Esce il film sul sequestro di Emanuela Orlandi. L’indipendenzanuova ripercorre le verità scomode del Vaticano nelle pagine della Commissione Mitrokin

di STEFANIA PIAZZO – Il cinema ripropone il caso del sequestro di Emanuela Orlandi, figlia di un commesso della Prefettura della Casa pontificia.

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 27-05-2012 Roma Interni Marcia per Emanuela Orlandi, organizzata dal fratello Pietro Nella foto Un momento della manifestazione Photo Roberto Monaldo / LaPresse 27-05-2012 Rome March for Emanuela Orlandi In the photo A moment of demonstration

Ci ricordiamo Alì Agca? Venne liberato  per buona condotta. Estradato dall’Italia in Turchia, tornò libero  per strada. Lui, e le sue 50-60-100 versioni sull’accaduto, erano forse il segnale di qualcosa che sta cambiando, di nuovi equilibri di potere. Di nuove strategie mondiali. Forse. Di quelle strategie che dovevano essere e che poi non sono state. Di un disegno per annientare l’Europa. Perché di questo si è trattato, passando per l’eliminazione dell’inciampo Wojtyla, del rapimento Moro prima, sino ad arrivare a Tangentopoli, salvagente rosso. Un grande disegno politico-militare, complesso, sul quale non tacere.

Nel contempo non dimentichiamo  l’allora  discorso del pontefice ai diplomatici, Benedetto XVI, l’indomani
della notizia della scarcerazione del killer, in merito al terrorismo, laddove, in riferimento alle
tensioni in Medioriente, afferma che «tali considerazioni assumono una più vasta applicazione nell’odierno contesto mondiale, in cui non a torto si è ravvisato il pericolo di uno scontro di civiltà. Il pericolo – ammonisce Ratzinger – è reso più acuto dal terrorismo organizzato, che si estende ormai a livello planetario. Numerose e complesse ne sono le cause, non ultime quelle ideologico-politiche, commiste ad aberranti concezioni religiose».

Il passo indietro però è d’obbligo, per avere un quadro più completo in cui si è mosso il terrorismo che ha tentato di “sgominare”, prima che cadesse il muro e tutti i suoi equilibri di forza, la sede della cristianità. Obiettivo, a dire il vero, che non è lontano dal braccio di ferro criminale che il fondamentalismo e il relativismo hanno ingaggiato oggi con l’Occidente.

Di Agca sappiamo che è «un criminale di caratura internazionale, forse unica». Su Agca non inventiamoci
nulla, stiamo ai fatti, quelli che chiunque può trovare agli atti delle audizioni della segue a pagina 6 Commissione Mitrokhin, quando le pieghe dell’inchiesta hanno portato all’esame dei carteggi relativi a presunte esercitazioni militari del Patto di Varsavia riguardanti l’Italia e ai progetti di spionaggio commissionati agli ungheresi da Mosca ancora ai danni dell’Italia.

Le carte portano, passo dopo passo, al disegno di un’Europa rossa. Disegno che passa dall’eliminazione
fisica del Papa polacco e dal dominio politico e militare della Polonia. Un Risiko vero, un film di vera cronaca che sfogliamo con la memoria rileggendo l’audizione, per cominciare, di Ilario Martella, giudice della seconda istruttoria sull’attentato a Wojtyla. E che di Agca ha l’opinione che già avete letto, per cominciare.

Quattro i volumi che raccolgono il processo, ma solo gli ultimi due “contano”. Senza dimenticare che Agca fu condannato a morte per un altro delitto, quello del giornalista turco Abdi Ipecki. E che dal carcere evase grazie ai suoi amici dei Lupi Grigi. Trovò rifugiò in Iran, tornò in Turchia ed “espatriò” in Bulgaria con
passaporto indiano. Incontra Omer Mersan, a Sofia, tramite tra i servizi segreti bulgari e i Lupi grigi (fatto che i magistrati bulgari negano, nonostante nonostante alla magistratura italiana, per acquisizione di documenti, risulti il contrario!).

