Eternit, il delirio della giustizia che si crede meglio di Dio

di GIULIO ARRIGHINIfoto-suicidio

I disastri ambientali, con i loro morti al seguito, una volta diceva la legge, non avevano termini per la prescrizione. Volendo, tuttavia, ci  si può ripensare. E così il sostituto procuratore della Cassazione Francesco Iacoviello ha chiesto di dichiarare prescritto il maxi-processo Eternit per disastro ambientale e, di conseguenza, di annullare la condanna a 18 anni di carcere per l’unico imputato, il magnate svizzero Stephan Schmidheiny. Era stato condannato dalla corte d’appello di Torino il 3 giugno 2013.

Non  ci sono parole per dire che se la politica è lontana anni luce dalla gente, la giustizia le è decisamente nemica.

L’azzeccagarbugli dice che il reato di disastro ambientale doloso si è prescritto. La pubblica accusa ha quindi chiesto ai giudici della prima sezione penale l’annullamento senza rinvio della sentenza della Corte d’Appello di Torino.

Pilato ha parlato

Dice il giudice: “per me l’imputato è responsabile di tutte le condotte che gli sono state ascritte”. Il problema è, ha detto Iacoviello, “che il giudice tra diritto e giustizia deve sempre scegliere il diritto”. Certo, ha detto Iacoviello nella requisitoria, “la prescrizione non risponde a esigenze di giustizia ma ci sono momenti in cui diritto e giustizia vanno da parti opposte”. Eh beh, certo, si muore per nulla.

Ma ripercorriamo i fatti

I fatti legati alla vicenda Eternit delle migliaia di morti per il tumore provocato dall’inalazione di polveri d’amianto nei quattro stabilimenti italiani della multinazionale elvetico-belga e tra i cittadini di Casale Monferrato, Cavagnolo, nel torinese, Rubiera (reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli) risalgono al giugno 1966. Secondo la pubblica accusa di Piazza Cavour, le morti provocate dalla fibre di amianto non rientrerebbero nel concetto di disastro. L’unico imputato nel processo è stato appunto condannato in secondo grado per disastro ambientale doloso. Nella sua requisitoria il Pg ha più volte parlato della questione come di un “disastro silente, nascosto che affiora a distanza di decenni”. Iacoviello ha puntato il dito contro “la facile tentazione dell’homo economicus di avere il profitto oggi e il morto domani”. Capirai che consolazione il latino.

Poi salva il sedere all’imputato, poverino, non sapeva

Tuttavia il Pg ha richiamato l’attenzione sulla qualificazione del reato facendo notare che “va dimostrato che l’imputato intenzionalmente voleva provocare il disastro”. Di una cosa l apublica accusa di Piazza Cavour si è detta certa: “L’imputato è responsabile di tutte le condotte ascritte”. Iniziando la sua requisitoria il Pg della Cassazione ha parlato di un “processo complicato”, mettendone in evidenza le “implicazioni problematiche e le attese notevoli da parte della comunità scientifica. Ciò che deciderete -ha detto- è un precedente che varrà per il futuro”. Il punto, per Iacoviello, è che il reato di disastro “per me è un reato autonomo mentre la giurisprudenza della Cassazione lo considera una circostanza aggravante”.

La giurisprudenza che intorta i deboli

Nel corso della requisitoria il Pg ha evidenziato le discrepanze tra la sentenza di primo e di secondo grado. “La divergenza -ha detto- è sul momento consumativo del disastro. In primo grado si è detto che il disastro cessa quando la bonifica degli ambienti è stata interamente completata; in secondo grado i giudici hanno detto che il disastro termina nel momento in cui non ci saranno morti in eccedenza sostenendo, in pratica, che finchè dura la malattia dura il disastro”. Parlando della tesi accusatoria portata avanti in tutti questi anni dal procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello il Pg della suprema Corte ha sottolineato come l’accusa abbia fatto “un percorso pionieristico, facendo rientrare le morti come eventi del disastro”. Un ragionamento diverso da quello seguito dal sostituto procuratore generale Iacoviello che nella sua requisitoria ha fatto capire che, a suo modo di vedere, le morti non fanno parte del concetto di disastro.

Il disastro è la giustizia

“Sconcerta la richiesta del procuratore generale della Corte di Cassazione all’apertura del processo Eternit. In quello che viene definito ‘il processo del secolo’, per numero di vittime coinvolte e perche’ una sentenza di conferma della condanna per disastro ambientale doloso avrebbe segnato un punto importante per la giurisprudenza e per la giustizia, il pg Iacoviello sceglie di mettere in contrapposizione diritto e giustizia”. Cosi’ Gennaro Migliore, deputato Pd, in una presa di posizione condivisibile in toto, commenta la decisione del pg.

