Ezzelino da Romano: tiranno e mito della Marca

di LUCA P. BERNARDINI

E’ stata pubblicata in una splendida edizione quella che può dirsi la maggior cronaca dei tempi, dei luoghi, e soprattutto della figura di Ezzelino da Romano. Si tratta della Cronaca di Rolandino, edita e tradotta in italiano, per la prima volta, da Flavio Fiorese, e pubblicata nella prestigiosa collezione di classici greci e latini della Fondazione Valla. Finalmente, ché a ragione gli storici pongono l’opera del notaro pubblico e storico Rolandino di Balaiardo (1200-1276), docente nel neonato (fu fondato nel 1222) ateneo patavino, nella triade delle maggiori croniche medievali, insieme alla Vita di Cola di Rienzo, dell’Anomino romano, e alle Croniche, di ambito toscano, del Compagni. Si tratta forse della maggior pubblicazione, per valore e significato, che riguardi la storia veneta di questo 2004 che ora si conclude. Il curatore Flavio Fiorese aveva già edito la Cronaca ezzeliniana di Gerardo Maurisio (1986) e l’Edipo tiranno (sempre di tiranni si tratta) di O. Giustiniani (1984). Fiorese insegna al Liceo Scientifico di Bassano. Così prosegue una prestigiosa vicenda di insegnanti liceali – una storia minacciata, tutta italiana e un pochino francese e tedesca – che sono valenti filologi e letterati, editori di testi e studiosi di prim’ordine. Qui a Padova basti ricordare Giuliano Pisani, curatore di opere di Plutarco e Ficino.

L’opera di Rolandino, di cui vi sono svariati codici manoscritti, il più importante presso la Palatina di Parma, venne pubblicata solo nel 1636, a Venezia, in un volume di cronache ezzeliniane a commento all’edizione delle opere di Albertino Mussato. Si sa che la fosca tragedia Ecerinis del grande umanista, di recente tradotta in francese per le cure di Jean-Frédéric Chevalier (2000), si basò sulla vicenda di Ezzelino. Ma le ragioni della sua controversa fama sono, e ben lo mostra Fiorese nella dettagliata introduzione, assai diverse. Siamo di fronte alla storia di un plagio fortunato che prese il posto, per secoli, dell’originale. Tale infatti era l’opera Vita et gesti d’Ezzelino di Pietro Gerardo, che ebbe ben sette edizioni, alcune popolari, a partire dal 1543 fino al 1677, e che attingeva a man bassa al testo di Rolandino.

Siamo di fronte, nell’originale, a un’epica che narra le gesta di Ezzelino, a partire dalla nascita fino alla tragica fine della sua tirannia, che a Padova ricordano varie lapidi: alcune, forse, un po’ sbiadite dal tempo, dal fatto che ben pochi le notino, ma ancora gravi e amare nel rammemorare decenni di violenze, abusi, arbitrii. Rolandino, i cui rapporti con il tiranno non sono chiari, ma che non doveva essergli troppo avverso, visto che si risparmiò forche e roghi e a lungo gli sopravvisse, divide la propria opera – a metà tra storia e letteratura, come era d’uso al tempo – in dodici libri. Come l’Eneide, modello insuperato.

Non occorre accusare di eccessi la storiografia guelfa quando si guardi alle infamie di un usurpatore come Ezzelino. D’altra parte, la storiografia porta a continue revisioni. Di recente, Henry Kamen ci ha mostrato come lo stesso Duca d’Alba, e qui parliamo di un cattolico fervente, fosse meno orrendo di quanto comunemente lo si dipinga. Ezzelino seppe conquistare e mantenere, con modi alla Machiavelli ma tre secoli prima, il potere assoluto, particolarmente virulento quello esercitato su Padova. Seppe cogliere l’attimo, si alleò con l’imperatore Federico II, seguì per buona parte le fortune di costui, diede un primo, poderoso attacco a quel sistema comunale, e comunitario, destinato nei secoli seguenti a precipitare a favore delle signorie. Proprio l’aspetto comunitario, prima felice, poi compromesso dall’interno (tutta la vicenda viene fatta risalire a un matrimonio, e ad una donna, per cui si scontrano i da Romano e i Camposampiero, quasi come nell’Iliade, più che al passaggio rapinoso di Federico di Hohenstaufen), poi gioiosamente restaurato in una vera e propria “liberazione” antistatalistica, è uno dei fuochi della narrazione.

La comunità, legata dalla fede cristiana e difesa da quei “milites aequitatis” che compaiono, in una poderosa immagine del I libro della Cronaca, evocati dal vescovo Gerardo, celebra feste mirabili, cui concorrono tutti i ceti, tutte le età, ora a Treviso, ora, nel 1208, in modo grandioso, in Prato della Valle a Padova, il giorno di Pentecoste: “quasi omnes fratres, omnes socii, omnes prorsus essent unanimes et summi amoris vinculo federati” (p. 62). Poi la tirannia spezza tutto, finché, nel luglio 1259, la vicenda terrena di un Ezzelino ormai sconfitto su tutti i fronti si compie in un misto di orrore e grandezza. E la comunità si ricompone: a Padova il podestà Guido da Montefogliano assume il controllo, e il fratello di Ezzelino, Alberico, il 26 agosto 1260 cade a San Zenone, in un rigurgito di crudeltà forse ormai inutile, insieme a tutta la sua famiglia, tra lame e fascine di roghi. E qui la vicenda narrata da Rolandino finisce. È un testo affascinante. Scrive Fiorese che “la narrazione sembra procedere con una tecnica quasi cinematografica, passando da campi lunghi a primi piani e a dettagli di grande espressività”.

Scriveva il grande filologo Gerhard Voss, ripreso poi da L. A. Muratori, nel 1651: “Benché meriti di essere letto da tutti, deve esserlo soprattutto dai Padovani, che in nessun altro autore se non in questo loro concittadino possono trovare con più sicurezza le antiche gesta della loro floridissima città, le antiche famiglie, gli uomini illustri, i costumi e le usanze della città e della regione”.

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2 Comments

  1. CARLO BUTTI says:

    Finalmente un gran bell’articolo, dove la Storia non è ingaglioffita per far da supporto a un micronazionalismo neoromantico. Storia locale,senz’altro, ma strettamente legata alle vicende italiche, anzi europee, grazie anche all’implicazione di un grande personaggio come Federico II di Svevia, che cingeva le corone d’Italia e del Sacro Romano Impero. Cunizza da Romano, sorella di Ezzelino, è fra i protagonisti del canto IX del “Paradiso” di Dante: un autore che scrive in italiano, anzi è il padre della lingua italiana; ma forse non è il caso di ripudiarlo, visto che è tradotto in tutte le lingue, anche in arabo, a dispetto dell’immagine sconcia con cui nell'”Inferno” rappresenta Maometto. E il testo di Ronaldino, se Dio vuole, è scritto in latino, quella lingua di cui, piaccia o non piaccia, anche i dialetti veneti sono continuazione (come tutte le altre lingue cosiddette neolatine).

  2. giovanni says:

    ezzelino catturato dal condottiero soncinese giovanni turcazzano nella battaglia di cassano d’adda venne portato a soncino cremona e li’ imprigionato; mori’ poco dopo per le ferite riportate in battaglia di setticemia

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