Etica e giornalismo all’italiana

di ROMANO BRACALINI

Si direbbe che la stampa italiana tra i suoi doveri non abbia quello fondamentale di informare ma piuttosto di correggere una opinione invalsa nel popolo-bue. Se l’impressione è quella che via sia ormai, a parte la crisi economica, anche un problema di emergenza sicurezza e che il cittadino comune non sia tutelato nei suoi fondamentali diritti individuali e che le donne e gli anziani, perché più deboli, siano le vittime predestinate di stupratori e rapinatori, ebbene non è vero niente. Viviamo nel migliore dei mondi possibili. Così, con le medesime intenzioni del Minculpop, organi ministeriali, grazie alla stampa compiacente e servizievole, diffondono l’impressione opposta di un Paese tranquillo, dove i reati contro la persona e contro il patrimonio non sono affatto in aumento, ma di converso, in diminuizione. Giornalisti di punta, più pennivendoli che combattenti dell’ideale, continuano imperterriti sui grandi giornali a rimestare il letame e solo con l’obbiettivo voluttuoso e improvvido di colpire l’avversario per compiacere il padrone. Ogni arma è permessa, purché ignobile.

Qualcuno può stupirsi che il fascismo abbia avuto un così vasto consenso in Italia? I fascisti c’erano già, solo che non sapevano di esserlo. C’è libertà di stampa in Italia? Bisognerebbe ribaltare la domanda: se non c’è l’abitudine a usarla è come se la libertà di stampa non ci fosse, e i primi a farne a meno sono proprio i giornalisti. Nell’Ottocento i grandi giornali erano organi di potentati politici: Crispi, Giolitti, Salandra, poi Mussolini. I diritti dei lettori non venivano nemmeno per ultimi. I giornali della repubblica non sono migliori, per certi versi sono peggiori perché non hanno l’alibi della costrizione e della fedeltà. Sotto il fascismo martiri dell’idea non se ne videro.
Il giornalista più eclettico del Ventennio fu senz’altro Davide Lajolo volontario in Spagna dalla parte dei franchisti, direttore della Sentinella Adriatica, foglio della federazione fascista di Ancona e pochi anni dopo direttore dell’Unità, organo del partito comunista. Il più impunito è lo storico (storico!) Roberto Vivarelli, repubblichino diventato comunista (come Dario Fo), senza mai rinnegare il passato fascista, che si presenta in TV con la pappagorgia, la faccia da schiaffi e la maglietta con l’effigie del Che. E insieme a loro una legione di voltagabbana e di trasformisti passati senza fare una piega da un dispotismo all’altro, secondo una consolidata usanza di abiezione e piaggeria, senza che re Ferdinando II di Borbone riuscisse mai a fidarsi interamente dei “pennaruli”.

I giornali d’oggi non godono di grande stima. La Stampa di Torino è chiamata la “busjarda” e nessuno si offende essendo un epiteto che si rifà a una gloriosa tradizione di sudditanza. Anche il torvo cardinale Antonelli rivalutava la bugia chiamandola, all’occorrenza, santa. Perchè i giornalisti dovrebbero essere diversi? Voltagabbana come i reduci del 68 che volevano abbattere lo Stato e se ne sono fatti mallevadori dai più alti fastigi della poltica e del giornalismo “borghese”. Stessa palingenesi negli ex comunisti d’annata. Sentire Fassino che in TV da del “romeno” all’avversario, fa scompisciare. Ma Ceaucescu non era roba loro? Fessino parmi. Negli anni Cinquanta la stampa borghese stava con l’America, la stampa fiancheggiatrice del PCI con l’URSS. Nel 1951 in piena guerra fredda, la DOXA chiese a circa 3.000 lettori quale fosse, secondo loro, il quotidiano più serio e più obiettivo dell’Italia settentrionale. Il 28% rispose il Corriere della Sera, l’8% La Stampa, il 5% l’Unità.(L’Unità!). Come si vede il concetto di libertà, ieri come oggi, resta relativo e confuso. Se gridavi “viva la libertà” sulla piazza Rossa ti ricoveravano in manicomio.

L’Italia non cambia. Dove se non in Italia i comitati di redazione hanno il potere di veto e di interdizione? Dove se non in Italia si creano le icone sante del giornalismo corretto e sgrammaticato, come è accaduto in RAI col tabernacolo di San Michele martire e gli altri stronzi, con la benedizione dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti RAI? Purché dalla parte giusta, come comanda il Minculpop “democratico”!

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One Comment

  1. lombardi-cerri says:

    Il motto che si addice ai giornalisti italiani ( e non solo a loro) è : Franza o Spagna purchè se magna !

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