Ecco ciò che gli indipendentisti non vedono

di ALESSANDRO MORANDINI

Proprio su questa testata, tra articoli e commenti, emerge, oltre alla consueta indignazione verso i quotidiani episodi di spreco di denaro pubblico, corruzione, inciviltà e parassitismo che caratterizzano il Sud dell’Italia, incredulità. Come è possibile, ci si chiede, che la parte più produttiva ed europea della penisola resti dormiente, non si rivolti, non rifiuti l’unità statale che così tanti disastri ed ingiustizie comporta? E’ stato fatto notare che gli italiani del nord sembrano orientare le loro rimostranze verso l’Europa, piuttosto che verso il sud italia.

Proverò ad indicare alcuni possibili meccanismi che intervengono a determinare la situazione oggetto del nostro interesse e della nostra delusione. Devo precisare che individuare un meccanismo non significa analizzare le cause che determinano un certo fatto sociale, ma indagare in profondità, ad un livello accettabile ed utile, attraverso l’ausilio di strumenti adeguati, il modo in cui cause ed effetti sono in rapporto tra loro, ponendo l’accento sui processi e sui dispositivi che operano nella società in quanto realtà formata da individui in relazione tra loro (individualismo metodologico). Ovviamente queste poche righe non possono far altro che stimolare ulteriori approfondimenti; non sono risolutive di un problema così complesso. Ciononostante mi permetto di avanzare, nel finale, qualche parziale conclusione.

Gli indipendentisti padani, come quelli veneti o lombardi (ormai si può dire che vi sia una sensibilità comune rispetto al dualismo tra nord e sud italia, ed i vari movimenti indipendentisti in Padania non dovrebbero trovare grosse difficoltà, almeno inizialmente, a collaborare) non considerano con la dovuta attenzione il fatto che, in fin dei conti, l’Italia resta nella condizione di offrire le opportunità che ogni Stato offre ai suoi cittadini. Non parlo delle opportunità di lavoro, delle infrastrutture, dell’incremento di consumi che lo Stato assicura agli strati meno abbienti della popolazione o dello status di cui, grazie ad un rapporto privilegiato, godono intere stirpi di italiani (anche se tutti questi elementi costituiscono importanti opportunità rispetto al desiderio di vivere una vita decente e cementano, negli interessati, un sentimento strumentale, eppure vivissimo, di italianità). Parlo dell’opportunità primaria che ogni Stato attualmente offre: la possibilità di vivere in una società regolata dal diritto.

Immagino che i lettori de l’Indipendenza trasecolino leggendo questa affermazione. Ma come? Uno Stato corrotto, senza certezza della pena, dove le leggi sembrano fatte per essere violate e dove i funzionari pubblici abusano quotidianamente del loro potere è quanto di più distante si possa immaginare dal diritto! E’ vero, ma l’Italia resta, per quanto inefficace, lo spazio del diritto che ogni individuo ogni giorno sperimenta. L’individuo sa che una parte importantissima delle norme che regolano la sua vita sono imposte mediante la minaccia di restrizioni della propria libertà personale (comprese le sanzioni che incidono sul reddito di ciascuno di noi, che limitano i nostri guadagni), alle quali non si può sottrarre. Inoltre il sistema di sanzioni esterne che fanno leva sulla volontà di libertà non è chiuso entro i confini dello Stato italiano, ma si estende all’intera comunità europea, della quale lo Stato italiano è membro. Al nord come al sud lo Stato italiano rappresenta in ogni caso la dimensione riconosciuta del diritto, anche quando ci si lamenta delle inadempienze e dell’inefficacia delle norme. La disaffezione che ci si aspetterebbe si sviluppa, non a caso, verso uno spazio dei diritti che, pur operante, ancora non viene percepito come fonte della quotidiana distribuzione di premi e sanzioni formali tipici della norma giuridica: l’Europa.

Inoltre l’istituzione sociale centralizzata “Stato italiano” esprime, accanto alle numerose inefficienze, parallele testimonianze di efficienza, soprattutto al nord. E’ probabile che ponderando il valore delle inefficienze con quello delle efficienze, il cittadino italiano del nord, pur lamentandosi, finisca per considerare l’alternativa dell’indipendenza politica troppo costosa, dal momento che, allo stato dei fatti, richiede un’azione diretta, una partecipazione personale, un investimento molto insicuro.   Inoltre ancora, tra i cittadini italiani del nord è probabile che operino, a sostengo dell’unità d’italia, due norme sociali la cui violazione comporta le sanzioni tipiche di ogni norma sociale: il discredito e la disistima degli altri. La prima dice che quando una parte della nazione si trova in difficoltà non deve essere abbandonata (norma, si badi bene, che opererebbe anche se la nazione fosse il Veneto o la Padania perché definisce la collettività nazionale stessa). La seconda dice che bisogna amare la propria nazione e rispettare le leggi dello stato che da quella nazione trae la sua legittimità.

