E se i più fedeli alleati del mondialismo fossero proprio i sedicenti “sovranisti”?

 

 

di GIOVANNI POLLI – Il formidabile risveglio del popolo catalano e il durissimo braccio di ferro con Madrid hanno dato la stura a un brulichio di ipotesi, controipotesi, complottismi e contocomplottismi, soprattutto in circolazione nei social, per additare e denunciare chi “vi sarebbe dietro” l’indipendentismo di Barcellona. Dalla clamorosa bufala sull’immancabile Soros di cui si è già detto in un altro articolo fino ai “poteri forti della Ue” che mirerebbero a disgregare, e chissà poi perché, gli stessi Stati che la compongono.
Un brulichio di bisbigli che si è fatto sempre più caciara,  in particolare prodotta da parte di chi si proclama sovranista, e che lamenta la lesa maestà non tanto di Sua Altezza Reale Felipe VI di Spagna quanto del concetto stesso di “Stato nazione”.
Un feticcio che è anche e soprattutto un concetto fallace e mendace, inventato nell’Ottocento, quando le borghesie capitalistiche internazionali, in accordo e in alleanza con le cancellerie e gli eserciti, presero una cartina geografica e vi disegnarono sopra i confini degli Stati fantoccio che meglio si addicevano ai loro interessi economici e li battezzarono “nazioni”. Fomentando la creazione di movimenti in tal senso e riempiendo i libri di Storia di propagande retroattive atte a giustificarne l’esistenza.
La “nazione”, in effetti, è e resta tutta un’altra cosa. È un concetto che non coincide per nulla con uno Stato attuale, quasi sempre plurinazionale di fatto quando non di diritto, ma con i popoli. I cui confini non sono geopolitici ma antropologici e sono sono quelli di storia, cultura e lingua. Confini peraltro dinamici e tutt’altro che immutabili nel tempo come si sarebbe preteso, e si pretenderebbe soprattutto oggi, per gli ordinamenti giuridici statali.

L’Italia è un caso esemplare di questa creazione in laboratorio stile Frankenstein: territorio geografico assai composito e ben distinto in macro aree, i suoi popoli, mai realmente “uniti” nemmeno ai tempi della dominazione romana e dell’invenzione del termine stesso “Italia”, erano e restano divisi proprio per clima, tradizioni, inclinazioni, storia, cultura e lingua. Quella denominata “italiana” parlata tra l’altro, ai tempi della creazione dell’italico regno per mano dei Savoia-Carignano, da appena circa il due per cento dei sudditi e nemmeno dai loro sovrani. Questo contando tra i sudditi i pochi e prezzolati intellettuali e l’intero numero dei tosco-laziali, che la impiegavano (con accenti assai diversi, peraltro) perché soltanto per loro era la effettiva “lingua propria”.

A proposito di indipendentismo, viene in mente un documento oggi da tutti dimenticato ma che varrebbe la pena riproporre prima o poi nella sua interezza. Si tratta del Manifesto per un’Unione europea socialista, sottoscritto nel 1973 dagli indipendentisti armati irlandesi dell’Ira Provisional, dai baschi dell’Eta insieme con gli arpitani di Alpe, i sardi di Su Populu Sardu e anche con i piemontesi di Alp. Un suo passaggio ricordava giustamente che “i giovani borghesi “nazionali” (le virgolette sono nell’originale proprio per definire l’uso improprio del termine, nda) del secolo scorso (l’Ottocento, nda) hanno dato spazio al grande capitale monopolistico europeo”. Aggiungendo inoltre che “tutti i nostri popoli si trovano in una situzione di subordinazione nei confronti del grande schieramento oligarchico europeo”. Parole molto profetiche e sempre attualissime. Allora l’Unione europea si chiamava Mercato Comune Europeo ma il progetto era già molto ben chiaro per chiunque lo avesse voluto leggere.

