Europa killer dei popoli e delle culture

libro educazionedi CHIARA BATTISTONI – Tra il VI e V secolo a.C., a Efeso, antica Grecia, visse Eraclito, il filosofo del divenire che fece dello scorrere della realtà un tratto saliente della sua dottrina. Di Eraclito si ricordano molte massime (tra cui “Morte è quanto vediamo da svegli; sogno è quanto vediamo dormendo”) ma il famoso “tutto scorre” resta il suo tratto distintivo. Ancora una volta, con secoli di anticipo la filosofia greca aveva capito che il divenire è parte integrante della realtà, della nostra stessa natura. Senza bisogno di cedere al relativismo (e senza annoiarvi ora con digressioni che finirebbero per allontanarci dal cuore della riflessione), se solo avessimo davvero interiorizzato questa consapevolezza forse affronteremmo la vita con uno slancio diverso.

Se solo fossimo un poco più audaci sapremmo formare ed eleggere una classe politica ben diversa da quella attuale, capace di vedere davvero al di là del giorno dopo giorno, capace di regalarci una rinnovata speranza nel futuro. Non sono le certezze che salvano un Paese; è piuttosto la capacità di governare il cambiamento   che ci aiuta a costruire il futuro. Immaginare nuovi scenari, gettare lo sguardo oltre la quotidianità, guardare il mondo con gli occhi della ragione e del cuore, per cogliere prima di altri le direzioni del mutamento: è questo ciò che si vorrebbe dalla classe politica, di destra o di sinistra. Ed è ciò che la sinistra (qualche volta anche la destra) caparbiamente
nega ogni volta che permette allo Stato di ingerire nella vita del singolo, ogni volta che mette lo Stato al di sopra dell’uomo, che gli permette di considerare il cittadino un mezzo da strumentalizzare a vantaggio di un apparto che tutto avviluppa, tutto assimila, come fosse un immenso stomaco, pronto a digerire il singolo a vantaggio di un tutto indefinito solo nella definizione, fin troppo concreto nei
suoi effetti, nelle voragini generate ai conti pubblici.

Lo sanno bene i Paesi più liberi che, non a caso, sono anche quelli più competitivi. Nel 1964, nella prolusione per l’inaugurazione dell’anno accademico 1964- 1965 nell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano, Gianfranco Miglio ricordava: «Destra e sinistra, conservazione conservazione e innovazione, sono categorie che acquistano valore soltanto nelle fasi di transito da un’antica a una nuova classe politica: quando quest’ultima si è veramente consolidata esse scompaiono e rimane soltanto l’amministrazione, cioè il vero governo. Ecco perché le vere oligarchie – come le vere dittature – non sono mai né di destra né di sinistra: sono soltanto e semplicemente oligarchie e dittature».

Ancora una volta Miglio aveva saputo cogliere la direzione del cambiamento, prima che questo si verificasse. Aveva cioè saputo applicare intelligenza, cultura, intuito, audacia cogliendo segnali premonitori là dove altri avevano fallito; aveva visto negli anni Sessanta ciò che si sarebbe in parte verificato 30 anni dopo. La lezione di Miglio, però, è ancora più radicale nella sua carica innovativa. Nel 2001 scriveva: «I grandi partiti di massa, dal canto loro, sono già un ricordo, sostituiti ormai da aggregazioni di interesse nelle quali non conta più l’ideologia, ma il carisma dei capi e l’uso scientifico della propaganda. Cambiando i partiti, cambia anche il meccanismo della rappresentanza. Così come è destinato a mutare il significato sin qui attribuito alla Costituzione.

La politica ha oggi assunto una dimensione pienamente mondana e secolare: come può dunque concepirsi un atto politico, come appunto la Costituzione, avvolta da un’aura quasi sacrale e religiosa, giudicato intoccabile, un sistema chiuso di norme che una volta posto è destinato a vincolare la  vita di tutte le generazioni a venire? In realtà, ogni generazione dovrebbe poter scrivere la propria Costituzione, fissare autonomamente le regole della convivenza politica secondo le proprie esigenze e necessità. Al posto della Costituzione – intesa come tavola dei valori, come struttura organica e completa, immodificabile nei principi – in futuro avremo, probabilmente, raccolte di “leggi particolari”, ognuna delle quali mirata verso problemi e aspetti specifici della vita collettiva e finalizzata a risolvere i problemi, per definizione sempre diversi, di una comunità; non più quindi la Costituzione a cui ci ha abituati il diritto pubblico europeo soprattutto ottocentesco, la Costituzione depositaria delle maiestatis di un intero popolo, ma uno strumento molto più flessibile e dinamico». (da Gianfranco Miglio: un uomo libero, Quaderni Padani, n° 37/38, 2001, pag. 166).

