La caccia all’orso Daniza, la schizofrenia di chi introduce e poi combatte

di ROBERTO MARCHESINI*orso
Rispetto all’episodio di aggressione operata dall’orsa conosciuta come Daniza, peraltro monitorata attraverso radiocollare e facente parte di un preciso progetto di reintroduzione sul territorio, alcune considerazioni prettamente di natura etologica vanno fatte.

Un comportamento può essere definito normale o deviante e ovviamente la pericolosità di un soggetto va sempre valutata secondo questo indice, altrimenti non avrebbe alcun senso un progetto di reintroduzione di una specie su un territorio. Diciamo che un soggetto presenta un profilo comportamentale deviante – e di conseguenza pericoloso – se: 

1) aggredisce in modo attivo senza alcun motivo, ovvero ricerca in modo proattivo lo scontro e non lo fa semplicemente perché mosso da esigenze imprescindibili come l’autodifesa, la difesa del nido, la difesa di una risorsa di sopravvivenza, la difesa dei propri cuccioli; 

2) sconfina dal territorio silvestre e comincia a insistere sulle aree propriamente antropiche (come città, paesi, giardini, etc) attaccando in modo diretto le persone che incontra;

3) si può aggiungere inoltre che un soggetto possa ritenersi pericoloso se appartiene a una specie che manifesti entrambe di queste due caratteristiche di base: 

a) non sia una specie autoctona ovvero non abbia la capacità di integrarsi con le caratteristiche silvestri di un particolare territorio; 

b) appartenga a una tipologia di animale che per profilo comportamentale, per mole, per abitudini possa essere pericolosa in termini di potenzialità di aggressione. 

 

Nessuno dei tre punti suesposti è configurabile rispetto all’evento che ha visto come protagonista l’orsa Daniza. Entriamo poi nella dinamica dell’incidente, per quello che è stato riferito e per ciò che è possibile inferire. Cercare funghi è ovviamente un’attività che porta l’essere umano a frequentare luoghi silvestri ove è possibile entrare in rapporto con gli animali che vi dimorano, sulla base di precise esigenze ecologiche, come peraltro compreso dai piani di reintroduzione. Sia chiaro: se si mette in discussione questo punto è lo stesso progetto di reintroduzione che decade. La gestione di un territorio dovrebbe prevedere non tanto l’allontanamento delle specie utili a un particolare bioma – peraltro reintrodotte proprio dall’uomo – ma la capacità di dare le corrette indicazioni, anche in termini di zone ove porre attenzione oltre che in termini di comportamenti, a chi frequenta questi luoghi di incontro tra l’uomo e l’ambiente silvestre. Ora non voglio inferire che il comportamento della persona aggredita sia stato avventato, anche se alcune descrizioni riportate dai giornali lo lascerebbero presupporre – per esempio il mettersi dietro un albero a spiare il comportamento dei cuccioli, un comportamento che ricorda l’atteggiamento predatorio – ma è certo che l’incontro debba aver avuto quel margine di sorpresa che si presta a essere equivocato da una mamma che sente come primo obbligo naturale e istintuale di difendere i propri cuccioli. Un comportamento umano siffatto sarebbe salutato come il più grande gesto di autentica generosità e non si capisce perché lo stesso comportamento debba tradursi nella stigmatizzazione di pericolosità dell’animale in questione. O Daniza era pericolosa a prescindere, per il fatto di appartenere a una specie di grossa mole – ma non certo per considerazioni etologiche visti i tre punti suesposti – o non può diventarlo a seguito di questo episodio che, al limite, dovrebbe accreditarla come soggetto dal profilo sociale e parentale di alta affidabilità. Sembra un paradosso ma le cose sotto il profilo etologico stanno proprio così. Sono i soggetti che hanno maggiore empatia sociale quelli che presentano una maggiore affidabilità comportamentale. Ma c’è di più. Se consideriamo la forza che può mettere un orso in un comportamento di aggressione – in termini di consistenza degli artigli e delle zanne ma altresì di potenza muscolare e di mole complessiva – e la cogenza della motivazione parentale, capace di dar luogo a furori aggressivi di indicibile entità anche in animali di piccola mole, e se paragoniamo l’esiguità delle ferite riportate dall’aggredito, non possiamo non dedurre che l’orsa non voleva affatto produrre seri danni ma solo spaventare e allontanare. Anche in questo caso ciò depone per un grande equilibrio comportamentale.

