Ecco perché conviene dividere l’Italia

di GIUSEPPE ISIDORO VIO

L’Italia si è impegnata con l’UE a riportare il debito pubblico al 60% del Pil (fiscal compact) ripagando la quota eccedente in vent’anni dal 2015 con rate annuali pari al suo 5%, allo stato dell’arte circa 60 miliardi all’anno, ma che potrebbero diventare molti di più se la recessione continuasse in conseguenza di un ulteriore calo del Pil. Ma neanche la più rosea delle previsioni, come una crescita del Pil al 3% accompagnata da un euro più debole, farebbe cambiare la sostanza per gli italiani, se non, forse, dei drastici interventi shock quali la messa in mobilità di mezzo milione di dipendenti pubblici che però nessun governo in Italia oserebbe neppure proporre. Non bastasse, nei prossimi tre anni l’Italia dovrà pure completare il finanziamento dei 125 miliardi al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) indebitandosi per versare complessivamente nelle sue casse altri 75 miliardi di euro dopo averne già versate due rate di 25 miliardi nei primi due anni dalla sua approvazione.

Inutile perciò farsi illusioni, l’uscita dall’UE sarà forse inevitabile per l’Italia se non saranno ridiscussi i trattati europei e paradossalmente dovremo ringraziare una travolgente avanzata di euroscettici e anti euro se lo saranno. Ma permanendo nell’eurozona, con gli interessi sul debito pubblico che continuano a gravare, l’Italia dovrà ricorrere al MES e sarà mantenuta in vita a tempo indeterminato, invischiata in una spirale di prestiti che dovranno essere restituiti a scadenze prefissate, pena delle sanzioni, e tutto questo mentre assurdamente dovrà continuare a finanziare il MES in funzione del suo Pil.

Di conseguenza, a causa del debito pubblico e nel nome della stabilità, la gran parte degli italiani (i ceti medi e popolari) finirà strozzata e prosciugata di tutte le sue ricchezze a vantaggio dei creditori nazionali che detengono il 65% del debito pubblico (di cui il 25% risparmiatori e il 40% tra Banca d’Italia, banche e assicurazioni italiane) ed esteri che ne detengono il restante 35% (di cui il 5% l’Euro sistema). Un meccanismo perverso che travasa ricchezza e amplia la forbice sociale a vantaggio di élite finanziarie sempre più ricche. Da com’è ripartito il debito pubblico, si può dunque capire che a molte istituzioni nazionali e ai risparmiatori italiani (tra cui i cosiddetti bot people) non converrebbe ovviamente né un’uscita dall’euro né la ristrutturazione del debito (default) e che pertanto, anche se non rappresentano la maggioranza degli italiani, costoro opporranno una forte resistenza contro tali eventualità. Essi puntano piuttosto su una revisione dei trattati europei, in modo da dare ossigeno a quei ceti produttivi che attraverso il prelievo fiscale sono la fonte del loro reddito finanziario.

Tuttavia, nell’interesse della gran parte degli italiani esiste anche un’altra possibilità che aveva ventilato persino Grillo, ipotizzando una suddivisione dell’Italia in quattro o cinque macroregioni, idea non tanto peregrina, se a ognuna di loro venisse data totale indipendenza fiscale da Roma. Nel senso che tutte le tasse rimangono in loco, niente più si dà né si riceve dal centro (è così eliminato il fondo perequativo regionale) e ogni macroregione si accolla l’onere di sostenere interamente l’apparato pubblico gravante sul suo territorio (versando le pensioni ai residenti e gli stipendi agli statali).

Se, infatti, l’Italia fosse divisa in macroregioni fiscalmente indipendenti, ciascuna delle quali si accollasse la quota di debito pubblico proporzionale al numero dei suoi abitanti, sarebbe assai più facile per l’Italia aggredire tale debito. Alcune macroregioni sarebbero in grado di ripagare la loro quota in tempi rapidi (il che non potrebbero mai fare rimanendo legate alle altre) e per l’UE sarebbe allora un problema minore aiutare quelle che non ce la farebbero da sole attraverso i fondi strutturali e d’investimento o con il MES, finanziato dagli stati dell’Eurozona.

