Ecco perché la carità non sarà mai trasparente in questo Stato

FILECARITAS

di CHIARA BATTISTONI – Vi ricordate quel libro quasi profetico che Mondadori diede alle stampe nel febbraio del 1997, Federalismo e secessione, un dialogo, nato proprio dal dialogo aperto e franco tra il professor Augusto Barbera, costituzionalista dell’allora Pds e Gianfranco Miglio, all’epoca indipendente nel Polo delle Libertà; in esso c’è un intero capitolo dedicato allo Stato sociale e al Federalismo. È proprio in queste frene quanto stiamo vivendo. Ascoltando dibattiti televisivi e leggendo la stampa nazionale emerge infatti un’autentica babele di modelli federalisti, la cui coesistenza si fa sempre più difficile. Federalismo, infatti, è un termine ormai
entrato nel politichese nostrano, a cui si associano però definizioni e significati ben diversi.

Il professor Miglio, alle pagine 33 e 34 del libro che vi ho citato, entra nel merito, argomentando: «A mio avviso lo Stato sociale è un prodotto immediato della rivoluzione industriale che ha generato  un enorme incremento delle ricchezze visibili e un aumento conseguente delle porzioni di umanità scatenate a dividersele. (…) Dove c’è ricchezza, infatti, si crea sempre una porzione di umanità che cerpartecipano alla produzione della stessa?

Esistono naturalmente giustificazioni ex post di tipo ideologico e religioso, tuttavia occorre chiedersi quali sono gli interessi che originano le scelte degli uomini. L’apparente giustificazione è che in una società giusta non è ammissibile che una determinata porzione dell’umanità goda di ricchezze e benefici, mentre altri ceti (che pure quella ricchezza non hanno prodotto) ne rimangono esclusi. In realtà la spiegazione è un’altra: dove c’è ricchezza gli uomini cercano d’impadronirsene a ogni costo e creano giustificazioni ad hoc per la propria rapacità. È questo l’arcano dello Stato sociale e di tutte le sue forme degenerative: una parte dell’umanità preferisce organizzarsi (o utilizzare le strutture statali esistenti) per vivere alle spalle degli altri».

Se la vera giustificazione allo Stato Sociale è solo di stampo utilitaristico e la sua natura è quella di essere un «sottoprodotto dello Stato unitario e centralizzato di grandi dimensioni» come suggerisce Miglio (pag. 38) quale può essere la via d’uscita? Il contesto federale, l’unico che permetta si sostituire all’assistenzialismo più o meno coatto (attraverso la tassazione), un sistema caritativo e libero. Caritas,
ci ricorda Miglio, significa proprio andare a cercare chi ha bisogno di essere aiutato; la radice stessa del termine ha in sé un atto di libertà e responsabilità; non è una generica dichiarazione d’intenti ma è un atto di volontà. Per questo, secondo Miglio, «Un sistema caritativo è infatti possibile soltanto in uno Stato federale di dimensioni ridotte e di contatto diretto dell’amministrazione con i cittadini. Non
esistono altre soluzioni ragionevoli per raddrizzare lo Stato sociale. Vi è solo il metodo (irrazionale) applicato in Germania, dove arbitrariamente vengono tolti privilegi, prima concessi, semplicemente in base al fatto che non ci sono più fondi». (pagg. 43-44)

Volontà, responsabilità e libertà si accompagnano a trasparenza; scrive ancora Miglio «Il fatto è che in una Federazione autentica i costi dello Stato sociale diventano trasparenti, così come cristallino diventa il processo attraverso il quale si individua chi paga e chi riceve. E posta davanti alla “bolletta trasparente” della spesa pubblica, la gente si dimostra più prudente nel chiedere elargizioni, prebende e privilegi. Sicuramente, il Federalismo autentico è incompatibile con un certo tipo di Stato sociale». (pag. 46)

Nel modello di Costituzione federale di Miglio, con Cantoni e Direttorio, «L’eventuale ripartizione dei sacrifici deve essere
determinata da tutti i soggetti collettivi della Federazione (in particolare dai Cantoni, o Stati, che pagano) e non dalla maggioranza di coloro che aspirano a incassare (come accadrebbe nell’Assemblea federale) o da un “demiurgo”, o “padre della patria”, il quale “decida” (remunerando la maggioranza di assistiti che lo ha letto). Non esistono soluzioni “al di sopra delle parti”, e scelte che si collochino sul piano del mitico “interesse generale”, ma soltanto compromessi fra (presunti) interessi particolari. E la “giustizia” è unicamente costituita dalla possibilità storica di un’inversione delle parti: Cantoni che un tempo pagavano e che ora chiedono, come è accaduto in Belgio tra valloni e fiamminghi. La solidarietà, comunque, non può essere imposta per legge o per delibera di una maggioranza parlamentare, ma deve nascere da una spontanea propensione dei tassabili (o dal tornaconto di questi ultimi): se no, il suo fondamento non è diverso da quello di una rapina». (pag. 60).

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