Si è sempre dichiarato uomo senza ideologie ma alla ribalta della cronaca,  Agca torna con una lettera indirizzata a Paolo Guzzanti, presidente della Commissione Mitrokhin, poi pubblicata su “La Repubblica”, in cui si legge: «Sono un vero rivoluzionario, (…) credo che il socialismo reale che garantiva pane e lavoro per tutti era meglio del capitalismo selvaggio e meglio dell’attuale tirannia cinese (…). Certo, io condanno gli omicidi delle Brigate Rosse, ma credo che l’Occidente abbia bisogno del comunismo democratico come quello del compagno Bertinotti e similari». Come mai, dopo essersi professato per anni «criminale senza ideologie», Agca cerca casa politica?

«Le dichiarazioni pseudopolitiche di Agca sono un messaggio ai complici», commenta lo stesso Guzzanti mentre ascolta il giudice Martella. Che non smentisce. Per spiegare le sue “giravolte”, Agca afferma di essere stato minacciato. Spiega il giudice Martella in merito alla ritrattazione sulla pista bulgara durante il processo da lui istruito: «Secondo quanto Agca ha detto a Imposimato (ex magistrato, col quale Alì in merito si confidò), a intimargli di tacere sarebbe stato Markov Petkov, il magistrato interprete che giunse a Roma il 30 settembre 1983 per svolgere la prima rogatoria da parte della Bulgaria, insieme all’altro giudice, Jordani Ormankov. Petkov, durante gli interrogatori in carcere, avrebbe rivolto ad Alì Agca pesanti minacce verso i suoi familiari, dicendogli che i bulgari avrebbero provveduto a sterminare la sua famiglia».

Sta agli atti, si legge nei documenti della Commissione, che «secondo la ricostruzione fatta dal giudice Imposimato, invece, Markov Petkov era un agente del Kgb e Jordan Ormankov era un agente dei Servizi segreti bulgari». In seguito Agca avrebbe scritto queste “memorie” allo stesso Martella in una lettera, trasmessa poi al procuratore della Repubblica di Roma, Vecchione.

Acqua passata? Mica tanto, se si pensa che a finire quasi inquisito è lo stesso inquisitore Martella, al quale le autorità bulgare, che si sentono “parte lesa” per le ipotesi investigative, scrivono al magistrato italiano: «Questi fatti, come le innumerevoli prove da noi bulgari raccolte (…) dimostrano in maniera categorica che le cosiddette confessioni di Alì Agca, insieme alla malvagia campagna contro di noi che da molti mesi ha luogo in Occidente, non sono niente altro che una parte del complotto di ampie proporzioni ordito dalle potenze nemiche della pace e della distensione ai danni della Repubblica popolare di Bulgaria e dei Paesi socialisti, complotto avente lo scopo di screditarli davanti all’opinione mondiale e di acuire la tensione internazionale, ragione per cui riteniamo sia nostro dovere professionale – questi sono i suoi colleghi – attirare l’attenzione sul fatto che anche l’istruttoria da lei condotta, giudice Martella, in relazione alla quale da otto mesi ormai continua la detenzione del cittadino bulgaro in innocente Sergiej Antonov, oggettivamente – usando un termine stalinista – serve anche a questo complotto».

Sconcertante, ma mai quanto la lettera che Andropov, direttore del Kgb, indirizzò ai suoi nelle capitali del Patto di Varsavia: «Caro compagno, è stato eletto papa del Vaticano il pericolosissimo e famigeratop Karol Wojtyla, un uomo nemico della libertà e dei sistemi socialisti per cui sarà necessario o screditarlo o distruggerlo sul piano personale oppure eliminarlo fisicamente».

E risulta anche che Alexandre De Marenche, capo dei Servizi francesi all’epoca, avesse inviato a sua volta una lettera alle autorità vaticane per metterle in guardia del fatto che i Paesi dell’Est stavano «ordendo un attentato contro la persona del papa». E fu lo stesso Agca, nel “confessarsi” al magistrato Martella, ad affermare che (riferisce lo stesso togato alla commissione Mitrokhin, ndr), «il segretario addetto militare Vassilev lo aveva avvisato avvisato che l’attentato doveva essere compiuto o il giorno 13 o la domenica successiva, in quanto i francesi avevano diffuso la notizia che stavano combinando qualcosa».