Gli indipendentisti non riescono a capire il motivo di tanta affezione da parte degli italiani del nord all’unità dello Stato perché, per vari motivi, desiderano staccarsi da esso. Chi è animato da questo desiderio difficilmente riuscirà ad individuare le opportunità offerte, rispetto al desiderio di vivere ordinatamente, dall’Italia al cittadino italiano. La comprensione dell’attuale accettazione dell’unità dello Stato italiano da parte del cittadino che vive al nord, passa dall’analisi dei desideri prevalenti nei diversi cittadini. Evidentemente il desiderio di ordine prevale su quello di cambiamento e, soprattutto, rispetto a quest’ultimo sembra che le opportunità offerte comportino costi eccessivi rispetto ai risultati attesi. Il costo sociale che un individuo paga votando un partito o protestando sul web è bassissimo e, probabilmente, trae in inganno coloro i quali continuano a pensare che nel nord della penisola vi sia una parte importante della società pronta alla secessione.

Ciò non significa che gli indipendentisti devono rinunciare a veder esauditi i loro desideri. Piuttosto, nel caso in cui la battaglia indipendentista si configuri come battaglia per la costituzione di un nuovo Stato, devono saper osservare con più cura la misura degli ostacoli e dei nemici.

Se la battaglia indipendentista si realizza, invece, nella quotidiana pratica dell’erosione delle istituzioni centralizzate, nella quotidiana pratica dell’affermazione della libertà della cultura, nella quotidiana pratica di allontanamento dallo Stato-nazione, i risultati si ottengono in tempi molto più lunghi ma si consolidano. L’apprezzabile volontà e determinazione degli individui che desiderano un nuovo Stato indipendente dall’Italia è indispensabile per realizzare manifestazioni utili, sul piano della propaganda, alla causa indipendentista, ma sul lungo termine contribuiscono a generare nella popolazione del nord la convinzione che si tratta di tentativi velleitari di pochi nazionalisti e non di un disegno politico sostenuto da una profonda e matura fede indipendentista.

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8 Comments

  1. Giuseppe says:

    Analisi interessante, molto interessante, specie per il “non-detto”. Bravo!

  2. Giorgio Fidenato says:

    Articolo condivisibile. La verità fa male, ma la situazione è quella descritta dall’autore. Bisogna costruire con fede, lungimiranza e tenacia una coscienza del nord. Tale coscienza non passa attraverso miss padania, ma con un qualcosa di molto più concreto e meno velleitario.

    Quindi rimbocchiamoci le maniche e avanti sulla strada della secessione ed indipendenza.

    Una cosa però l’autore mi deve spiegare.

    In base alla sua teoria, come si spiega la nascita dello italiano? Come accettarono tutte le diverse comunità di invocare uno stato nuovo rispetto alla realtà allora esistente?

    Come mai non ci fu quell’affezione delle comunità nei confronti delle realtà che vivevano e sono bastati pochi decenni di nazionalismo per far loro abbandonare l’assetto politico istituzionale in cui vivevano per abbracciare l’avventura italica?

    Ecco, se mi dai una spiegazione te ne sarei grato…

    • Dan says:

      >> ma con un qualcosa di molto più concreto e meno velleitario.

      Quel qualcosa non c’è stato quando gli stati preunitari erano formati solo da gente dello stesso ceppo linguistico e culturale: come può esserci adesso che siamo un frappè acido di tutto e di più ?

      >> Come mai non ci fu quell’affezione delle comunità nei confronti delle realtà che vivevano e sono bastati pochi decenni di nazionalismo per far loro abbandonare l’assetto politico istituzionale in cui vivevano per abbracciare l’avventura italica?

      Evidentemente la dominazione straniera avvenuta poco alla volta dal tempo delle signorie. E’ stato sufficiente giocare sui sentimenti della gente, trasmettere loro un qualche complesso di inferiorità e di lì a cercare un’unità al di sotto delle alpi il passo è stato breve

    • alessandro says:

