Ecco le micronazioni, veri e propri “stati d’eccezione”

FONTE ORIGINALE: www.rollingstonemagazine.it di Niccolò de Mojana

Graziano Graziani è giornalista e critico teatrale. Scrive per Paese Sera ed è caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma. Edizioni dell’Asino ha appena pubblicato un suo saggio intitolato Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni. Un libro che parla “di utopie, o almeno di un certo tipo di utopie”. Che cosa sono infatti le micronazioni? “Fantasiose entità, piccoli stati autoproclamati, nazioni dai nomi pittoreschi e bizzarri e dalle radici iperboliche, alcune più artistiche altre più politiche”… Un argomento di cui si sa poco, insomma, ma assolutamente affascinante.

Per saperne di più, abbiamo fatto a Graziani qualche domanda.

Come nasce l’idea di occuparsi della storia delle micronazioni in un saggio dedicato?
“Nel 2005 stavo scrivendo un articolo su The Pirate Bay, la piattaforma di hacker svedesi, che in quel periodo era alla ricerca di un luogo fuori dalla giurisdizione europea in materia di copyright. Su internet era stata lanciata una colletta per acquistare il Principato di Sealand, che sembrava il luogo ideale. Sealand? E che cos’è? Non l’avevo mai sentito nominare. Così ho scoperto che si trattava di un forte militare inglese abbandonato, una piattaforma fuori dalle acque territoriali, occupato dal 1968. Batteva moneta, emetteva passaporti e aveva una propria bandiera. Era la prima micronazione di cui venivo a conoscenza e la sua storia mi sembrò pazzesca. Poi, approfondendo, ho scoperto che Sealand non era un caso isolato: di micronazioni ne esistevano o ne erano esistite a centinaia, sparse in tutto il mondo. Allora ho cominciato a raccogliere più storie possibili, e alcune di queste sono diventare materiale di un programma su Radio 3 Rai, nel 2010. L’idea di ampliare il lavoro e farne un libro è venuta in modo automatico, anche perché le storie che ho raccolto hanno una forte componente narrativa: sono delle vere e proprie epopee, per quanto microscopiche e spesso paradossali. E poi mi piaceva l’idea di poter realizzare una sorta di libro di viaggio sui generis (anche se non sono stato fisicamente in tutte i luoghi raccontati nel libro). Mi piace molto la letteratura di viaggio, ma mi chiedevo: come è possibile raccontare di posti sconosciuti nel mondo del turismo globalizzato? Le micronazioni erano la risposta”.

Il primo esempio di micronazione che fai nel libro è quello del Regno di Talossa, fondato inizialmente da un quattordicenne all’interno della sua cameretta. Puoi raccontarci brevemente questa storia?
“Quella di Talossa è una delle epopee micronazionali più longeve e articolate. Talossa – che in finlandese significa ‘in casa’ – è stata fondata negli anni Settanta e resiste tutt’ora. Ha una sua costituzione, una bandiera, una sua lingua e persino una letteratura. Nel corso degli anni ha subito un colpo di stato di ispirazione comunista e anche diverse secessioni: alcuni cittadini si sono staccati per fondare ulteriori stati utopici. Tutto questo, però, è rimasto relegato alla fantasia dei ‘padri fondatori’ e, dagli anni Novanta, sul web. Talossa è uno dei casi più famosi di quello che è stato definito il Quinto Mondo, ovvero il consesso delle micronazioni virtuali, che sono poco più che giochi di ruolo in cui piccole comunità di eletti si spartiscono fantasiosi titoli nobiliari. Ho inserito la storia di Talossa per aprire una finestra su questa realtà, che in rete conta centinaia e forse migliaia di casi, ma che tuttavia non è l’oggetto del libro.
In Stati d’eccezione ho preferito concentrarmi sulle micronazioni con base territoriale. Volevo raccontare di luoghi in cui, almeno in linea teorica, si può andare fisicamente. Raccontare quelle storie in cui piccole comunità sono riuscite ad ottenere, di fatto o di diritto, l’indipendenza di una piccola porzione di territorio: una ricerca irriducibile di automia, utopica ma assolutamente concreta. L’unica deroga sono gli ‘stati artistici’, che alle volte hanno una base più concettuale che territoriale. In quei casi, però, l’elaborazione è così sofisticata da risultare interessante, perché produce lo stesso effetto delle storie ‘concrete’: e cioè la messa in crisi, paradossale e ironica, tanto del concetto di stato-nazione che dell’idea di secessione”.