Il giallo si infittisce. Martella infatti riferisce di essere «convinto che Agca aveva dietro sè un’organizzazione potentissima che forse va al di là dell’attentato al Papa. È un’ipotesi che esplicito in questa sede e che ho riportato in sentenza e che chiama in causa anche la scomparsa di Emanuela Orlandi». A questo punto al quadro si aggiunge un altro tassello: dalla lettera di Agca a Guzzanti si legge infatti che «inoltre esiste un altro problema importante da risolvere, cioè la liberazione di Emanuela Orlandi. Io Alì Agca non ho mai praticato alcuna religione perché psicologicamente non ci riesco a farlo. Forse lei signor Guzzanti è un buon cattolico e perciò avete l’obbligo morale verso il Santo Padre. Mi spiego meglio. Emanuela Orlandi è stata rapita soltanto per ottenere la mia liberazione. Adesso io non rivelo che ha rapito Emanuela, la Cia, il Sis britannico, il Kgb, la Gru o altro, ma il Papa ha dato parola d’onore alla famiglia Orlandi che avrebbe liberato Emanuela».

E Martella aggiunge: «Ora sembra, al di fuori di ogni prova concreta che non esiste, che continui a sussistere il sospetto dell’esistenza di un collegamento fra l’attentato al Papa e il sequestro della Orlandi, in quanto ripeto – non sono state trovate soluzioni diverse o di pari plausibilità».
Che il turco Agca non fosse estraneo ai bulgari sta ancora agli atti. Dice lo stesso attentatore: «Se ad un certo
punto io e Celik fossimo riusciti a sfuggire a un’eventuale cattura, la sera del 13 maggio partiva da via Rubens, a Roma, un Tir diplomatico di cui ci saremmo potuti avvalere per uscire fuori dal territorio dello Stato». E il magistrato Martella conferma che quel Tir «era bulgaro. (…). Allora, uno dei tanti riscontri alle affermazioni di Agca è che proprio la sera del 13 maggio 1981 partì da Roma un Tir bulgaro», coperto da immunità diplomatica.

Perché «partì da Roma, dall’ambasciata bulgara. Questo è un dato di fatto indiscutibile». Ma c’è un’altra realtà investigativa sul presunto ruolo spionistico di Agca in veste di infiltrato nei Lupi Grigi per destabilizzare la Turchia, quando nel 1980 divenne capo del governo il generale Evren e i Lupi grigi, i cosiddetti idealisti, vennero messi fuori legge e dovettero scappare dalla Turchia. «Si costitutì a Francoforte sul Meno – ricorda Martella – una federazione turca molto importante, il cui capo è stato indicato da Agca come uno degli ispiratori dell’attentato al papa. Questo fatto è significativo; a quell’epoca i turchi “idealisti” che erano fuori dall’organizzazione dello Stato, avevano bisogno di mezzi per andare avanti. Poteva perciò tornare loro comodo ottenere quei 3 milioni di marchi che, secondo l’ipotesi accusatoria, i bulgari avrebbero promesso ai turchi, ove fosse andato a buon fine l’attentato al Papa».

Che l’organizzazione che sosteneva Agca non fosse ridotta a qualche “amico” lo rafforza anche il suo viaggio a Palermo, prima dell’attentato. «È stato ospitato – apprendiamo dalla commissione Mitrokhin – in una pensione vicina alla sede dell’associazione Italia-Urss e vicina alla sede del giornale L’Ora che all’epoca, risulta dagli atti della famosa inchiesta sulla Gladio rossa – era finanziato direttamente dal Kgb».
«Veniva dalla Tunisia – conferma Martella – (…) tutti i movimenti che faceva erano seguiti dall’organizzazione in cui era inserito, che aveva interesse che quel reato venisse commesso. Agca, dalla Bulgaria all’Europa occidentale, quando è andato in Jugoslavia, in Francia, in Austria e Svizzera, ha trovato sempre persone pronte ad accoglierlo».

