E se il Graal fosse a Genova?

sacro-catino (1)di PAOLO GULISANO – Stati tediati da un libro, Il Codice da Vinci, diventato anche un film e che quindi proseguirà il suo cammino di inganno nei confronti di tante anime semplici che
andranno al cinema, e che rimarranno in qualche modo colpiti dalla storia raccontata dall’americano Dan Brown, e magari anche sedotti dalle sue allucinate tesi. Il libro di Brown è, come noto, un attacco al Cristianesimo, alla sua storia bimillenaria, compiuto in nome di un essoterismo d’accatto, di uno gnosticismo che ha in odio il fatto cristiano e che lo combatte da molto tempo. Brown non è che l’ultimo epigono di questa schiera di seminatori di menzogna, e lo fa a partire da un paese, gli Stati Uniti d’America, che si dice cristiano, che parla di Dio ad ogni piè sospinto, ma che nelle proprie viscere coltiva dalla sua nascita un rancore profondo per l’Europa, per le sue radici, per la sua identità autenticamente cristiana.

La filmografia americana è negli ultimi anni più anticristiana dello stesso Islam. Una prova? Il filmone di Ridley Scott (quello che esaltava l’Impero di Roma – per gli americani un esempio da seguire – nel Gladiatore) le Crociate, dove il Cristianesimo è attaccato a palle incatenate e dove i buoni, gli eroi, sono
i mussulmani del Saracino. Uno spot filoturco subliminale, visto che gli Usa sono i grandi patrocinatori dell’ingresso della Turchia in Europa? Questa propaganda subdola è tuttavia efficace, come dimostra l’interesse suscitato dal Codice, che inganna milioni di lettori a partire da uno dei miti più cari e importanti del Medioevo europeo, quello del Santo Graal.

Il Graal, cioè il calice dell’ultima cena, ha segnato per secoli l’immaginario, la cultura e la spiritualità del nostro continente. Brown lo corrompe e lo falsifica con ignorante malafede, negando il profondo simbolismo cristiano da esso rappresentato, che si rifà peraltro anche all’antico patrimonio mitologico celtico.
In realtà nel contesto occidentale le reliquie assurgono a segni e simboli per la devozione cristiana, ed è perciò necessario avere le idee chiare su di essi, mediatori del pensiero umano che ritroviamo frequentemente in tutto ciò che concerne il religioso o l’esoterico. Cominciamo innanzi tutto dal “segno” che è ciò che permette di far conoscere o di prevedere qualcosa. A questo proposito si pensi ai segnali stradali che attraverso un segno determinato avvisano di eventuali pericoli, limitazioni, possibilità, ecc. A volte il segno può essere rappresentato da un gesto come il segno della croce che identifica l’appartenenza di chi lo compie alla religione cattolica.

Alcuni segni sono convenzionali ed astratti, tipo quelli stradali, altri invece sono riconoscibili per aspetti che sconfinano nel simbolico. Segni particolarissimi sono quelli che costituiscono la materia e la forma dei sacramenti, altri sono meno importanti ma sempre significativi come il bruciare incenso in segno di adorazione, di onore e di preghiera che si vogliono far salire al cielo.

In generale un “simbolo”, invece, è la rappresentazione grafica di un oggetto, segno o simile e vale a suscitare l’idea di qualcosa che non cade immediatamente sotto i nostri sensi. Ad esempio la bilancia è simbolo della giustizia, la quercia della forza, lo scettro della regalità. Il simbolo però può anche riferirsi ad una persona, infatti, la figura di San Francesco è diventata emblema della carità cristiana. In religione di solito il simbolo è un segno grafico convenzionale generalmente unificato nel senso in modo da essere riconosciuto da tutti gli iniziati.

Il ricorso delle religioni ai simboli è universale e molte volte è difficile distinguere tra simbolo religioso e realtà di fede perché il simbolo viene caricato di valori emotivi legati alla realtà a cui si riferisce assorbendone la sacralità. Si veda a questo  proposito l’emblema della croce di Cristo la cui profanazione apparirebbe inevitabilmente come un sacrilegio essendo essa il segno materiale della Passione e nel contempo della fede cristiana in generale.

Quando l’Islam avanzò con le sue conquiste, cercò di distruggere e quindi di profanare le reliquie cristiane, che di fatto vennero per la maggior parte disperse. Molte di esse finirono nelle mani di privati alla cui custodia sono tuttora affidate. Quella dispersione suscitò numerosi errori di persona perché esistevano parecchi santi omonimi. Ogni qual volta si trovavano resti difficili da identificare si optava per assegnarle al santo più illustre. Ricordiamoci inoltre che i crociati furono dei famosi cacciatori di reliquie e che ritornare in patria con i resti di un martire equivaleva, se non superava, la fama di aver vinto una battaglia. Questa
avveniva, infatti, in posti lontani e sconosciuti ai concittadini dei crociati mentre la reliquia era visibile e tangibile. In questo contesto apparvero certamente molte reliquie non autentiche. I resti del Battista, ad
esempio, proliferarono in una moltitudine di città di tutta Europa.

Ricca e complessa è invece la storia dei recipienti che stavano poggiati sopra la tavola dell’Ultima Cena: il catino dell’agnello pasquale e il calice, due oggetti che furono sovente confusi e quasi sempre identificati
con il leggendario Santo Graal. Secondo la leggenda, il catino sarebbe stato donato, insieme ad altri oggetti preziosi, dalla regina di Saba a Salomone, il quale lo destinò alla celebrazione della Pasqua e come tale venne conservato ed utilizzato dai suoi successori.

Quando i tesori del palazzo reale furono dispersi, il catino finì nelle mani dell’uomo che avrebbe ospitato Gesù durante l’Ultima Cena. Uomo che, secondo lo storico del Sacro Catino Gaetano di santa Teresa, era nientemeno che Nicodemo il quale, successivamente alla crocefissione, andò al Calvario, portando con sé il catino nel quale il Signore aveva consacrato il pane del suo santissimo corpo e vi raccolse dentro il sangue sparso dalla croce. Dove si trova il Graal? È una domanda che per secoli si sono posti in tanti, suscitando il
desiderio della Cerca nei cuori più avventurosi.

Bene, forse il Graal è molto più vicino a noi di quanto possiamo immaginare: a Genova, nel Museo della Cattedrale, si conserva una preziosissima reliquia, un piatto profondo che potrebbe essere quello dell’Ultima Cena, dalla forma di catino, e con questo nome è conosciuto: il Sacro Catino. Da Gerusalemme questo oggetto di pasta vitrea color verde smeraldo fu portato a Cesarea, città nella quale sarà ritrovato dal crociato genovese Guglielmo Embriaco detto Testadimaglio, uno degli eroi della Prima Crociata, nell’anno 1101, e da lì trasportato a Genova.

La fama della reliquia crebbe a Genova per tutto il medioevo al punto da oscurare quella delle ceneri del Battista. L’esposizione del catino era regolata da un rigido cerimoniale, elaborato per ridurre i rischi di danni e, principalmente, quelli di furto. Nella terra antica di Liguria, in una cattedrale cattolica, e non nel massonico Louvre di Dan Brown, gli occhi dei moderni possono ammirare ciò che 900 anni fa poterono contemplare i crociati venuti da Genova.

(da il settimanale “Il Federalismo”)

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