Anche sulla base dell’esempio del Regno di Talossa, la domanda che sorge spontanea è: chiunque può, in linea teorica, fondare una micronazione?
“Se stiamo parlando di una micronazione goliardica, artistica o dell’autonomia de facto, ma non de iure, di una piccola porzione di territorio, assolutamente sì. Se invece qualcuno volesse dichiarare l’indipendenza ed essere riconosciuto sul piano del diritto internazionale, oggi incontrerebbe qualche problema. Le leggi sono cambiate. Ad esempio, il trattato di Montego Bay ha stabilito il concetto di placca oceanica, assegnando la giurisdizione allo Stato di cui quella placca è considerata il naturale prolungamento. Che vuol dire? Che nessuno oggi può costruirsi un’isola artificiale in acque internazionali, poggiando sul fondale, e vedersi riconosciuta l’indipendenza. Chi cerca l’indipendenza per motivi economici (per esempio per non pagare le tasse), oggi non pensa più a fondare una nazione. Ma non per questo si è smesso di cercare scappatoie. Peter Thiel, uno degli inventori di PayPal, ha investito di recente decine di milioni di dollari in una fondazione che studia il ‘seastading’, e cioè la possibilità di creare città galleggianti autosufficienti in navigazione perpetua, così da potersi sottrarre alla giurisdizione degli Stati (e anche alle loro imposte)”.

A quale micronazione avresti voluto partecipare?
“Partecipare non so. Ma mi sarebbe piaciuto visitare alcune micronazioni che non esistono più. Su tutte Kalakuta, la comune del musicista nigeriano Fela Kuti, e l’Isola delle Rose, l’isola artificiale costruita al largo di Rimini nel 1968”.

Il web può favorire la nascita di micronazioni? E come?
“Il web ha favorito la riscoperta di storie che erano andate perdute, dimenticate. Ed è grazie a Internet se si è condensata una consapevolezza micronazionale, con tanto di riferimenti storici ed epici condivisi. Oggi, attraverso la rete, le micronazioni siglano trattati di mutuo riconoscimento e stabiliscono momenti di incontro, come la conferenza mondiale delle micronazioni che si terrà a Londra il 14 e 15 luglio prossimi”.

Pensi che in un futuro anche lontano le micronazioni possano estendersi fino a diventare le uniche vere società di appartenenza?
“Alcuni micronazionalisti auspicano l’avvento di una federazione mondiale di micronazioni individuali in cui ogni individuo abbia piena cittadinanza su se stesso. Un bel proclama che tuttavia suona piuttosto utopico. Non credo che in futuro si potrà fare a meno di autorità sovraindividuali simili allo Stato. Ma, se guardiamo al presente, non possiamo non constatare che gli stati-nazione sono oggi in forte crisi. Le banche e i mercati hanno eroso una buona parte della loro sovranità, e le democrazie per lo più bipolari rappresentano sempre meno la cittadinanza e i suoi interessi, e quindi sono sempre meno democrazie. D’altra parte, secessioni di stampo ‘egoistico’ e isolazionista non sono certo la soluzione possibile in un mondo globalizzato. Siamo in un impasse epocale, che qualcuno non da oggi ha definito una ‘dittatura delle maggioranze’.
Io credo che le epopee micronazionaliste, con il loro carico di goliardia e paradosso, possano mettere in evidenza in modo ironico e illuminante questo impasse. E, allo stesso tempo, fornire una suggestione: all’ombra delle maggioranze totalizzanti, nelle minoranze risiedono gli unici spazi possibili di senso. In ciò che è marginale, che cerca di sottrarsi alle logiche imperanti senza però isolarsi, restando connesso con un mondo di monadi che cerano di non soccombere a un nuovo ordine mondiale che lascia sempre meno spazi di autonomia”.

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