E se Ebola è già arrivata a Milano e nessuno ce lo dice?

eboladi IRENE FRANCESCONI GALLI

Non lo sapremo, non ce lo diranno. Finchè non ci scappa il morto o finché una fuga di notizie arrivi a destinazione. Certo, sono timori, sono paure, sono ipotesi, ma perché pensare il contrario nel Paese dei segreti di stato mai svelati, del sangue infetto fino a prova contraria, con tanto di morti sulla coscienza della sanità pubblica?

Insomma, Ebola fino a dove si è fermata?Fatto sta che ieri e oggi si è riunto il Comitato di emergenza regolamento sanitario dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) a Ginevra,  per stabilire se l’epidemia di Ebola in atto in Africa occidentale rappresenti “un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza mondiale”. Le decisioni adottate dal comitato verranno rese note venerdì in una conferenza stampa. Intanto però si riunisce, il che vuol dire che l’emergenza c’è e non c’è un timore infondato di epidemia.

Un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza mondiale è definita “un avvenimento straordinario suscettibile di rappresentare un rischio di sanità pubblica per altri Stati con la malattia che si diffonde a livello internazionale e che potenzialmente richiede una risposta coordinata a livello internazionale”, stando a quanto precisato in un comunicato stampa dell’Oms.

E con tutti gli sbarchi che l’Italia sta registrando grazie a Mare Nostrum, chi controlla sotto il profilo sanitario? E’ tornata la scabbia, è tornata la tubercolosi, si torna a vaccinare per il vaiolo. Ci stupiamo di Ebola?
Il comitato riunirà esperti internazionali e rappresentanti dei paesi colpiti che offriranno pareri tecnici al direttore generale dell’Oms, Margaret Chan. “Il comitato – si legge in una nota – potrebbe raccomandare misure temporanee per ridurre la diffusione della malattia. L’epidemia di febbre emorragica di Ebola ha ucciso finora 887 persone in Africa occidentale, stando all’ultimo bilancio dell’Oms. Sono 1.603 i casi accertati finora in quattro paesi africani”. E l’Italia è il primo paese confinante.  

 

 

 

«Una quarantena preventiva nei centri di accoglienza per i clandestini» come misura preventiva per evitare che il virus Ebola si diffonda in Italia: questa la richiesta che il vice capogruppo della Lega Nord Fabio Rolfi presenterà all’Assessore regionale alla sanità Mantovani. Una richiesta che – se valgono qualcosa le opinioni raccolte per strada – incontrerebbe il favore della vox populi, che più passano i giorni, più appare terrorizzata dall’ipotesi che i telegiornali possano aprire, un giorno, con la notizia che il virus ha attraversato il Mediterraneo.
A spaventare, ovviamente, è il fatto che questa epidemia di Ebola sia diversa da tutte le altre: molto più aggressiva, in primis, con tassi di mortalità dei contagiati attorno al 90%, ma anche molto più diffusa sul territorio e più difficile da arginare. Le ultime notizie, ad esempio, parlano di una seconda persona contagiata in Nigeria, il paese più popoloso dell’Africa. Sarebbe il quarto dopo Guinea, Liberia e Sierra Leone.
Al netto di tutto questo, c’è davvero da temere per la nostra salute? E i migranti sono davvero gli untori della «nuova peste»? La risposta alla domanda che già molti organi d’informazione mondiali hanno rivolto a medici e scienziati è univoca: no, l’Occidente, e più in generale i paesi sviluppati non sono a rischio epidemia. Le motivazioni che adducono si possono sintetizzare in sei macro-risposte. Queste:
1. Perchè chi ha l’Ebola, di solito, non viaggia
Cominciamo dalla risposta più banale. Provate voi a viaggiare nelle condizioni in cui viaggiano i migranti con febbre alta improvvisa, estrema debolezza, dolori muscolari diffusi, solo per citare i sintomi più leggeri della malattia. Chiunque si trovi in queste condizioni, cerca un letto, non una strada. E se, per assurdo, viaggiasse, come talvolta accade, cercherebbe magari soccorso a casa di famigliari o amici, non certo in Italia o in un altro paese europeo. Per questo è molto difficile che arrivino migranti infetti a Lampedusa, tanto più che i sintomi – seppur generici – si manifestano prima della fase in cui la malattia diventa contagiosa.
Guanti di lattice ad asciugare al sole al centro per le vittime di Ebola, a Guekedou, in Guinea (SEYLLOU/AFP/Getty Images)
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2. Perché Africa e Occidente sono due cose diverse
Guardate questo grafico, pubblicato da Vox.com, che mette in fila le principali cause di morte in Africa. Quella là in alto, la prima, è l’Aids. Quella là in basso, l’ultima, è l’Ebola.
Principali malattie causa di morte in Africa
Per guardare questo grafico (e altri) in versione ingrandita, clicca qui
È possibile che questa epidemia cambi un po’ questa classifica del 2013, ma non è questo il punto: come mai siamo preoccupati per la possibile diffusione dell’ebola nel nostro paese e non ci terrorizza, ad esempio, che i migranti che varcano i nostri confini non siano sieropositivi? In fondo, le probabilità sono molto maggiori, no? Molto banalmente, perché quella che è la più grande emergenza sanitaria africana degli ultimi vent’anni, in Europa non è nemmeno classificabile come causa di morte. Perché Aids e Ebola, in Africa, sono due malattie che diventano mortali perché si trascurano – molto spesso perché è impossibile non farlo – le poche e basilari norme igieniche necessarie ad evitare il contagio. In occidente questo non è accaduto con l’Aids e non accadrebbe con l’Ebola.