Per i veneti (l’8% circa della popolazione, poco meno di 5 milioni su quasi 60 milioni di abitanti lo Stato italiano) la quota da accollarsi corrisponderebbe grosso modo a 160 miliardi di euro (sui 2.000 e più di debito pubblico complessivo) che essi potrebbero estinguere in massimo otto anni anziché in venti, dato che il residuo fiscale che già versano a Roma è di 20 miliardi di euro l’anno. Se al Veneto fosse aggregato l’intero nord est, non cambierebbe di tanto la sostanza, anche se, come regioni autonome, il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia continuassero ad avere gli attuali vantaggi fiscali.

Con questa logica, ad esempio, la Lombardia potrebbe accollarsi il nord ovest (Piemonte, Val d’Aosta e Liguria) l’Emilia-Romagna il centro nord (Toscana, Marche e Sardegna) il Lazio il centro (Umbria, Abruzzo e Molise) e la Campania il sud (Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia). Chissà che i nostri politici, nel prendere in esame la riforma del Titolo V della Costituzione, non tengano conto anche di questa possibilità, valutando quale sarebbe la suddivisione più conveniente. Sarebbe una dimostrazione di buon senso, pur essendo il cambiamento ventilato piuttosto radicale. In sostanza, mentre ora, con difficoltà non più sostenibili, sono solo le regioni virtuose e produttive italiane ad accollarsi i problemi di quelle sprecone e improduttive, presentando all’UE un’Italia fiscalmente divisa (anche se non politicamente) il peso di sostenere queste ultime sarebbe ridistribuito sull’intera UE o sull’Eurozona.

Già ora, il Veneto, la locomotiva del nord est che garantiva un residuo fiscale annuo di venti miliardi di euro circa alle casse romane, sta arrancando, essendo stata sfruttata e vessata dallo Stato italiano al punto da averne compromesso il suo funzionamento. Il tessuto economico delle PMI venete, funestato da uno stillicidio costante d’imprenditori che si uccidono, si è progressivamente deteriorato per la fuga di capitali e imprese e per una disoccupazione che con velocità inusitata sta ripiombando il Veneto negli anni cinquanta. Dividere l’Italia conviene a tutti gli italiani e soprattutto ai nostri figli e alle future generazioni.

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10 Comments

  1. leandro says:

    PERCHE’ CONVIENE DIVIDERE L’ITALIA?,
    ——————

    SEMPLICE: per non aver più a che fare con i meridionali.

  2. Riccardo Pozzi says:

    Così come scambiando l’ordine degli addendi o dei fattori, somma e prodotto non cambiano, nella stessa misura mischiando le carte della geografia italiana il saldo non cambierebbe. Ci sono tre regioni a forte residuo fiscale attivo, tre/quattro in sostanziale pareggio e le restanti a residuo passivo, cioè ricevono dallo Stato più di quanto versano, con la pesante situazione di quattro grandi regioni che con il 27%della popolazione nazionale producono il 60/65% del residuo fiscale passivo totale.
    L’eventuale rimescolamento delle autonomie regionali o macroregionali , prevederebbe in ogni caso la perequazione interregionale o le chi produce tratterrebbe più di quanto non trattenga attualmente?
    Se l’ipotesi è la seconda significa che, ancora una volta e come con il federalismo, dalla responsabilizzazione territoriale c’è chi perde e chi guadagna.
    Oggi chi perde è in maggioranza, per questo non si muove nulla.