Giustizia cieca che non vuol vedere

“Le conseguenze dei reati ambientali sono illimitate nel tempo e non si può pensare di far intervenire la prescrizione del reato quando gli effetti dello stesso reato sono ancora visibili, e donne e uomini continuano a morire. In Campania sono ancora molti, troppi, i lavoratori che non hanno visto riconosciuto il disastro ambientale per l’esposizione all’amianto, come i ferrovieri di Portici e Pozzuoli o le maestranze dei cantieri navali di Castellammare. Una sentenza di conferma della condanna – spiega Migliore – potrebbe creare un varco per l’apertura di un processo anche nei confronti di Italsider e delle tante vittime rimaste senza verita’ e giustizia”.

Napoli se ne lava le mani

“Colpisce quindi il disinteresse delle istituzioni Campane e Napoletane, oggi assenti in sede processuale. Bagnoli non può essere usata per avviare un braccio di ferro col governo: dell’area ci si deve occupare con rispetto, anche dei suoi abitanti e di chi vi ha perso la vita”.

 

segretario Indipendenza Lombarda

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5 Comments

  1. klement says:

    Se vogliamo giustizia, dobbaimo andare in India

  2. Luciano Aguzzi says:

    L’articolo mi suona stranamente di stile e ispirazione fascio-comunista, di acceso e violento giustizialismo alla giacobino-stalinista. Ma vorrei fare una domanda, non una polemica: non ho seguito, se non molto superficialmente, la vicenda. Ho però letto in diversi articoli che la produzione di manufatti in eternit è avvenuta quando non si conoscevano ancora gli effetti negativi ed è avvenuta nel rispetto delle leggi vigenti allora. Pertanto, qualunque catastrofe sia avvenuta e scoperta dopo, come conseguenza, ciò costituisce uno spiacevole evento, certamente, ma non un reato. Il reato, se c’è, deve essere limitato solo al periodo di produzione consapevole e contro legge. Inoltre, l’istituto giuridico della prescrizione non si oppone alla giustizia, ma contribuisce a rendere certi i tempi della giustizia. Che giustizia sarebbe condannare qualcuno per un reato commesso cento anni prima? A un certo punto il tempo trasferisce gli avvenimenti, compresi i reati, dalla sfera del giudizio che è di competenza dei tribunali a quello della storia. Il tempo della prescrizione è variabile, secondo la materia giuridica su cui si applica, ma un tempo è necessario, altrimenti la giustizia sarebbe molto più incerta e, soprattutto, molto più arbitraria e totalitaria e i giudici sarebbero davvero degli dei al cui capriccio nessuno potrebbe sfuggire.
    Luciano Aguzzi

  3. Ric says:

    L’impianto della giustizia è un pretesto ; la capziositá del distinguo tra diritto e giustizia fa il paio con l’interpretazione delle leggi e le discrezionalitá soggettivizzate . Allorquando l’istituzione giuridica , come strumento equilibratore tra possessore di mezzi e capacitá e i possessori di debolezze “congenite” quali povertá ed ignoranze intrinseche alla costrizione del bisogno frustrante ergeva empiricamente in nemesi per soddisfare legittimitá espropriate da qualsivoglia forma di arroganza dispotica , stornava all’immaginario ferito dignitá esistenziale offrendo il “risarcimento ” come misura riparatrice. Attenersi a valutazioni pragmatiche nobilita la funzione di addetti e ne giustifica il loro esistere professionale. Quando al contrario , la casta si erge millantando supplenze divine , ( ammesso che Dio esista) , è una presa di potere indebito su vita e libertá altrui , illegittima proprietà , pertanto condicio sine qua non criminogena . Nella fattispecie ” dell’amianto” poco conta ammanettare il reo , quanto ripristinare a suon d’indennizzo il “mal tolto ” sino a tacitarne l’intrinseca disperazione . L’ amoralitá circa la consapevolezza o meno a fare il male , tanto caro ai sepolcri imbiancati , svuota la cogenza necessaria alla tutela e al risarcimento dei danni favorendo ad libidum crimini ed impunitá in quanto compiacimento artefatto di delinquenze togate al servizio essenzialmente di sporchi e sanguinanti fatturati pro domo proprio. Cittadini, Cartago delenda est !!!!

  4. Dan says:

    Cosa differenzia una società umana da un branco di animali ? La presenza del diritto ovvero dell’insieme di leggi che permette di risolvere i contrasti pacificamente in modo tale da far trionfare la giustizia senza che le vittime debbano provvedere da se.
    Il diritto è quindi una cosa subordinata alla giustizia, è lo strumento necessario ad applicarla: non è, invece, una cosa in sua contrapposizione, non è un qualcosa tra cui scegliere.
    Qui invece si è proprio fatto questo.
    In pratica cosa si può imparare da questa sentenza.

    1- Che se i cittadini di casale monferrato vorranno veramente giustizia dovranno provvedere da se.
    2- Che se si vuole aprire una fabbrica dedita a produrre roba tossica, a dispetto delle apparenze, non c’è bisogno di preoccuparsi della salute e della sicurezza dei propri lavoratori oltre che delle zone vicine perchè tanto, al momento buono, una soluzione la si troverà sicuro.
    3- Che l’italia è sempre meno uno stato degno di qualsivoglia rispetto

  5. Mauro says:

    Ma perche’ in Italia, forse unico paese al mondo, esiste il reato di prescrizione?

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