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3. Perché contrarre l’Ebola è difficile
Ok, il virus Ebola, soprattutto il ceppo dello Zaire, è particolarmente aggressivo e, perlomeno all’inizio dell’infezione, di difficile diagnosi. Tuttavia, come ricorda il Guardian, per ammalarsi è necessario il contatto con i fluidi corporei di una persona infetta: l’Ebola, in altre parole, non si diffonde nell’aria come un raffreddore o un virus influenzale. Per assurdo, potreste stare seduti a fianco di un malato in aereo, o sull’autobus anche per qualche ora. E se indossaste una mascherina su naso e bocca potreste anche farvi tossire e starnutire in faccia. Se non c’è contatto tra i fluidi, non c’è contagio. Immagino la Sierra Leone non sia tra le vostre prossime mete turistiche, ma come spiega bene Giovanni Maga, virologo del CNR, intervistato quindici giorni fa dal blog Scienficast, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, fino a qualche settimana fa, non aveva disposto «nessuna restrizione nei viaggi anche nelle aree interessate dall’epidemia» in quanto «il rischio di contrarre il virus semplicemente per essere presenti nell’area di contagio è bassissimo». Anche realtà leader nel risk management come Marsh hanno stilato un vademecum per le aziende che hanno dipendenti nei paesi in cui l’epidemia si è manifestata, in cui si raccomanda «di prestare la massima attenzione all’igiene e di evitare il contatto con persone malate di Ebola e con la fauna selvatica», non certo di girare con lo scafandro addosso.
4. Perché è (anche) una questione culturale
L’incubazione dell’Ebola è relativamente breve e dura dai 2 ai 21 giorni. Peraltro, nel periodo di incubazione, non è contagiosa. Il problema, piuttosto, è che le persone infette rimangono contagiose anche da morte. I cadaveri andrebbero cremati, insomma, come già il governo liberiano ha da poco disposto, o comunque trattati con tutte le cautele del caso. Tuttavia, nell’Africa subsahariana pratiche di questo tipo non sono accettate e sovente i famigliari si occupano di lavare i corpi dei cadaveri dal loro stesso sangue (ricordiamolo, anche se non è bello: ebola causa pesanti emorragie esterne) aumentando esponenzialmente le possibilità di contagio. In occidente, questa causa di contagio, una delle principali, non sussisterebbe.
5. Perché abbiamo le strutture per isolare i malati
Non solo: anche la pratica di occuparsi a casa propria dei malati, senza portarli nelle strutture ospedaliere preposte – pare che nei paesi colpiti dall’epidemia si stia pure diffondendo la leggenda che siano stati i medici occidentali a diffondere il virus – aumenta del 10/20% la possibilità di contagio. A New York, è bastato che una persona tornasse dall’Africa Occidentale con sintomi gastrointestinali, perché fosse messa in isolamento all’interno dell’ospedale Mount Sinai di Manhattan con tanto di cordoni di emergenza e tute da catastrofe atomica.
6. Perché se l’Ebola arriva in Occidente, l’industria farmaceutica si sveglia
Questo è un punto controverso, ma molto importante: come ha dimostrato Vox.com, fino ad oggi la ricerca medica ha speso molti più soldi per curare la calvizie e la disfunzione erettile che per trovare una cura all’Ebola. Non è un frase a effetto moralista, ma la semplice attestazione della realtà: quando più del 60% della ricerca medica è in mano a industrie private è fisiologico che sia così, che i soldi seguano la domanda. Piaccia o meno, i cittadini dell’Africa subsahariana non sono domanda, quelli degli Usa o dei paesi europei sì. Peraltro, è bastato che due cittadini statunitensi fossero risultati infetti perché spuntasse un siero, lo Zmapp, sviluppato dalla Biotech Mapp Biopharmaceutical, ma mai sperimentato prima sull’uomo. Siero che, anche se è presto dirlo, sembra stia dando risultati positivi sui due pazienti. Peraltro, c’è pure un vaccino sperimentale che comincerà a essere testato sull’uomo tra qualche settimana e che sta dando risultati incoraggianti nei test sui primati.
Perché temere Ebola, allora, se per noi occidentali non c’è alcun rischio di pandemia?
Perché rimanere indifferenti a malattie della povertà come ebola e l’Hiv solo perché non ci riguardano è qualcosa che, presto o tardi, potremo pagare a caro prezzo. Ad esempio, con la destabilizzazione di un’area come quella dell’Africa Occidentale e in particolare di un paese già attraversato da forti sentimenti anti-occidentali come la Nigeria. O ancora, con l’incremento della povertà dei paesi colpiti dall’epidemia – in Liberia molti campi sono stati abbandonati – che, ancorché sane, spingerebbe molte persone a premere sui nostri confini. Sia chiaro, vale anche a posteriori per epidemie ben più gravi di ebola come l’Aids. Ben vengano, quindi i 200 milioni di dollari stanziati dalla Banca Mondiale o i gli aiuti dell’Unione Europea per cercare di aiutare la popolazione locale ad arginare l’epidemia. Tanti o pochi che siano, sono sicuramente più utili delle quarantene forzate.
Parole chiave: EBOLA / EPID

