Durano o non durano al governo?

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Con la pax francese sulla Torino-Lione, sfuma l’idea che questo governo possa cadere per incidenti di percorso o scontri interni di natura ideologica. Sia la Lega sia il Movimento Cinque Stelle hanno dimostrato una flessibilità insospettabile sui rispettivi miti fondativi e nell’arco di questi primi dodici mesi di governo hanno compiuto una serie di strappi identitari che in altri tempi avrebbero richiesto lunghissime e complesse liturgie. Da una parte (i grillini) lo scudo giudiziario a Matteo Salvini sul caso Diciotti; il voto sulla legittima difesa; l’abolizione del limite dei due mandati; il compromesso sulla Tav, un progetto che si doveva seppellire. Dall’altra (i leghisti), l’insabbiamento dell’autonomia veneta e lombarda; il sì al reddito di cittadinanza che in altre epoche sarebbe stato definito “soldi ai fannulloni”, la rinuncia a riattivare subito i cantieri in Val di Susa.

Giustizia, grandi opere, federalismo, stato sociale e lavoro. Non sono cose da poco. Anzi, sono i capitoli sui quali da sempre i partiti fondano la loro costituency e piazzano le barricate. Le alleanze, in Italia, sono franate per molto meno: scontri sula tv a colori (Andreotti II) e persino sul codice della strada (Fanfani II), per non parlare delle molte teste rotolate su manovre economiche e bilanci, da Cossiga a Goria. In questo senso, la nonchalance con cui Lega e Cinque Stelle hanno scansato ogni impiccio, facendosi concavi e convessi a seconda delle necessità, farebbe invidia anche ai leader della Prima Repubblica. Persino sul terreno delle alleanze internazionali la forma del governo è la forma dell’acqua: con Maduro e con Guaidò, con Trump e con Putin, e ora pure con la Cina.

In un’interessante intervista all’Huffington Post, il professor Franco Ferrarotti invita chi ogni giorno immagina una crisi dietro l’angolo a non sottovalutare l’eccitazione che dà il comando. «Il calcestruzzo del potere che tiene insieme Salvini e Di Maio», dice, è molto più forte delle opinioni discordanti sulla Tav o su qualsiasi altra cosa.

È un punto di vista sensato, che porta con sé una riflessione sul carattere profondo del populismo e del sovranismo. Li abbiamo a lungo immaginati come casematte di valori non negoziabili e di assolute fedeltà alla linea, come il luogo dove finiva la tradizionale disponibilità al compromesso della vecchia politica, sostituita da parole d’ordine inflessibili e da pensieri forti. Non era così (e forse è pure un bene). Davanti alla prova del potere, il “Credere obbedire combattere” si è rovesciato nel suo contrario, “Mediare, trattare, accordarsi”.

Insomma, dopo la vicenda Tav bisognerà aggiornare le analisi. Dietro l’angolo non c’è il rischio di un decisionismo dissennato, ma semmai l’esatto contrario, la tendenza alla non-scelta e al rinvio, quasi che per Lega e Cinque Stelle la realizzazione dei due principali punti programmatici – stretta sull’immigrazione e reddito di cittadinanza – abbia esaurito l’elenco dei problemi da affrontare “sul serio” e sul resto si possa galleggiare fino alle elezioni europee facendo melina. Non è così. Nella forma dell’acqua, talvolta, si può pure annegare.

da linkiesta.it

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One Comment

  1. caterina says:

    per uscire da un simile andazzo bisognerebbe che la maggioranza NON andasse al voto nelle prossime elezioni… Forse sarebbe una lezione che farebbe riflettere…. l’inizio di una rivoluzione silente…

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