Suggestiva ed elegante, in questo passo delle indagini è però anche la testimonianza di Giulio Andreotti. Queste alcune delle sue parole sulla vicenda Agca. Da leggere con attenzione e, come sempre, tra le righe. «La sensazione che abbiamo avuto allora e anche dopo è che vi sia una serie di punti interrogativi che sono rimasti inelusi, a cominciare da quello della scarsa credibilità data dal Vaticano alle presunte anticipazioni sulla possibilità che succedesse qualcosa. De Marenche era bravissimo nel suo lavoro. Una volta, essendo finita prima una riunione che doveva durare tre giorni al Parlamento Europeo, dato che non avevo altri impegni andai a Parigi alla sera per andare alle corse: ebbene, appena arrivato in albergo mi telefonò De Marenche , che io non conoscevo, e mi disse: benvenuto, Jacques l’aspetta (sarebbe Jacques
Chirac, che era Primo Ministro). Quindi, erano informatissimi su chi girava e chi non girava. Il Vaticano però non prese molto sul serio la cosa, tant’è vero che sappiamo che una persona riuscì ad introdursi e a fotografare il Papa in piscina a Castel Gandolfo; se quello fosse andato lì la notte per compiere un attentato, avrebbe potuto farlo. Dirò di più: quando venne consigliato di cambiare la finestra dove il Papa si affacciava, ad ora fissa, tutte le domeniche perché in questo modo poteva diventare un obiettivo la risposta fu: no, ormai l’abitudine è questa. Quindi, a mio avviso non c’era la sensazione di ciò che poteva avvenire».

Poi, rivolgendosi al magistrato interrogato dalla Commissione, Andreotti ricorda: «In uno degli atti giudiziari (non mi ricordo però esattamente quale) c’era una frase che ci colpì. La frase era: “Che bisogno c’è di prove? Chi aveva interesse a uccidere il Papa? L’Unione Sovietica. E tramite chi doveva farlo? Tramite il ventre debole, che era la Bulgaria». Ma per l’ex presidente del Consiglio «sorge un sospetto ed una necessità di approfondimento, anche di carattere attuale. Il sospetto è quello del coinvolgimento notevole del traffico di droga, che può essere stata poi la spiegazione del fatto che questo personaggio potesse girare dappertutto e dovunque trovava quattrini e poteva farsi le sue vacanze: a questi effetti certamente il collegamento con un capo scalo è più utile di quello con il cardinale vicario per un trafficante di droga».

Martella conferma: «Il traffico di droga si faceva in Bulgaria; anche questo è stato accertato. La persona che aveva consentito ad Agca di andare in Bulgaria era il capo della mafia turca, un certo Abuzer Ugurlu; a lui era consentito di trafficare in armi e droga con l’aiuto dei bulgari, e tra l’altro all’epoca la Bulgaria aveva interesse a screditare i Paesi occidentali immettendo in questi ultimi armi e droga». Ma più che la droga come biglietto di andata e ritorno, il senatore a vita focalizza l’attenzione sull’oggi. «Da ultimo – dice-, credo che converrà approfondire parecchio la consistenza dei Lupi Grigi, perché potrebbe essere una cosa che riguarda non solo il passato, ma anche il presente. Pensiamo al fatto che quest’uomo abbia potuto uscire dal carcere, nel modo che lei ci ha descritto e che poi è stato descritto anche nel processo: uno degli aderenti gli ha dato la sua divisa e lui è uscito dal carcere vestito da secondino o da gendarme. Quindi, a mio avviso è un punto certamente da approfondire».

«Senatore Andreotti – replica il magistrato -, che i Lupi Grigi abbiano un rilievo estremo in questa vicenda non c’è dubbio, è fuori discussione. Intanto, lui viene ad avere nell’Europa occidentale la possibilità di muoversi, mezzi ed alberghi e quant’altro, proprio perché alle spalle aveva quell’organizzazione. La pistola chi gliel’ha procurata? Anche i passaggi dell’arma sono stati accertati». «Dunque – tira le somme Andreotti – , i Lupi Grigi non rappresentano soltanto un fatto interno della Turchia, ma possono contare su una rete esterna». E Martella: «Certamente».

(1-segue)

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