  3. a me non interessa la Padania, il Veneto, la Lombardia anzi sono per una regione stato, libera e indipendente, e autonoma. Sono per tenere il 100% degli introiti, però non avere aiuti dallo Stato italiano, come in varie regioni autonome del Nord e del sud. che, oltre che tenere il 100% delle tasse locali hanno aiuti finanziari dal centro politico italiano. Sono anche che tutti i comuni siano autonomi e le tasse intascate di propri cittadini stiano per il 70 % nei propri comuni e il restante 30% alla Regione.
    Sono per trovare il sistema di eliminare l’evasione fiscale, che purtroppo il 90% dei cittadini evadono, il motivo è semplice, l’artigiano, il commerciante, l’imprenditore, la partita IVA possono scaricare mentre il cittadino dipendente, privato o pubblico non può. Se in ogni regione come in tanti altri paesi del nostro continente e negli USA il cittadino può scaricare come gli altri, sicuramente ognuno di noi pagherebbe volentieri le tasse. Lo stato italiano ha detto che non è possibile dato che ognuno di noi cercherebbe di aumentare la fattura per poter scalare sempre più. Se pensiamo che tutti gli italiani di ogni regione siano dei truffatori, allora hanno ragione, ma penso che con regole precise e educazione civica e consapevoli di operare per il proprio bene e per la propria regione si possa migliorare la propria civiltà che, ora non esiste ma solo il proprio interesse. Le furbizie col tempo vengono scoperte e alla fine sono a scapito di tutti. Siamo noi che dobbiamo migliorare civilmente altrimenti l’idea dell’indipendenza, della autodeterminazione e l”autonomia va a farsi friggere. Rendiamoci più popolo civilmente più onesto, così ogni Sindaco, Governatore di ogni regione Stato potrà avere una piena fiducia nei propri cittadini, consci di quello che lo stato regione e il Comune fa e farà per i propri cittadini. Ricordiamoci che se tutti pagassero le tasse imposte peril bene comune non saremmo in questo stato di defualt che durera per altri 20 anni, con il debiro che i govarn anti italiani hanno prodotto in 70 anni di governi incapaci. Così è ora che il cittadino apra gli occhi, che si svegli, che così non si può andare avanti, per cui la battaglia dell’indipendenza dalla Italica nazione è l’unica strada per non essere più schiavi ma Popolo Sopvrano. Rinaldo Cometti

    • pippogigi says:

      Esiste una evasione “strutturale”, dovuta ad errori (tipico chi eredita una porzione di casa e non la denuncia), ignoranza delle norme ed in parte voluta.
      Negli altri paesi europei nessun paese ha un evasione pari a zero, si aggira sul 10%. La lombardia ha un evasione, fonte GDF, del 13%. Invece la Calabria ha un evasione del 70%, stessa fonte.
      Come vede l’evasione non è un problema che riguarda la Padania.
      L’evasione è dovuta solo per il 9% a piccole e medie imprese, artigiani, ecc, il grosso proviene dai redditi elevati o grosse aziende come banche ed assicurazioni, quelle che essendo amiche dei governi nessuno tocca.
      In ogni caso un metodo semplice di eliminare l’evasione “eliminabile”: impostare un limite massimo di tassazione, diretta, indiretta, previdenziale, locale ,varia al 33% del reddito lordo complessivo.
      A fine anno uno fa la somma di quante imposte ha pagato per ogni acquisto (Iva), accise sui carburanti, ecc se la somma supera il 33% si ha diritto a compensazione o rimborso. In questo modo si ha tutto l’interesse a chiedere sempre lo scontrino (che dovrà essere parlante) o la fattura e la gente è al riparo da ogni incapacità: se un ente (cantone, comune, ecc) spende troppo o male non potrà più usare i cittadini come bancomat, potrà solo tassare di più chi paga generalmente poco (alti redditi e grandi aziende) oppure tagliare le spese a partire dagli stipendi dei dirigenti.

    • Aquele Abraço says:

      L’artigiano, il commerciante, l’imprenditore, la partita IVA in genere può scaricare le spese inerenti l’attività, ma non quelle personali. La cosiddetta evasione di sussistenza per molte partite IVA rappresenta un ammortizzatore sociale che ai lavoratori dipendenti è garantito per legge. Ogni lavoratore rischia di perdere il proprio lavoro e quello autonomo si organizza così per l’evenienza, finché potrà. Infatti, assieme ai nuovi sistemi di accertamento fiscale, sarebbe giusto introdurre anche il reddito di cittadinanza per tutti.

  4. pippogigi says:

    Fare i conti di convenienza della separazione basandosi solo sul debito pubblico non è corretto.
    Non è neanche corretto parlare di “divisione dell’italia”. Noi non siamo italia, quindi si deve parlare di “ritorno all’indipendenza” oppure “cessazione dell’occupazione abusiva italiana”.
    Ma al di la delle parole, rimane un concetto espresso da Grillo e che condivido: il debito pubblico è “immorale”, perché dobbiamo pagarlo?
    Il debito pubblico che dovrebbe essere chiamato “debito politico” non è nato per sviluppare il paese ma solo per sostenere gli sprechi, i lussi, i privilegi del ceto politico e finanziarne il consenso.
    La gran parte dei votanti di Pd e Forza Italia sono dipendenti pubblici, assunti in sovranumero, con concorsi truccati, spesso nullafacenti ed incompetenti, talvolta strapagati e pensionati, spesso pensionati che ricevono una pensione superiore a quella che gli spetterebbe vuoi perché non hanno mai versato i contributi, pensioni sociali e false pensioni d’invalidità, vuoi perché ne hanno versati pochi, baby pensioni e pensioni su base retributiva invece che contributiva.
    E la Padania dovrebbe pagare per i lussi italiani? Abbiamo già dato ed abbondantemente. Il debito politico se lo paghino gli italiani e se non ce la fanno devono solo dare alle banche tedesche gli indirizzi dei politici e parlamentari degli ultimi trent’anni. Che si facciano rimborsare da loro.

