Elezioni in Croazia: Prevale il centro-destra a sorpresa (ma non troppo)

 

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di SALVATORE ANTONACI – Si sono svolte nella giornata di domenica le none elezioni democratiche in Croazia dai tempi della dichiarazione di indipendenza del 1991. Primo dato da sottolineare il forte calo dell’affluenza alle urne: appena il 52% dei croati ha optato per recarsi ai seggi contro il 60 dell’anno passato. Si trattava, quindi, di una tornata anticipata dovuta al crollo improvviso della maggioranza di governo centrista-conservatrice venuta meno per uno scandalo che aveva coinvolto la moglie dell’allora vice-Premier Karamarko. Martellando per settimane su una vicenda assai poco trasparente di finanziamenti sottobanco alla signora da parte di una società energetica estera (ungherese, nella fattispecie), i media e l’opposizione di centro-sinistra (al governo fino al 2015) erano riusciti a far cadere una maggioranza che appariva sulla carta abbastanza solida.

I sondaggi, per alcuni mesi, hanno dato la prevalenza a Zoran Milanovic, già Primo Ministro in quota socialista e leader della “Coalizione popolare” che raggruppava, oltre al suo partito, anche quello dei Contadini, dei Pensionati ed i Liberal-democratici. In seguito, una volta fissata la data del nuovo voto si è assistito ad un riavvicinamento del rassemblement conservatore che si identificava essenzialmente nell’HDZ (Comunità Democratica Croata), formazione politica fondata e diretta per anni dal padre fondatore della Croazia attuale Franjo Tudjman, scomparso nel 1999.

Il recupero è stato dovuto, per buona parte, alla riuscita operazione di make-up della dirigenza che i maggiorenti della destra hanno messo in opera lo scorso luglio favorendo l’ascesa a Presidente del partito e candidato Premier del moderato Andrej Plenkovic il quale in poche settimane di lavoro è riuscito a riunificare le varie anime dell’HDZ smussando i toni dell’ala più nazionalista capeggiata dall’ex-Ministro della cultura Hasenbegovic. La campagna elettorale ha avuto toni decisi senza scadere nel confronto all’ultimo sangue (cosa non infrequente a latitudini balcaniche).

Da una parte (a destra) la linea dura nei confronti dell’immigrazione fuori controllo è stata confermata adeguandosi, per così dire, agli standard delle forze di governo di quasi tutti gli altri paesi interessati da questo fenomeno epocale. A sinistra, invece, Milanovic, a sorpresa, (e taluni già addebitano a questa mossa il fallimento di ieri) ha alimentato la tensione con la Serbia rilasciando giudizi certamente non lusinghieri e piuttosto tranchants non solamente all’indirizzo della autorità del paese vicino ma anche sui serbi in quanto tali. Il tutto si inseriva nel deterioramento dei rapporti fra i due stati ex-jugoslavi amplificatosi negli ultimi mesi con tutta una serie di piccoli episodi, fortunatamente non ancora cruenti, tra i quali potremmo benissimo inserire le improvvide boutades del candidato della sinistra croata.

Sull’Europa e sull’adesione da poco conclusa si è preferito glissare anche se lo scetticismo assai diffuso nell’opinione pubblica si è riverberato, seppure sottotraccia, nell’establishment dei due schieramenti fatti salvi i pasdaran filo-UE annidati nelle file dei liberali locali. Oltre i due principali competitors figuravano una nutrita sfilza di altri concorrenti animati dal nobile, si fa per dire, intento di conquistare qualche scranno di rappresentanza nell’impossibilità manifesta di conquistare la posta più ambita ovvero l’accesso alla stanza dei bottoni.

Solo due fra costoro potevano realmente influire, con il proprio peso elettorale, sul tavolo delle trattative successivo al voto: Il Ponte, un’alleanza di liste civiche di orientamento centro-destra e già alleato dell’HDZ nel precedente Esecutivo e “Barriera Umana”, un movimento anti-sistema dai connotati simil-grillini. I numeri, dunque. All’HDZ sono andati 61 seggi, più due rispetto all’anno scorso, la sinistra si è fermata a 54 con un arretramento di altrettanti mandati (2). Il Ponte ha raccolto 13 eletti, 6 in meno dell’exploit del 2015, Barriera Umana con i suoi 8 seggi (+7) costituisce, senza dubbio, il dato più eclatante della giornata. Le minoranze nazionali potranno avere un ruolo importante in un eventuale confronto per la formazione di un governo visto il peso numericamente importante, 8 deputati, attribuito loro dalla costituzione.

La Dieta Democratica Istriana, storica rappresentante dell’identità regionale di quel piccolo crogiuolo italo-slavo, conferma i propri tre eletti. Prima vittima sul campo il (già) leader socialista Milanovic che ha gettato la spugna a spoglio ancora in corso riconoscendo la sconfitta. Ma, se la sinistra ha perso, non possiamo d’altronde attribuire (almeno non matematicamente) la vittoria al campo opposto. Infatti, anche sommando i 61 seggi dell’HDZ ed i 13 di “Most” (il Ponte), cosa non facilissima dopo il divorzio consumatosi pochi mesi fa, arriviamo a quota 74 a meno due dal magic number necessario per un nuovo governo. Ecco che, autoesclusisi da qualsivoglia trattativa quelli di “Barriera “, rientrano in lizza piccoli e piccolissimi, minoranze, per l’appunto, ed altre due mini-formazioni che hanno superato il barrage per entrare nel nuovo Sabor: la lista personale del sindaco di Zagabria Milan Bandic con le sue due tessere ed i regionalisti di destra di Slavonia e Baranja (a sud-est nelle vicinanze del confine serbo) che contano, per parte loro, su un solo eletto. I prossimi giorni saranno decisivi per evitare quello spettro che un po’ tutti da queste parti temono, l’ingovernabilità. Impresa che potrebbe rivelarsi tutt’altro che agevole.

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