SCOZIA E INGHILTERRA AL VOTO, PROVE TECNICHE D’INDIPENDENZA

di SALVATORE ANTONACI

Il rinnovo delle 32 “local authorities” scozzesi costituisce, senza ombra di dubbio, il piatto forte o la pietanza più succulenta, se preferite, della tornata elettorale prevista per il prossimo giovedì 3 maggio.Questo non solamente per l’entità del campione interessato, ma anche e soprattutto per costituire una sorta di pietra miliare se non di “prova generale” lungo il percorso che porterà Edimburgo e dintorni all’attesissima disfida referendaria sull’indipendenza programmata per l’autunno del 2014.

I rapporti di forza che emergeranno dall’urna aiuteranno a definire il quadro della situazione attuale ed a chiarire, anche se non definitivamente, quanto l’opzione autodeterminazione abbia la possibilità di imporsi alla maggioranza degli scozzesi. L’inerzia numerica scaturita dai sondaggi e dalle ultime elezioni parlamentari ha dato un importante impulso al decennale impegno in questo senso profuso dal principale partito separatista, lo Scottish National Party. Al governo da solo dopo aver conquistato una sonante vittoria, la formazione guidata dal Premier Alex Salmond tenterà di riprendere il controllo dei consigli locali, oggi diviso piuttosto equamente con i concorrenti storici laburisti ed, in misura minore, conservatori e liberal-democratici. Sulle 32 postazioni da rinnovare lo SNP ne controlla 11, in coalizione con indipendenti, Libdems o da solo in minoranza. Il resto comprende altre coalizioni la principale delle quali è quella che raggruppa laburisti e liberaldemocratici. Considerato che l’overall control (la maggioranza assoluta) è risultato assai difficile da conseguire conterà molto il dato secco dei consiglieri eletti. Si parte dal 363-348 a vantaggio dello SNP sui laburisti, dato del 2007 che non riflette, come intuibile, le conseguenze della successiva escalation del voto indipendentista, capace di issarsi fino al 45% della già ricordata consultazione parlamentare locale.

Ugualmente importante, ma forse più nell’ottica della politica mainstream, sarà l’esito delle contese che si svolgeranno nel resto del territorio metropolitano britannico. Saranno, infatti, ben 131 gli enti locali chiamati a sostituire o confermare almeno un terzo dei propri componenti. Tra questi spicca, per impatto mediatico, la corsa a Sindaco di Londra con il duello tra l’uscente tory Boris Johnson e l’eterno Ken “il Rosso” Livingston, esponente dell’ala più leftist dei laburisti. Il momento attraversato dall’attuale compagine di governo conservatrice-liberale è a dir poco critico. L’austerity ed i tagli alla spesa pubblica unitamente alle commistioni tra membri del gabinetto Cameron e grandi lobbies esterne (vedi alla voce Murdoch) hanno fatto precipitare il consenso a livelli preoccupanti per l’inquilino di Downing Street. Né ha aiutato molto la ripresa dei temi antieuropeisti,vieppiù popolari nel paese, viste le dimensioni del ciclone finanziario che sta investendo il vicino continente.

In realtà sulla issue fondamentale in questo senso, ovvero la potenziale uscita del Regno Unito dall’ UE, Cameron e il suo alleato liberal-democratico nicchiano alquanto dubbiosi nel recidere il nodo gordiano. A giovare delle esitazioni sicuramente è accreditato l’UKIP di Nigel Farage, capace di catalizzare il malcontento di una parte non secondaria del notabilato e dell’elettorato conservatore. La crescita degli euroscettici, valutati nell’ordine del 6-8%, non offre tuttavia indicazioni per valutare il loro impatto sulla scena politica e ciò soprattutto in forza del sistema elettorale maggioritario che, come noto, favorisce i partiti tradizionali o, quantomeno, quelli con un elevato radicamento territoriale. Oltre alla annunciata disfatta liberaldemocratica un ulteriore valutazione da fare sarà quella riguardante le proporzioni dell’ avanzata laburista. Nonostante la leadership non carismatica di Ed Milliband, il riposizionamento del partito sulla sinistra in opposizione alle politiche governative ha consentito di mascherare una crisi che non più tardi di due anni addietro pareva irrimediabile. Certo un futuribile ritorno nella stanza dei bottoni all’insegna del “più tasse per tutti e più spesa pubblica” rischia di lasciare con il cerino in mano chi propala con leggerezza financo eccessiva questi gridi( o non piuttosto grida) di battaglia.

Ma questo, va da sé, sarà considerazione da sviluppare a tempo debito anche se, ahi loro e ahinoi, non troppo distante.

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