    • A.d.G. says:

      Sig. pippogigi,
      non condivido il termine “immorale” per il debito, siamo in un sistema a vasi comunicanti, non si può ignorare.
      Mi spiego: se la classe politica ha contratto negl’anni debiti (immoralmente, sono d’accordo) e lo ha fatto a nome nostro, noi – attualmente italiani e tutti – siamo considerati debitori. Anche molti cittadini padani hanno utilizzato questi soldi per migliorare la qualità della vita in vari modi.
      Altro discorso è l’andare a mettere toppe a questa emorragia continua, cambiare e ridimensionare totalmente il sistema di servizi statali, eliminare il parassitismo a tutti i livelli.
      Questo stato è opprimente e distruttivo della ricchezza prodotta dal sistema produttivo, quello vero! Perciò d’accordo sul farsi rimborsare da chi ha percepito e percepisce soldi non dovuti (pensioni “in primis”), ma nei confronti del debito: non si può cancellare, pena il ripetersi di una condizione da “repubblica di Weimar” con inflazione sudamericana e povertà estrema dei cittadini, non di certo della classe politica… quella ha già messo “il fieno sui portici svizzeri”.
      Il popolino è sempre quello che ne paga le conseguenze ma mi starebbe bene pagare per lasciare ai miei figli un sistema statale più giusto, basato sul merito e libertà!
      Un saluto, A.d.G.

      • pippogigi says:

        Non voglio dilungarmi ma avrei da ridire sul debito fatto a nome nostro. Il debito pubblico è sostanzialmente arrivato al 100% agli inizi degli anni novanta, è aumentato del 20% durante il ventennio berlusconiano ed ha superato il 130% da Monti in poi.
        Monti, Letta e Renzi, non votati e non eletti sicuramente non hanno aumentato il debito “a nome mio” o di altri, proprio perché nessuno li ha messi li. Sull’aumento del debito mentre erano al governo tipi eletti con il “porcellum”, liste bloccate, candidati non eleggibili ma imposti, premio di maggioranza “falsato”, vale la stessa considerazione di cui sopra. Analogamente l’adesione al fiscal compat o al Mes vincola Monti e nessun altro.
        Stesso discorso per l’adesione nell’Euro, nessun referendum è stato fatto, ogni onere discendente vincola solo Prodi e pochi altri.
        Rimane sempre il punto che tutti i governi sin qui succedutesi non sono stati da me votati ed in ogni caso non avrei mai votati chi proponeva aumenti di spesa pubblica o debito. Quindi l’onere del debito politico non deve riguardarmi in alcun modo.
        Non si vuole far pagare il debito ai politici, visto che è stato creato a loro uso e consumo? Benissimo tiriamo fuori le liste dei tesserati di Forza Italia, PDL, PD, ecc, sicuramente quelli hanno votato per chi ha creato il debito. Che se la vedano tra di loro…..

      • Giuseppe Isidoro says:

        In un paese come il nostro, dove la mentalità statalista è profondamente radicata, chi vive di stato e clientelismo nelle sue sacche improduttive e parassitarie e usa parte del proprio salario indebito per lucrare con i titoli di stato (i cui rendimenti sono tassati solo il 12,5%) grava doppiamente sulle spalle dei ceti produttivi sviliti, bollati come evasori, ma torchiati di tasse per tenere in piedi questo stato ladro e garantire i suoi debiti. Non c’è da meravigliarsi allora se i veneti laboriosi chiedano l’indipendenza e chiunque possa fugga da questo paese, che a parole si dichiara fondato sul lavoro, ma nei fatti lo è sulla rendita parassitaria e lo statalismo.

      • Pedante says:

        Un’offerta di matrimonio non cancella uno stupro, almeno sul piano morale.

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