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4 Comments

  1. Dan says:

    Quando qui, a colpi di 1000 clandestini importati al giorno (nelle giornate di magra), si comincerà a morire tutti coloro che hanno sostenuto Mare Nostrum si raccomandino l’anima al loro Dio perchè non saranno il vaiolo, la tbc o l’ebola a prenderli ma la furia della brava gente.
    Quanto riportato sulla targa della famosa colonna infame, cosa allora si faceva agli untori, niente sarà rispetto a ciò che verrà fatto ai nuovi

  2. luigi bandiera says:

    SIAMO IN GUERRA E NON LO SAPPIAMO, I TRIKOLORITI NON LO SANNO O FORSE HANNO L’ORDINE DI NON DIRCELO. INSOMMA COME I “CAVALIERI” DOBBIAMO SOLO MANGIARE LA FOGLIA.

    Questi guerrafondai stracolmi di armi ma a detta loro super pacifisti ci continuano a bombardare in massa e ci fanno mangiare la foglia fino che non faremo il bozzolo o meglio, fino alla nostra sepoltura.

    Sono FALSI cioè fanno parte delle tre categorie che il GIUSTO NON AMAVA TANTO.

    Quindi e dunque prepariamoci al peggio perché il bello del nostrum sonno è che non abbiamo RIFUGI.

    Ma poi, la sanità sta fallendo e noi giulivi a pensare di fare i BUONI.

    Fin quando mo continuiamo mo a credere nel trikolore e nei suai Dottori tipo Sinedrio?

    Non è che è da quando apparve l’ homo detto sapiens per ridere che ce la raccontano? Che ce la smenano e che insomma basta una foglia, questa volta di fiko, per tenerci lì BUONI E IN PUREZZA..?

    E mi scappa di cantare:
    Tristezza per favore vai via…

    Buon sonno e guerra a tutti.

  3. renato says:

    piuttosto prolissa, ma preferibile all’indifferenza. timori e paure sono giustificati secondo logica e buon senso, ma ingiustificabili secondo gli irresponsabili. Cristo si è fermato a Eboli. Lo farà anche ebola ? Facciamo attenzione a come parliamo: i migranti non possono, per definizione, essere portatori di alcunché di negativo. E qui ci vuole un bel “cazzo ! ma c’è qualcuno che mi può spiegare perché ci siamo ridotti così male ?”. Sono questi forse i postumi del ’68 in salsa italica ?

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