E’ dal 1898 che Milano è sotto assedio

di REDAZIONE

“I segni precursori del principio della demolizione di tutto ciò che esiste in politica in Italia non mancano e presentano una grande analogia con quelli che nel secolo scorso precedettero lo scoppio tremendo della rivoluzione francese”. (da Italia 1898, tumulti e reazione, di Napoleone Colajanni, 1898). Di seguito, uno stralcio del libro pubblicato da “Libreria San Giorgio

Imprendendo a dire, con tutta la prudenza imposta dalla reazione trionfante, dei casi che si svolsero in Italia nella primavera 1898 e che, per colpa del governo, assunsero proporzioni minacciose ed impronta speciale in Milano nelle giornate dal 6 al 9 Maggio, sento il bisogno di riprodurre le parole colle quali posi termine al libro sugli Avvenimenti di Sicilia del 1898-94, che agli ultimi intimamente si connettono.
Scrivevo adunque nell’autunno del 1894: «I segni precursori del principio della demolizione di tutto ciò che esiste in politica in Italia non mancano e presentano una grande analogia con quelli che nel secolo scorso precedettero lo scoppio tremendo della rivoluzione francese».
«Si legga l’Anciène règime di Toqueville e di Taine e si vedrà che in Francia prima del 1789, come a Napoli, nelle Puglie, in Sicilia nel 1893 e nel 1894, si sente che c’è un popolo in rivoluzione latente, che aspetta l’occasione per irrompere; che questo popolo manca ancora di organizzazione e di capi, non avendo più fiducia in quelli che hanno l’autorità legale. Anche allora si gridava: «Pane! non tasse, non cannoni! ch’è il grido del bisogno, dice Taine, e il bisogno esasperato irrompe e va avanti come un animale inferocito! E i magazzini, i convogli di cereali arrestati, i mercati saccheggiati. E si grida: Abbasso l’ufficio del dazio! E le barriere sono infrante, gl’impiegati vinti e scacciati….. E si danno al fuoco li registri delle imposte, i libri dei conti, gli archivi dei comuni e si fa tutto al grido di: Viva il Re!»
«La scena descritta dal Taine per Bignolles e per altri siti non sembra la fotografia di ciò che è avvenuto a Valguanera, a Partinico, a Monreale, a Castelvetrano, a Ruvo, a Corato? Eppure i contadini di Sicilia e di Puglia non sanno o non conoscono cosa sia la rivoluzione francese, i cui preludi imitano e ripetono!».
«Non basta ancora; l’analogia continua più grande che mai sulle cause, che accelerano la catastrofe in Francia e che potranno accelerarla adesso in Italia. Si disse dei gravissimi imbarazzi finanziari in cui si dibatte il nostro paese; e Gomel ha messo stupendamente in evidenza le cause finanziarie della rivoluzione francese».
«Qualche piccola inversione nell’ordine degli avvenimenti vi potrebbe essere; quando Joly de Fleury si decise all’aumento delle imposte i Parlamenti di Francia protestarono e invocarono la riunione degli Stati Generali. Noi non abbiamo assemblee che per la loro storia si rassomiglino ai Parlamenti francesi, ma abbiamo una Camera dei Deputati, che dovrebbe equivalere agli Stati Generali, la quale sotto l’incubo dello scioglimento ha approvato le imposte proposte dall’onor. Sonnino e che potrà essere disciolta se non farà quell’ultimo sforzo, che si chiama ultimo per ischerzo, ma ch’è sempre seguito dalla domanda di un altro».
«Chi può garantire che in Italia non si cominci da uno scioglimento mentre in Francia si cominciò da una convocazione? E qualche altra differenza ci sarebbe ancora nei protagonisti del prologo. L’Italia da alcuni anni ha visti i Maurepas, i Vergennes, i Calonne, i Brienne, i Joly de Fleury ed anche i d’Ormessn; l’Italia potrà anche trovare il suo Neker; ma in tanta decadenza indarno cerca un Turgot! Dov’è il Ministro che dica coraggiosamente al Re ch’è impossibile ogni ulteriore accrescimento delle imposte; che prestiti non se ne possono fare più; che la salvezza è nelle economie e nelle riforme?».
«E tutto ciò disse Turgot al buon Luigi XVI; ma non fu ascoltato!»
«Lo sarebbe adesso in Italia?»
«Nessuno può dirlo; ma tutti devono riconoscere che gli avvenimenti incalzano e che la scintilla partita dalla Sicilia, che nell’arte, nella coltura, nella organizzazione sociale, in tutto, si trova — come direbbe Giuseppe Ferrari — in ritardo di fronte alle fasi di sviluppo percorse dalla Francia e da altre regioni dell’Alta Italia, che sentirono l’alito della rivoluzione francese: quella scintilla, ove non si provveda in tempo, potrà, varcando lo stretto, far divampare l’incendio nel resto d’Italia».