Arriviamo a questo punto a discutere sui provvedimenti paventati. Non prendo nemmeno in considerazione l’eventualità dell’abbattimento che sarebbe un crimine palese ed eclatante. Mi riferisco alla cattura e all’allontanamento, altrettanto scorrette e gravemente vessatorie, anche se in modo più subdolo. Intervenire su una mamma con i cuccioli – e stiamo parlando di un animale selvatico non di un animale domestico – significa condannare a morte in modo altamente probabile i cuccioli e a produrre un trauma irreversibile nella madre che – allora sì – la farebbe diventare pericolosa. Una madre che perda il suo territorio, che venga catturata mentre svolge le cure parentali (ciò che c’è di più prezioso per una femmina di mammifero), che le si determini un’alterazione grave nell’equilibrio endocrino riferibile proprio ai momenti di parentalità, che perda i suoi cuccioli o si trovi a vivere una condizione di alta sofferenza a causa dell’azione dell’uomo, non vi è dubbio che possa diventare pericolosa. 

Ricordiamoci che i mammiferi hanno un sistema neocorticale altamente sviluppato capace di apprendimenti, esperienze, ricordi. Pertanto un provvedimento di questo tipo sarebbe da considerarsi:

1) inadeguato perché applicato su un soggetto che non presenta caratteristiche di devianza comportamentale o di pericolosità ma che anzi ha manifestato doti di equilibrio comportamentale; 

2) improprio perchè rischierebbe di peggiorare la situazione dando luogo a un soggetto che a causa dell’evento traumatico potrebbe evolvere caratteristiche di alta pericolosità; 

3) inaccettabile da un punto di vista etico oltre che etologico e mi sembra che di ragioni ce ne siano più di una, per cui non mi soffermerò a specificarle nel dettaglio; 

4) contraddittorio sotto il profilo del progetto stesso di reintroduzione delle specie autoctone sul territorio; 

5) sbagliato sotto il profilo ecologico perché dal punto di vista ecosistemico la presenza di specie autoctone assicura l’equilibrio del sistema stesso. 

 

Per tutte queste ragioni ritengo che l’orsa Daniza e i suoi cuccioli non debbano essere allontanati dal territorio in cui oggi insistono.   

 

 

 

Roberto Marchesini, nasce a Bologna nel 1959. Dopo aver conseguito la Laurea in Medicina Veterinaria presso l’Alma Mater Studiorum, ha svolto importanti incarichi come consulente in progetti di tutela dei diritti animali e di Animal Welfare presso numerosi enti pubblici e privati italiani. Considerato uno dei massimi esponenti mondiali della zooantropologia, disciplina che si prefigge lo scopo di studiare la relazione uomo-animale da una prospettiva non antropocentrica. In tale ambito, ha promosso e divulgato progetti di zooantropologia applicata finanziati dal Ministero della Salute italiano ed è stato coordinatore di numerosi gruppi di ricerca che hanno approfondito il valore relazionale e dialogico degli animali nella nostra società. Docente universitario dai primi anni Duemila, ha tenuto corsi di zooantropologia, di animal welfare e di etologia cognitiva in numerosi atenei italiani. Ha inoltre tenuto interventi e conferenze in varie università straniere e presso istituti di ricerca (Cile, Brasile, Spagna, Olanda, Francia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti) esportando fuori dai confini nazionali il proprio approccio disciplinare. Grande conoscitore del mondo animale in tutte le sue incarnazioni, è una figura di spicco nel panorama dell’etologia cognitiva in quanto  ha riconsegnato un ruolo attivo e performativo alla mente animale che era invece vista, fin dall’antichità, ma anche dall’approccio etologico classico e da quello behavourista, come mera esecutrice di automatismi. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, tra i suoi scritti in campo etologico ricordiamo: L’identità del cane (2002, Apèiron) Pedagogia cinofila (2007, Perdisa Editore), Intelligenze plurime (Perdisa, 2008) e Modelli cognitivi e comportamento animale (2011 Eva edizioni). E’ direttore della Scuola di Interazione Uomo-Animale (SIUA), Presidente della Società Italiana di Scienze Comportamentali Applicate (SIUA).

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

2 Comments

  1. Marco says:

    Un bel po’ di orsi nel parlamento itagliano e nelle sedi UE: come prendere due piccioni con una fava.

  2. Paolo says:

    Questi grossi animali sono stati forzatamente reintrodotti dal’ uomo in ambienti che ormai non sono più i loro. Questi hanno bisogno di vivere in un loro ambiente con molto spazio boschivo e privi di centri abitati in quanto devono cacciare e vivere in maniera naturale. Nel nostro paese non ci sono queste condizioni.

Leave a Comment