancorchè facilmente aggirabile tramite parenti o amici pure soci) e, questa sì, rendere incompatibile la quotazione in Borsa con il voto capitario. Chi si quota, cioè chi va sul mercato, deve trasformarsi in società per azioni, modello tipico per il mercato.

Da più parti è stata avanzata anche la possibilità per un socio di essere portatore di un cospicuo numero di deleghe ma è facile obiettare che, salvo ipotizzare un numero di deleghe sull’ordine delle centinaia – cosa che nessuno in realtà ha mai proposto – in basi societarie di decine di migliaia di soci la possibilità di avere una decina di deleghe non porta da nessuna parte.

E alzare la soglia massima detenibile (oggi pari allo 0,50% del capitale) ? E’ evidente che – presente il voto capitario – alzare la soglia non ha il minimo significato ai fini della rappresentatività e del peso esercitabile in assemblea, tuttavia potrebbe essere una via per aprire maggiormente la partecipazione al capitale (anche in ottica di rafforzamento patrimoniale) da parte di investitori istituzionali (fondi pensione, ad esempio): questa potrebbe essere una buona modifica ma non ha nulla a che vedere con la contendibilità e l’autoreferenzialità citate.

Singolare è la norma, introdotta con la riforma del diritto societario, in base alla quale l’assemblea annualmente fissa il valore dell’azione. E’ ben vero che questa fissazione ha un significato più indicativo che effettivo, stante la non quotazione del titolo azionario, tuttavia agli occhi del socio rappresenta, a torto o a ragione, un valore di riferimento per cui – pensando al socio investitore-cassettista – verrebbe da preferire altro e più oggettivo e soprattutto terzo mezzo di determinazione del valore dell’azione, quale una perizia effettuata da soggetto autorevole ed indipendente.

Questo è più o meno il panorama dei temi che vengono da più parti proposti.

Nessuno, però, che abbia stretta attinenza al rapporto con il territorio in cui la banca popolare opera. Come mai?

 

 

 

 

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