Europa, era meglio il medioevo delle cattedrali che la modernità del politicamente corretto

europa fallitadi ANDREA ROGNONI – Ritrovare l’Europa, la vera Europa. Questo l’imperativo categorico di chi crede ancora che la parola “identità” abbia un senso ed ispiri un insegnamento. L’eurocrazia attualmente imperante sembra aver costruito un neocontinente “in vitro”, né più né meno di quegli oggetti artificiali tanto cari all’eugenetica incalzante. Un’Europa senza cuore e senz’anima, che tradisce in gran parte la sua missione originaria, il volto che la geografia, la
storia, l’arte e la cristianità le avevano regalato.
Su un’immagine di fertilità naturale, fecondata dal toro in cui si era immedesimato Giove, l’Europa era nata fin dai tempi della mitologia greca, che vuole la giovane figlia del re di Creta letteralmente come “adatta al salice”, cioè di natura feconda, visto che il salice, come sarà poi nella cultura celtica, ci parla fin da allora di fecondità più di tutte le altre sostanze arboree.

 

Alcune caratteristiche naturali e geografiche del nostro continente andrebbero ricordate, per coglierne meglio il ruolo più autentico. Fin dall’epoca di Strabone l’Europa è stata riconosciuta come una terra “del sol calante” rispetto al Sol levante dell’Asia, un contesto cioè che manifesta una personalità fisica più evidente di tutti gli altri continenti: non presenta una forma massiccia ed omogenea, si configura come una frastagliata montagna compenetrata dal mare, unita quasi miracolosamente nella sua notevolissima diversità. Il clima stesso è più dolce che altrove, sia verso il Mediterraneo che verso il temperato mare del nord.Il tutto parla insomma di predisposizione alla nascita e allo sviluppo di una civiltà ricca ed articolata, capace di esprimersi al
meglio a patto di lasciare effettiva libertà ai suoi numerosi popoli. Bellissima, a tal proposito, la definizione contenuta nella rivista Humanitas dell’autunno del ’50: «Questa piccola Europa fatta di nervi più che di muscoli sembra vivere e muoversi, mentre gli altri continenti hanno un’apparenza sonnolenta,
immobile».

 

 

La nomenclatura etnica, generatasi dal fiore indoeuropeo di marca caucasica, ha giocato un ruolo di rafforzamento rispetto alla natura. Il ceppo celtico, quello germanico, quello latino e quello slavo , ciascuno colla propria peculiarità antropica e culturale, paiono rappresentare una sorta di rosa dei venti, le cui forze devono alternarsi continuamente e mai prevalere l’una sull’altra per garantire la vitalità “aerea” della stessa “figlia del salice”.
– L’ESEMPLARE ETÀ DI MEZZO –
L’Impero Romano fu un tentativo fallito di garantire la convivenze delle etnie. La sua quintessenza risiedeva infatti più nella milizia che nella spiritualità. Il predominio della componente latina smorzava indebitamente la voce di celti, germani e baltici, ne offendeva la dignità, riducendola alla triste e falsa immagine di “barbari”. Occorrerà arrivare allora al Sacro Romano Impero per trovare la prima attuazione di un progetto compiuto d’Europa, in cui l’elemento nordico controbilanciava l’anima mediterranea. Nel nome di Cristo Papato e Impero convivono all’insegna di una nuova cultura spirituale, che farà sentire per secoli, almeno fino al 1300 (ma per certi aspetti fino alla fine del seicento) la gens europea come una grande comunità che non deve sacrificare l’identità di ogni popolo a quella del continente.

 

Il feudalesimo più evoluto, troppo spesso dipinto come autarchia rustica e schiavizzante, preservava invece i volti autentici delle terre, coi ducati, le
marche, le contee. In quello scrigno, e non come si vuol far credere in atto di sfida nei suoi confronti, germinò la stessa civiltà comunale, che vide in Padania, come cuore d’Europa, il suo apogeo. Ne “L’identità culturale d’Europa” (1994) il cardinale Paul Poupard sottolinea che il Cristianesimo diviene, dato il suo rispetto per i valori nazionali, il crogiuolo di quell’identità culturale che i popoli europei non sarebbero potuti divenire senza esso». E Pietro
Ferrari, studioso attento della “europeità” ci ricorda ne “Il grido dell’Europa” (2003) che “San Benedetto per l’Europa occidentale, i santi Cirillo e Metodio per l’Europa centrale, il monachesimo celtico di San patrizio e San Brandano, San Vladimiro per la Russia e Santo Stefano per l’Ungheria hanno donato all’Europa il concetto dell ‘ uomo creato a immagine di Dio».
Quell’Europa cristiana dell’evo di mezzo (che possiamo dilatare nel tempo proprio nella misura in cui riconosciamo la sua resistenza rispetto ad altre direttrici culturali tipiche della peggiore modernità) trova i suoi punti di riferimento spaziali e spirituali in alcune chiese o cattedrali, in alcuni personaggi ed in alcune università. Parliamo di Notre Dame de Paris, di Santiago de Campostela, di Santo Stefano di Vienna (fulgido battista del cattolicesimo orientale), del nostro caro Duomo di Milano; di San Tommaso e San Bonaventura, dei padani Sant’Anselmo e Pier Lombardo, dei “nordici” Alberto Magno, Ockham e Niccolò Cusano, nonchè dei movimenti monastici dei cluniacensi e dei cistercensi. I centri universitari di Parigi, di Padova e Bologna, di Tubinga, di Cracovia e di Lovanio sono assurti a simbolo di cultura imperitura e di retta vita morale, orti privilegiati di una filosofia che colloquia costantemente con Dio, non disdegnando mai un’apertura moderata e piena di buon senso alla laicità.

