E magari i candidati “federalisti” ricordino anche che 100 anni fa nasceva Miglio

migliodi ROBERTO MARRACCINI – “Il sogno di un’Italia federale rimane un sogno: ma è la sola possibilità disponibile”  (Gianfranco Miglio).

Si celebra oggi – 11 gennaio 2018 – il centesimo anniversario della nascita di Gianfranco Miglio. È un onore per me ricordarlo dalle pagine di questa testata, perla rara di libertà e di dibattito federalista, ormai completamente accantonato dai media di questo Paese.

Ripercorrere brevemente il pensiero e i tratti della sua figura è cosa, da un lato difficoltosa (è difficile accostarsi pienamente alla comprensione di quello che fu un pensatore geniale), dall’altro lato è anche in un certo modo ingiusto perché – per necessità di sintesi – si dovrebbero tralasciare aspetti e fatti che sono comunque importanti e che hanno fatto parte integrante della sua vita.

Ad ogni modo, nel centenario della sua nascita, credo convintamente che sia doveroso sottolienare come le sue analisi e le sue intuizioni scientifiche siano, tutt’ora, di estrema e profonda attualità, visto che – volenti o nolenti – le idee federaliste e di autogoverno, nonostante il centralismo e lo statalismo stiano riprendendo vigore (anche per via della crisi economica globale), sono ancora lì, davanti a noi, a guidare le vite e le menti degli uomini liberi.

Il neo-federalismo di Miglio

Gianfranco Miglio fu, senza giri di parole, il più grande interprete del federalismo e uno dei più geniali scienziati della politica (definizione che preferiva a quella di politologo) che l’Italia abbia mai avuto.

Fin dagli anni ’40 del secolo scorso divenne federalista e lo fu, lungo il corso di tutta la sua vita, fin nel midollo. Il percorso, di pensiero ed umano, che lo portò alla sua scelta federalista non è casuale o – almeno – la sua profonda ammirazione per il federalismo e per i sistemi istituzionali federali non è una folgorazione avvenuta di improvviso, come spesso qualche giornalista ha voluto far intendere. La sua apertura e forte convinzione verso i princìpi del federalismo è frutto di un’esperienza iniziata sul finire del Secondo conflitto Mondiale (nel 1943 per l’esattezza) all’interno di un gruppo di giovani federalisti comaschi raccolti intorno al giornale del Cisalpino, oltre che – ma questo è evidente – ad uno studio sistematico ed incessante delle teoria federale.

Un federalismo che, per Miglio, dovrebbe configurarsi in maniera opposta rispetto al federalismo classico, che era utilizzato per unire delle entità preesistenti (e pluribus unum: da più soggetti ad un unico soggetto, proprio come sono nati la Svizzera e gli Stati Uniti d’America). Il nuovo federalismo di Miglio – neofederalismo – ha, invece, la funzione storica di “tutelare e gestire le diversità”, favorendo quindi “il passaggio dall’unità alla pluralità: ex uno plures ”: da un’unica entità sovrana, lo Stato nazionale, si giunge – dopo un processo di federalizzazione – ad un sistema costituito da più sovranità distinte tra loro ed unite da un patto federativo (il principio cardine del federalismo).

La sua proposta federale era estremamente radicale, di rottura, basti pensare al Decalogo di Assago nel quale delineò un’Italia federale suddivisa in tre macroaree omogenee (Repubbliche): Nord, Centro e Sud, più le cinque Regioni a Statuto speciale attuali.

Per queste ragioni si avvicinò alla Lega Nord – di cui fu Senatore (indipendente) – perché essa, ai suoi occhi, rappresentava l’unica forza politica autenticamente orientata a realizzare una riforma dello Stato in senso federale. A tale proposito disse: “Non si può essere leghisti se non si è federalisti nelle istituzioni e liberali in economia”. Certamente, stiamo parlando di una Lega molto diversa da quella salviniana di oggi, tutta protesa verso un nazionalismo patriottardo di matrice lepenista, che nulla ha a che vedere con il federalismo e i princìpi dell’autogoverno dei territori.

Il suo modello federale, che vedeva concretamente realizzato solo in Svizzera, non ammetteva mezze misure, come per esempio le materie legislative concorrenti (previste dal nuovo Titolo V della Costituzione italiana).

E come strutturava, allora, Miglio il suo sistema federale? Quali dovevano essere la sue caratteristiche imprescindibili? Andiamo con ordine:

1) innanzitutto due centri di poteri equivalenti dotati ognuno di una propria sovranità (Cantoni e Federazione);

2) le entità federate (parlava di Cantoni) devono avere dimensioni tali da permettere loro di svolgere l’attività a loro preposta riuscendo inoltre a resistere al potere dell’autorità centrale;

3) tutte le regole che disciplinano il funzionamento del sistema generale sono ispirate al principio del contratto (negoziato) e della maggioranza qualificata;

4) nella Costituzione si devono prevedere strumenti che consentano sempre una rapida e certa decisione degli affari di Governo;

5) una struttura fiscale – fortemente autonoma per i vari soggetti istituzionali interessati – che poggi su due livelli: municipale e cantonale;

6) da ultimo, la possibilità – per le entità federate – di secedere (diritto pre-politico).

