EUROPA, FALLIMENTO ANNUNCIATO E SOLIDARIETA’ PELOSA

di STEFANO MAGNI

Qualcosa è cambiato in Europa, da un paio di giorni, da quando è stato approvato il nuovo piano di salvataggio della Grecia. L’Europa ha un volto più autoritario: a Bruxelles hanno approvato misure che limitano la sovranità nazionale di un Paese membro, imponendo un commissariamento “permanente” (sic!) della gestione dei suoi conti da parte di una commissione straniera, nominata da Ue, Bce e Fmi. Allo stesso tempo, l’Europa ha un volto più socialista. Non è più quell’arbitro severo che impone regole semplici, come “non indebitarti troppo”, “non andare in rosso”, “non inflazionarti”, ma un ente redistributivo, che concede prestiti a governi decotti (130 miliardi ad Atene, in due anni) accetta una Grecia con un debito superiore al 120% del Pil (da raggiungere entro il 2020, quale obiettivo più ambizioso rispetto all’attuale 160%)… e per cosa? Perché resti nell’euro. Era questo il sogno iniziale dei primi europeisti? Si è trattato del tradimento o del deragliamento di una buona idea? O già in origine, l’idea di Europa unita conteneva i germi della sua involuzione?

Era sbagliata da subito. Ne era convinto Friedrich August von Hayek, economista e filosofo liberale classico, premio Nobel nel 1974, uno dei due teorici (assieme al suo opposto John Maynard Keynes) più influenti nel pensiero economico del Novecento. Nel suo “La via della schiavitù”, pubblicato nel 1944, a Seconda Guerra Mondiale ancora in corso, l’ultimo capitolo è dedicato alle relazioni internazionali. E contiene dei passaggi in cui l’autore sembra proprio rivolgersi agli europei di oggi, mettendoli in guardia dalla deriva in cui finiranno.

Hayek prende in esame, prima di tutto, la lotta fra protezionismi e politiche mercantiliste che ha portato allo scoppio delle due guerre mondiali: “In nessun altro campo, il mondo ha mai pagato così caro l’abbandono del liberalismo del XIX Secolo come in quello dove cominciò la sua ritirata: le relazioni internazionali”. Soprattutto perché: “Se le relazioni economiche internazionali, anziché essere fra individui, sono fra intere nazioni, organizzate come organismi commerciali, esse diventano inevitabilmente causa di attriti e di invidie fra interi Paesi”. Ma la soluzione al problema che si intendeva adottare, già durante la Seconda Guerra Mondiale, stava iniziando ad apparire come un rimedio peggiore del male. Per lo meno agli occhi di un analista lucido quale Hayek: “Coloro che si rendono conto, almeno in parte, di questi pericoli, di solito arrivano alla conclusione che la pianificazione economica debba essere realizzata internazionalmente, vale a dire con il ricorso a qualche autorità sovranazionale. Ma sebbene questo allontanerebbe qualcuno degli ovvi pericoli sollevati dalla pianificazione nazionale, sembra che coloro che patrocinano tali progetti ambiziosi abbiano un’idea non molto precisa delle difficoltà e dei pericoli persino più grandi creati dalla loro proposta”.

Prima di tutto, il pericolo di costringere popoli interi ad essere solidali con altri popoli: “Fino a quando si tratta di aiutare persone che hanno abitudini e modi di pensare simili ai nostri (…) siamo solitamente pronti a fare qualche sacrificio. Ma chi potrebbe immaginarsi che esista qualche comune ideale di giustizia distributiva tale da indurre il pescatore norvegese a rinunciare alla prospettiva di un maggior benessere per aiutare il suo compagno portoghese? O l’operaio olandese a pagare di più per la sua bicicletta allo scopo di aiutare il meccanico di Coventry? O il contadino francese a pagare più tasse per l’industrializzazione dell’Italia?”. Badate bene: questo era scritto nel 1944, ma proprio l’altro ieri Nicolas Sarkozy ha ribadito la necessità di imporre una Tobin Tax, per ora su scala nazionale, un domani su quella continentale.

Il pericolo peggiore, per Hayek, è che la solidarietà forzata fra nazioni faccia saltare la democrazia: “Immaginare che la vita economica di una vasta area che comprende molti popoli differenti possa essere diretta o pianificata attraverso una procedura democratica, rivela una completa mancanza di consapevolezza dei problemi che una tale pianificazione farebbe sorgere. Una pianificazione su scala internazionale, ancor più che una su scala nazionale, non può essere niente altro che un nudo regime di forza, una imposizione di un piccolo gruppo su tutti gli altri”. Un sistema, non solo più autoritario, ma estremamente instabile e conflittuale: “E’ quasi certo che in un sistema di pianificazione internazionale, le nazioni con maggior benessere, quindi più potenti, verrebbero odiate e invidiate dalle nazioni povere molto più che in un’economia libera”. Ed è in effetti difficile, oggi come oggi, quantificare l’odio che si sta diffondendo, in tutto il Mediterraneo, nei confronti dell’Europa del Nord.

Altro che risolvere i problemi della guerra tra nazioni!

 

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2 Comments

  1. claudio casalini says:

    GRILLO FACCIA DI M… TOGLI LA CENSURA DAL BLOG

  2. Antonio Baldini says:

    Ottime considerazioni! Il solidarismo coatto, la pianificazione dall’alto, il “nazionalismo” europeista e la logica redistributiva su scala continentale alimentano la guerra di tutti contro tutti. Come accade all’interno degli Stati, che non sono per nulla strumenti di pacificazione interna, ma arene di lotta, invidia, tentativi di tutti di vivere alle spalle di tutti gli altri.

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