      Caro Giorgio, la ringrazio per la risposta e, ancora di più, per le domande. Alle quali può rispondere uno storico, non io. Quelle esposte non sono mie teorie, ma solo un superficiale tentativo di spiegare, seguendo la disciplina analitica della sociologia, alcuni meccanismi che intervengono nell’azione collettiva; tentativo che ho proposto con lo scopo di aiutarci a comprendere gli ostacoli che possono rallentare il cammino dell’indipendenza. Posso solo evidenziare alcuni elementi che ritengo importanti. Il primo è che l’unità d’Italia si realizzò mediante l’uso della forza militare. Il secondo è che l’adesione delle diverse comunità fu conseguenza e non causa dell’unità politica. Ripeto, uno storico non italiano, o uno storico italiano serio, può focalizzare la sua lente sul come realmente si realizzò l’unità dello stato italiano (e mi sembra che in tanti già lo facciano, con una ricchezza di aneddoti e una coerenza nelle spiegazioni veramente magistrale)
      Forse sono stato frainteso: quanto ho scritto non significa che la maggioranza degli italiani del nord siano attualmente contrari alla libertà della Padania o del Veneto o della Lombardia. Ma altra cosa è esprimere un’opinione, altra cosa conservarla nel proprio animo, altra ancora darsi da fare perché questa si realizzi. Se per esempio, domani, per magia, ci trovassimo a vivere in uno stato padano o veneto o lombardo, l’atteggiamento degli abitanti cambierebbe immediatamente.

  3. alessandro says:

    Un’analisi, o meglio questo piccolo contributo al dibattito, non è un’esortazione a questa o quest’altra azione. Il fatto che la maggioranza della popolazione della Padania o del Veneto o della Lombardia non aderisca alle battaglie indipendentiste nella misura in cui ci si aspetterebbe vista la situazione attuale dell’italia , non significa che non sia indispensabile insistere. Il fatto che la maggior parte degli italiani del nord pensino di aver ancora troppo da perdere non significa che realmente abbiano ancora molto da perdere. Nella definizione delle opportunità, le credenze (anche quelle non vere) giocano un ruolo decisivo.

  4. pippogigi says:

    Ho capito il discorso.
    Da un lato sta bene dire che siamo un popolo diverso e dobbiamo tornare liberi ma alla fine la gente guarda i soldi. Le rivoluzioni americane e francesi sono nate per tasse e carestia, non per desiderio di libertà. Quindi un argomento pro-indipendenza è far capire che in ogni caso la situazione non potrà essere che migliore e non ci sarà un salto nel buio.
    Questo si può fare, come insisto da tempo, prevedendo che la base di partenza del futuro Stato padano sia la costituzione Svizzera e le sue leggi. Nessuno potrà criticarle, esistono e funzionano, ed ognuno potrà toccare con mano cosa vuol dire. Farsi i conti in tasca di cosa paga adesso di tasse e cosa pagherà in futuro, quale sia la sua retribuzione attuale e quella quella futura, quanto costerà l’energia elettrica, la benzina, le autostrade ecc.
    Il partire con un sistema collaudato, quello svizzero, dovrebbe accantonare quasi tutti i timori.
    A mio parere ne rimangono due: le pensioni e il sistema statale.
    Per le pensioni il problema è che l’Inps paga le pensioni con i soldi di chi oggi lavora: all’indomani dell’indipendenza l’Inps dovrebbe trasferire al sistema contributivo padano i soldi di sua spettanza, ma se l’Inps è senza soldi cosa si farà? si pignoreranno le riserve auree italiane, i conti correnti e le proprietà degli italiani all’estero, una soluzione si troverà.
    Diverso è il problema del settore pubblico. Come è noto buona parte dei posti di lavoro pubblici in Padania sono occupati da coloni ed immigrati italiani: ovviamente all’indomani dell’indipendenza queste posti dovranno essere occupati da padani parlanti lingue padane. Qualche problema ci sarà per la polizia, ma se la transizione sarà pacifica ci sarà qualche mese per organizzare i concorsi (e risolvere in parte il problema della disoccupazione padana provocata dall’occupazione italiana, un altro argomento a favore).
    Detto questo basterà invitare la gente a studiarsi le leggi svizzere, a farsi un giro in svizzera, a contattare svizzeri nel caso abbiano dubbie così sapranno quanto la loro vita potrà cambiare in meglio con l’indipendenza.
    I detrattori dell’indipendenza, traditori padani e parassiti italiani, troveranno argomenti apocalittici, tipo crollo dell’esportazioni verso l’italia, crollo della moneta, pensioni non più pagate ed amenità del genere. Sarà facile controbatterli e fare contropropaganda.

  5. Riccardo Pozzi says:

    Tutto ciò per dire che abbiamo ancora troppo da perdere.
    Avanti così.

    • Dan says:

      Esattamente. Il punto è che se avessimo il coraggio di metterci in gioco adesso avremmo una possibilità maggiore di uscirne meglio in futuro diversamente, aspettando il compiersi degli eventi, il nostro futuro sarà il ritorno al buon vecchio fascismo con pregi e soprattutto disgrazie.

      Che ci vogliamo fare: ci accontentiamo del bicchiere mezzo pieno

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