Sull’ultimo punto, era solito specificare: “Io sostengo che una Costituzione in cui il diritto di secessione sia implicitamente o esplicitamente escluso non sarà mai una Costituzione federale, ma una Costituzione unitaria”. Anche perché, ripeteva spesso: “Una Costituzione o è federale o non è”.

È allora evidente che se non si ha una pluralità di sovranità, non è possibile parlare apertamente di un sistema federale concreto e realizzato. Su questo punto Miglio era inflessibile. Inoltre, e anche qui stiamo ragionando di una elementare regola per qualsiasi sistema politico-istituzionale che si voglia configurare come federale, occorre costruire una reale autonomia fiscale per gli enti che compongono la Federazione (federalismo fiscale, autonomia fiscale piena).

Nella sua sostanza il federalismo, per Miglio, si configurava come la risposta – politica e quindi istituzionale – alla crisi dello Stato nazionale. Proprio per questo credeva, profondamente, che incarnando il federalismo la massima espressione della libertà per l’uomo, da realizzarsi attraverso l’autogoverno e la piena sovranità delle entità territoriali federate, dovesse poggiare sul diritto pre-politico per eccellenza: il diritto a secedere, a stare con chi si vuole. “Il diritto di secessione – specificava Miglio – è il diritto al distacco, che viene fatto valere come suprema garanzia della propria indipendenza”.

Ecco perché, oggi, sarebbe schierato senza alcun tentennamento (non come la Lega Nord odierna), a fianco della Catalogna e dei catalani, per il loro diritto all’autodeterminazione e alla libertà.

 

Il rigore intellettuale: una vita dedicata allo studio della Politica

Fu un intellettuale infaticabile, rigoroso, sempre attento a capire – in tutte le sue sfaccettature – il complesso mondo della Politica, con i propri rituali e schemi mentali, i propri crismi, le proprie regolarità.

Il suo pensiero – fortemente legato alla realtà concreta dei fatti – era improntato al cosiddetto realismo politico. Maestro di questa corrente di pensiero (se così vogliamo definirla) fu Carl Schmitt, grande giurista tedesco. Un pensatore che venne fatto scoprire all’interno del mondo accademico e scientifico italiano proprio da Miglio, il quale decise di curarne la traduzione in italiano, grazie alla casa editrice Giuffrè. Lo studio e l’analisi di questo pensatore rappresentarono – senza alcun dubbio – un’importante crescita di conoscenza e di concezioni sul diritto e la Politica per Miglio che lo portarono a divenire, né più né meno, proprio parafrasando quanto disse su di lui lo stesso Schmitt, “l’uomo più colto d’Europa”.

La sua era una spigolosa propensione alla sovversione intellettuale.  Una sovversione – intesa nel senso buono del termine, nel suo significato di intrapresa di schemi intellettuali innovativi – intesa come metodo, mai come un fine.

Il rigore dell’argomentazione e la dottrina sono sempre stati in Miglio affilati strumenti di battaglia culturale e di conoscenza che servono per decidere.

Quelle che molto spesso sono state definite dai giornalisti e dai mezzi di comunicazione di massa come “sparate” e “provocazioni” del Profesùr altro non erano che espressione diretta di quello che egli era giunto a pensare dopo anni di approfondimenti e di dettagliate analisi supportate da innumerevoli prove documentali, prove scientifiche.

Come ha scritto il politologo Panebianco i grandi realisti – come era Miglio – sono sempre personaggi scomodi, perché ricordano incessantemente quello che dà fastidio sentirsi dire. Perché hanno il coraggio – come Miglio ebbe sempre nel corso della sua vita – di dire quello che pensano, anche se controcorrente e anche se la cosa può dare fastidio a qualcuno o può andare a toccare dei meccanismi ormai oleati e costanti. Da qui, allora, è facile comprendere perché molti vorrebbero mantenere la sua figura e il suo pensiero nell’oblìo più totale, di modo che presto – anche i suoi assertori – se ne dimentichino. Sarebbe semplice, se ci pensiamo. È proprio per questo che oggi, nel giorno che celebra il centenario della sua nascita, dovremmo – tutti – interrogarci e comprendere in profondità la straordinaria verità scritta nel suo pensiero.

 

Miglio, un “uomo libero”

Il silenzio sui suoi lavori, scritti, lezioni universitarie ecc. è andato avanti per molto tempo e continua purtroppo ancora. Un silenzio che oserei definire – senza retorica – assordante ed ingiusto.

I suoi scritti, in definitiva, sono – per la lucidità di analisi e la forte aderenza alla realtà dei fatti politici ed istituzionali – di una attualità che potremmo semplicemente definire straordinaria. Senza voler essere retorici, sembra davvero che i suoi articoli e i suoi documenti siano stati scritti in questi giorni. Anche da questo si vede la grandezza di un pensatore davvero unico, un vero federalista: la grandezza di un uomo davvero libero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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One Comment

  1. mumble says:

    Un momento di riflessione. I ricordi vanno veloci ad Assago, a Pontida, alle interviste del grande Professore durante le quali sdraiava i giornalisti romani con la sua logica dritta e inossidabile. Politica alta, vera, partecipata. Grazie a questa testata ed all’autore dell’articolo.

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