 

 

– LUCI ED OMBRE  DELLA MODERNITÀ –
L’esordio dell’evo moderno avviene in Europa sotto l’egida di una sorta di “patto faustiano” che induce gradualmente a credere nella possibilità di sostituire
il “microcosmo” umano al “macrocosmo” divino: appena oltre il canto del cigno rappresentato dal fastoso ma ancora spirituale Rinascimento toscopadano
dei Raffaello, degli Ariosto, dei Tiziano e dei Michelangelo, nasce la scienza moderna in parte come sfida alla tradizione cristiana. Il barocco è il
tunnel tutto concettuale d’incubazione in ambito artistico di quell’illuminismo di marca franco-anglosassone che vuole arbitrariamente fare giustizia della stessa Controriforma di ispirazione borromaica. A difendere l’origine religiosa dell’Europa rimane quel mondo asburgico che è erede dinastico effettivo del
Sacro Romano Impero e matrice politico-culturale della splendida Mitteleuropa teresiana e francogiuseppina, così attenta ai diritti dei popoli coinvolti. Le
altre dinastie reali si perderanno in rivoli di possessività terrena (si pensi agli stessi Savoia, che verranno meno alla missione di salvaguardia del Sacro Lino colla farlocca conquista dell’Italia) e cederanno alla tentazione più devastante dell’Europa moderna: la costruzione dello Stato nazionale a modello
francese, frutto artificioso dell’usurpazione di diritti altrui, di progressivo (a partire dal ’400) annichilimento di popoli reali, come il provenzale e l’occitano
in Francia, il catalano e il galloiberico in Spagna, lo scozzese e l’irlandese nel Regno Unito, in nome di culture locali come il parigino, il castigliano e l’anglo che vorranno imporsi sulle altre vicine. All’Impero vero vanno sostituendosi in tutta l’Europa occidentale dei falsi imperi, di gusto colonizzante, pronti a superare i mari per portare la loro lingua prevaricatrice in altri continenti a danno di quei lontani popoli (colonialismo contemporaneo). Non è un caso che il federalismo trovi le sue origini nel Seicento, nell’area dei Paesi Bassi e nordgermanica, frangia d’Europa rimasta a proporzione di popolo
reale, come tentativo di salvaguardare (vedi Altusio e Grozio) quell’idea di Europa “dei cento Porti” che la lega anseatica aveva mutuato dalla tradizione comunale , signorile e repubblicano-marinara.

 

Sotto questo punto di vista l’Europa orientale, quella che ora entra nella Ue sotto il nome di Lituania, Estonia, Slovacchia, etc. subisce molto meno la tentazione della grande statualità pseudonazionale, se si eccettua la realtà russa che, non a caso, si ispira culturalmente, specie sotto Caterina e Pietro, all’universo francese, rimanendo peraltro ancorata anche a gusti ed orientamenti asiatici in fatto di istituzioni e scelte amministrative. L’evoluzione “eurocida” del pensiero maturato negli Stati-nazione parla con accenti megalomani, nel Settecento e nel tardo ottocento (Lumi e Positivismo) di indefettibile progresso dell’umanità, di cosmopolitismo, di uguaglianza e fratellanza, facendo proprio il linguaggio della massoneria, cioè della più perfida tenaglia mai costruita nella storia ai danni della comunità cristiana: si prepara in tal maniera lo sbocco giacobino e neogiacobino, che ha comportato fenomeni come Napoleone e il Risorgimento nell’Ottocento, la tragica parodia fornita da comunismo e nazionalsocialismo nel Novecento, e la nuova Europa atea, materialista e mondialista che sotto i nostro occhi sta celebrando la sua “danza macabra”.

 

Ma l’Europa dei popoli, grazie alla strenua resistenza da parte dei valori cristiani e alle idee federaliste ed autonomiste che trovano in Cattaneo prima e
nei movimenti indipendentisti poi (ma non va sottovalutato anche il ruolo di un certo pensiero cattolico di ispirazione legittimista), non è affatto morta:
chi oggi parla di tradizioni, culture e lingue da salvare si riallaccia all’idea più genuina d’Europa, unita nella fede e molteplice nelle manifestazioni identitarie.

(da Il federalismo, anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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