«Comunque, se insipienza di uomini di governo o fatalità di cose vorranno che gli avvenimenti non abbiano quel corso pacifico ed evolutivo, che dev’essere vagheggiato da quanti conoscono i danni e gli orrori delle cruenti rivoluzioni, io faccio voti ardenti pel bene del mio paese che il grido: «morte a li cappedda» non possa acquistare quella triste celebrità che al di là delle Alpi acquistò il grido: Les aristocrates à la lanterne!»
Il riavvicinamento tra i prodromi della grande rivoluzione francese e gli avvenimenti di Sicilia, che riporta il nostro paese ad un secolo fa, può oggi essere completato con un altro riscontro storico che somministra l’Inghilterra.

Al di là della Manica l’evoluzione politico-sociale non fu tranquilla e pacifica sempre, come, nelle sue grandi linee, si è andata svolgendo nella seconda metà di questo secolo.
Vi furono due grandi periodi di sommosse, di tumulti, di repressioni sanguinose e di reazione, che ricordano la fase che attraversa l’Italia dal 1893 in poi. Il primo va dal 1799 al 1824; il secondo dal 1837 al 1848. Tra i due periodi non mancarono le agitazioni, che terminarono qualche volta in conflitti sanguinosi — specialmente nel 1819, nel 1831, nel 1832, nel 1839, ecc.; — e non fecero difetto completamente dopo il 1848; astraendo dall’Irlanda — dove gli avvenimenti presentarono sempre caratteri complessi non paragonabili mai con quelli italiani — per tutti basta ricordare la domenica sanguinosa — the bloody sunday — 13 novembre del 1887.

I due periodi storici inglesi, classici per le turbolenze, il secondo dei quali comprende il movimento cartista, vanno rievocati oggi in Italia per concludere dal confronto — da completarsi più tardi — che se in Inghilterra fossero stati adottati i criteri di governo che formano ormai la gloria non invidiabile della borghesia italiana, il boja avrebbe dovuto lavorare in permanenza; gli anni di galera distribuiti ai ribelli e ai sovversivi avrebbero dovuto contarsi non più a secoli, ma a migliaia di secoli; la costituzione anzichè svolgersi sempre più e continuamente nel senso democratico avrebbe dovuto essere soppressa; la reazione sfrenata, insomma, quale del resto la vagheggiò e consigliò in Inghilterra il partito dell’ultratorismo, vi si avrebbe dovuto insediare sovrana e incrollabile.

Qualcuno potrà obbiettare, che accennando al lavoro del boia si vien meno alle condizioni di una buona comparazione e che viene a mancare ogni analogia, perchè condanne a morte ci furono in Inghilterra — benchè non eseguite — ma non una — eccettuato il caso Barsanti, che non entra nel periodo in discussione — ne inflissero i mal giudicati Tribunali militari Italiani nel 1894 e nel 1898.
All’obbiezione si trova risposta nelle differenze tra i due paesi: nella natura degli avvenimenti, nella proporzione e durata delle repressioni, nella giustizia delle altre pene, nella serena imparzialità dei giudici ordinari — e non eccezionali — nella sapienza e moderazione delle classi dirigenti e dei governanti.
Le differenze ci sarà occasione di rilevarle, nella misura consentita dall’indole di questo scritto, man mano che procederà la narrazione; e le differenze eloquenti non potranno non richiamare alla realtà triste della nostra enorme inferiorità politica e morale, quanti leggeranno coll’animo intento alla ricerca del vero.

Per ora basta fermare questo: che i tumulti, le sommosse, i tentativi coscientemente insurrezionali che afflissero l’Inghilterra per cinquant’anni circa spesso tolsero a pretesto le riforme politiche; ma il fondo dei movimenti fu e rimase sempre economico. Non cade dubbio sulla natura del movente nel primo periodo dei torbidi inglesi; invece qualcuno vorrebbe negarla pel secondo. E in verità, guardando alla superficie e alle dichiarazioni di alcuni capi del cartismo, si potrebbe credere che questo movimento celebre, durato circa dieci anni, sia stato essenzialmente politico. Erano, infatti, d’indole politica i famosi sei articoli della Charta del popolo; ma nella intenzione dei cartisti delle due scuole, essi dovevano servire come mezzo per ottenere il miglioramento economico delle masse lavoratrici.