 

Se qualcuno di voi ricorda il Trattato che adottava una Costituzione per l’Europa (meglio noto come Costituzione europea), la cui legge di ratifica fu in discussione alla Camera, sa conto quanto macchinoso fosse quel documento: 448 articoli, a cui si aggiungono i protocolli allegati al Trattato; un concentrato di complessità che della flessibilità e del dinamismo auspicate da Miglio non sa che farsene. Ancora una volta, senza volere entrare in tecnicismi, ciò che appare evidente già a una prima, superficiale lettura è la natura ibrida dei suoi articoli, in alcuni casi un compromesso tra valori di riferimento e prassi quotidiana. Un distillato di usi e costumi degli Stati-Nazione, un tentativo pragmatico di conciliare istanze locali e globali, perdendo di vista però quello “spirito europeo” che dovrebbe animare l’unione. Voleva essere uno strumento di governo globale, deformato però dall’ottica nazionale che non riusciva a superare (o forse non poteva).

Non è normando la realtà che si costruisce la stabilità; Edgar Morin, nel suo Terra- Patria (Raffaello Cortina Editore, pagg.136- 137) ci ricorda che «L’incertezza della mente e l’incertezza del reale offrono allo stesso tempo rischio e opportunità.(…) Il problema è di non essere né realisti nel senso banale (adattarsi all’immediato) né irrealisti nel senso banale (sottrarsi ai vincoli della realtà), ma di essere realisti nel senso complesso (comprendere l’incertezza del reale, sapere che c’è del possibile ancora invisibile nel reale), il che sembra spesso irrealistico.

Ancora una volta, la realtà sfugge, sia ai realisti che agli utopisti. La realtà mondiale è appunto inafferrabile; (…) L’abbiamo già detto: oltre il realismo e l’irrealismo bisogna saper scommettere». Ciò di cui abbiamo bisogno con urgenza è proprio una politica che sappia trattare la multidimensionalità dei problemi umani; a tal proposito, in quanto a lacune, la Costituzione europea ne è un eloquente esempio. Per una politica del genere (e politici che siano all’altezza del compito), però, ci vuole una nuova cultura, nata dall’educazione alla complessità. Sta infatti cambiando il modo in cui ci raffiguriamo il mondo; abbiamo bisogno di una cultura che ci dia la consapevolezza che più sappiamo meno sappiamo, che ci aiuti a riformulare i problemi, a muoverci nell’universo della connessione e dell’ibridazione dei saperi. Edgar Morin traduce questo concetto in “educazione all’era planetaria”; non è un compito facile, soprattutto oggi che «l’individuo è sottoposto a una difficoltà ormai da tempo familiare a chi opera nei contesti scientifici: tutto può risultare pertinente, ma non nello stesso modo e non nello stesso momento. I confini delle discipline e delle competenze non sono più rigide barriere: dipendono da obiettivi e da giudizi transitori, costruiti e revocabili» .( Educazione e globalizzazione, Ceruti e Bocchi, Raffaello Cortina Editore, pag. 4).

 

Il mondo del lavoro, poi, richiede sempre più di frequente «un individuo a un tempo molteplice e integrato: aggiornato specialista nei propri campi di attività, ma anche aperto a esperienze e a linguaggi disparati. All’individuo spetta il difficile compito, anche in diversi e distanti momenti della propria carriera professionale, di reinventare i propri saperi, le proprie competenze e persino il proprio lavoro. La scuola e l’università devono formare negli individui non semplicemente le chiavi per apprendere staticamente, ma per apprendere ad apprendere, evolutivamente». (Educazione e globalizzazione, Ceruti e Bocchi, Raffaello Cortina Editore, pag. 17). Di fronte a noi c’è ancora una lunga strada da percorre per costruire quell’Europa dei popoli che, sola, può esprimere e rispettare le specificità locali.
Come ci ricorderebbe Miglio, però: «Con il consenso della gente si può fare di tutto: cambiare il Governo, sostituire la bandiera, unirsi a un altro Paese, formarne uno nuovo». Non dimentichiamolo.

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1 Commento

  1. luigi bandiera says:

    Non e’ EUROPA ma URKA ovvero Unione delle Repubblike Kattokomunisteislamike Afroasiatike.
    L’URSS era molto meglio e piu’ democratica. Era imposta ma si notava.
    L’URKA ci e’ imposta ma dicono che e’, invece, voluta da noi, dal popolo.
    Facce toste per non scendere troppo…
    Merrrrdddd….

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