Europa, un bilancio dimagrito è sempre una cosa buona

di MATTEO CORSINI

Tra i tanti commentatori delusi dal compromesso raggiunto sul bilancio comunitario 2014-2020, ho scelto di riportare le parole di Carlo Bastasin: “Questo sistema di interdipendenza economica e indipendenza politica sembra loro troppo complicato da gestire tra 27-28 stati membri gelosi di se stessi e diffidenti degli altri. Con semplicità un tempo si parlava di egoismo, poi di assenza di visione, ora di declino di un’idea… Tra le voci più colpite dai tagli saranno quelle di infrastruttura comune che in un momento di bassa occupazione avrebbero un elevato moltiplicatore fiscale”.

Bastasin scrive di faccende europee dalla Brookings, a Washington. La delusione deriva dal fatto che il bilancio europeo risulta ridimensionato rispetto al precedente, e ciò appare come una bestemmia agli europeisti convinti che lo sviluppo dipenda da quanti soldi vengono spesi dalle autorità pubbliche. E allora ecco tirare fuori l’egoismo dei Paesi del Nord e altre amenità del genere. Come se fosse una novità o un’assurdità che ogni Stato cerchi di tirare l’acqua al proprio mulino in sede europea. Personalmente non credo che sia lamentandosi dell’egoismo altrui che si risolvono i problemi.

Avrebbe avuto molto più senso, date le perduranti precarie condizioni dell’economia italiana, cercare di interrompere l’usanza secondo la quale l’Italia risulta essere un contribuente netto (in secondo, dopo la Germania, che pure se la passa molto meglio) al bilancio comunitario, come ai tempi in cui il reddito pro capite era superiore a quello medio dei Paesi membri, circostanza ahimè non più vera da alcuni anni.

In Italia hanno dipinto come una grande vittoria di Monti aver spuntato uno sconticino di meno di 700 milioni all’anno, ma sarà comunque pari a 3,8 miliardi all’anno il saldo netto negativo per i contribuenti italiani. Non che i precedenti governi avessero fatto meglio, peraltro. In ogni modo, un bilancio più ampio avrebbe potuto comportare un saldo netto ancor peggiore per l’Italia. Ma a parte questo dettaglio non privo di significato, è l’idea grossolanamente keynesiana che la spesa pubblica generi sviluppo a non reggere. La spesa pubblica equivale a maggiore tassazione presente o futura, sia essa esplicita o implicita (inflazione). Equivale inoltre a una distorsione redistributiva nell’allocazione delle risorse, prelevate coercitivamente da chi le ha prodotte e attribuite a chi i burocrati europei ritengono opportuno concederle, in virtù di una mai dimostrata (né dimostrabile) onniscienza che li renderebbe capaci di individuare ciò che è bene per circa 500 milioni di persone.

Per questo penso che la riduzione del bilancio europeo 2014-2020 dovrebbe essere considerata una buona notizia, peraltro del tutto insufficiente a ridimensionare seriamente il leviatano eurocratico.

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