Viene da chiedersi allora chi abbia voluto questo “superstato europeo” in nuce, e perché. Forse i popoli? Forse le nazioni? Oppure le stesse identiche oligarchie europee finanziarie e capitalistiche che nell’800 si inventarono a tavolino gli Stati fantoccio per i loro interessi? Quanti sono stati i popoli, in Europa, che hanno delegato liberamente e dopo un voto a Bruxelles la propria sovranità? Una sovranità che, nel caso dello Stato italiano, appartiene al popolo almeno formalmente sulla carta, ma che da palazzo si vorrebbe sempre più “cedere” alle oligarchie.
Ecco, sono proprio gli “Stati nazione”, oggi difesi come un feticcio intoccabile dai sedicenti sovranisti, ad essersi comportati come principale strumento di passaggio dei poteri dai territori al centralismo oligarchico di Bruxelles. Perché voluti e costruiti un secolo prima dagli stessi identici poteri che un secolo dopo avrebbero inventato il leviatano europeo per meglio curarsi gli affari propri.

 

Seguendo il filo logico del discorso, appare quindi chiaro che chi si pone contro il leviatano europeo e il suo portato globale, il mondialismo, abbracciando lo Stato, ovvero lo strumento della sua costruzione in barba ai popoli e alle nazioni vere, finisce ad essere il primo complice del leviatano.
Denunciando la volontà dei popoli di riprendersi la sovranità verso il basso e pretendendo il mantenimento dell’integrità degli Stati inventati nell’Ottocento come strumento del capitalismo, sia i sovranisti “di destra” sia quelli “di sinistra” mascherati da internazionalisti si comportano come perfetti kapò al servizio dell’attuale Ue.

Insomma, se si vuole “più libertà” e “più sovranità”, affidarle in custodia ai propri aguzzini che ne fanno strame non è certo la scelta più furba. Anzi, è scelta suicida.

Un ragionamento assurdo?
Non più assurdo di quelli che si leggono quando qualcuno tenta di convincerci che “occorre difendere gli Stati nazionali minacciati sia dall’interno (dalle volontà secessioniste) e dall’esterno (dai poteri sovranazionali)”.
Oggi gli “Stati nazionali” non sono minacciati dai poteri sovranazionali: sono solo uno strumento nelle loro mani. E chi difende i primi finisce inevitabilmente per difendere i secondi.
Tornino quindi potere e sovranità ai popoli, se davvero vogliamo sperare di tornare ad essere padroni di noi stessi.
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2 Comments

  1. caterina says:

    ci deve essere comunque un interesse per andare d’accordo con i vicini… e in questo la Serenissima Repubblica di Venezia fece scuola e perciò durò mille e trecento anni, finchè prevalsero in Europa potenze ingigantitesi a furia di occupazioni o aggregazioni con matrimoni/patrimoni fino a distruggersi a vicenda, da Napoleone in poi..
    il motto della Serenissima con tutti i paesi che si affacciavano sul mare o nel suo entroterra era: TI CON MI, MI CON TI… e il Governo dei DIECI era elettivo fra i maggiori contribuenti alle spese della città, duecento inizialmente fino a seimila, per il suo funzionamento, la sua difesa e le sue rappresentanze estere, con la vigilanza assoluta, nei meccanismi di elezione del Doge, affinchè mai nessuno potesse considerarsi il signore della città.
    Se fu di ispirazione per secoli nei suoi principi, non si vede perché oggi non possa esserlo ancora… reciproco interesse e condivisione nella gestione… certi obbrobri nel suo entroterra decisi da lontano che ora la soffocano favorendone la distruzione non sarebbero mai nati!
    Spero che i Veneti veri ritornino e salvino la loro capitale, le loro città e se stessi… e auguro lo stesso per tutti i popoli che si sentono tali.

  2. mumble says:

    Lucidissima analisi. Basta guardare la cartina dell’Europa dei Popoli per capire tutto …..
    Domanda: per l’elite è più facile imporre la propria visione a due o tre stati o a settanta che possono anche decidere di fare fronte comune, su singoli temi e di volta in volta, a seconda degli interessi contingenti dei loro abitanti ?

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