I promotori ed organizzatori del movimento trovarono grande seguito per lo appunto perchè tristissime erano le condizioni economiche degli operai nella grandissima maggioranza.
Ciò era a conoscenza dei capi del cartismo; tanto che il reverendo Stephens, uno dei più audaci e dei più infervorati, predicava che il cartismo era sopratutto una quistione di forchetta e di coltello!
Risalendo dal caso particolare all’indole generale dei movimenti politici inglesi, il Rise, ch’è uno degli scrittori che ha iniziato la illustrazione della cosidetta Era Vittoriana, ha scritto queste parole significative non per i soli inglesi ma per tutti i popoli che hanno coscienza delle proprie sofferenze: «John Bull al verde, egli osserva, è il più persistente dei malcontenti e svolge principî politici — ma sempre con un occhio volto agli affari futuri. Quando è sazio di carne e di birra ha poche idee e la sua soddisfazione è colossale». (Rise of democracy. London. Blackie et Son 1897 pag. 129). A provare l’esattezza del giudizio, un poco più oltre aggiunge: «Appena R. Peel risolvette la quistione tributaria, la stabilità fu assicurata alle industrie, alla società, alle istituzioni». (pag. 130).

Il 1848 trovò disarmato il cartismo dalla precedente riforma; così l’eco della proclamazione della repubblica in Francia, invece di trascinarlo ad una rivoluzione trionfante, ne segnò la morte. La sua, però non fu opera inutile: destò dal letargo le classi dirigenti, mise sotto i loro occhi i pericoli cui andavano incontro ostinandosi nella resistenza e contando sulla repressione e le costrinse alle trasformazioni economiche e politiche indicate dai tempi, reclamate dal popolo.

I sei articoli della Charta, dichiarati da principio irrealizzabili, incontrarono la sorte di molte utopie e in gran parte oggi sono stati tradotti in leggi; con questo in più: che ogni riforma politica fu seguita — più raramente preceduta — da una riforma economica. Così da questa lezione dei fatti svoltisi in Inghilterra emergono insegnamenti non solo per le classi dirigenti italiane, ma anche per una parte degli elementi avanzati, che — almeno sino a poco tempo fa — tenevano in grande dispregio la politica. La tenne anche in dispregio Roberto Owen, più di sessantanni or sono, al di là della Manica e smarrì la diritta via per conseguire quelle riforme economiche e morali di cui fu apostolo geniale.

Ma è per le classi dirigenti italiane, che sopratutto sono ricchi di ammaestramento questi raffronti storici dell’Italia colla Francia da una parte e coll’Inghilterra dall’altra.
In Francia la cecità dei governanti nel secolo scorso condusse alla grande rivoluzione con tutti i suoi eccessi e con tutti i suoi orrori, che potranno ripetersi se la degenerata borghesia, che ha in mano le sorti della terza repubblica, non si libera dalle strette del militarismo. In Inghilterra le classi dirigenti, imitando gli esempi dei buoni tempi di Roma, seppero sempre cedere a tempo. Se ricorsero alla repressione, anche energica, non la resero sistematica, facendola assurgere ad esclusivo metodo di governo e risposero ai tumulti da disagio economico con riforme economiche; ai tumulti ed alle agitazioni politiche fecero seguire le riforme politiche.

Sinanco quando i movimenti vi assunsero forme decisamente criminose le classi dirigenti inglesi guardarono al fondo e alla sostanza e pensarono di eliminare il delitto allontanandone le cause. Così la borghesia e l’aristocrazia, e sopratutto gli industriali, allarmati ed indignati pei famosi delitti di Sheffield, cominciano nel 1867 una grande inchiesta colla intenzione di riuscire alla repressione severa del fenomeno criminoso; ma appena constatatolo, anche per la confessione di qualche reo, si cambia rotta e si riesce alla sapiente prevenzione colle leggi del 1870 e del 1875, che accordarono agli operai la più ampia libertà di organizzazione, di sciopero e di quel picketing, che sembrerebbe anche una enormità a molti democratici italiani.

Di fronte ai tumulti, alle sommosse, alle insurrezioni, adunque, alle classi dirigenti italiane la storia addita due vie tracciate senza incertezze e quasi senza alcuna di quelle oscillazioni e deviazioni ordinarie nel corso degli avvenimenti sociali. Sull’una sta scritto al termine: rivoluzione; è la via battuta dai governanti francesi. Sull’altra, al principio risplende una insegna sulla quale si legge: riforme. È l’insegna antica di casa nostra — l’insegna di Roma; ma l’Inghilterra l’ha rimessa a nuovo e l’ha circondata di affascinante forza di persuasione.

L’Italia è in ritardo nella sua evoluzione rispetto alla Francia e all’Inghilterra; ma se questo ritardo sotto molti aspetti è deplorevole, esso ha almeno un lato buono: consente al nostro paese di trarre profitto dei risultati degli esperimenti politico-sociali che furono fatti altrove.

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