Due miliardi di ore in meno lavorate. Rizzi: ma qualche statista dice che il problema sono solo gli sbarchi


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di Monica Rizzi – Sfogliando gli ultimi dossier dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre si inciampa e si cade facendosi male su quelle ore, due miliardi in meno, nel bilancio del lavoro del Paese. Abbiamo lavorato, sissignori, due miiardi di ore in meno. Gli autonomi sono la categoria da macelleria sociale preferita. Ovviamente. Già la parola “autonomia” evoca spettri pazzeschi per il sistema. Sia che si tratti di riforma delle regioni, verso l’autogoverno, sia che si tratti di lavoratori che hanno la sola colpa di non essere dipendenti. E’ sempre e comunque lo statalismo che uccide.

Ma veniamo allo studio della Cgia, che prende in esame gli anno che vanno dal 2007 al 2018. Apocalips Now.

 

Tra il 2007 e la fine del 2018 hanno registrato una contrazione delle ore lavorate pari a 121 milioni (- 0,4 per cento), i secondi, invece, hanno perso quasi 2,2 miliardi di ore (-14,4 per cento) (vedi Graf. 1).

Nei primi 9 mesi del 2019 (ultimo dato disponibile) la situazione è in via di miglioramento. Nel confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente, infatti, autonomi e dipendenti hanno incrementato di 175 milioni lo stock di ore lavorate (+0,5 per cento) (vedi Tab. 1), si legge nello studio.

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“Sebbene dal 2015 il monte ore lavorate sia tornato a crescere – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – il gap con il livello pre-crisi è ancora fortissimo e a pagare il conto sono stati, in particolar modo, gli artigiani e i piccoli commercianti. In questi ultimi 10 anni, infatti, il numero complessivo di queste piccole attività di vicinato è diminuito di 200 mila unità. Chiusure che hanno desertificato molti centri storici e altrettante periferie di piccole e grandi città, con una veemenza che dal secondo dopoguerra non si era mai verificata”.

Riduzione delle tasse non  se ne vede in giro. Il Pil, conferma la Cgia, è basso, non cresce, e “Se i lavoratori dipendenti a tempo parziale sono aumentati di oltre 1 milione di unità (+40,2 per cento rispetto al 2008), lo stock di quelli full time, invece, è sceso di 341 mila unità (- 2,3 per cento rispetto al 2008) (vedi Tab. 2)”.

Governo dopo governo.

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“E’ vero – afferma il segretario della CGIA Renato Mason – che gli effetti della crisi economica sono stati pesantissimi e, pertanto, è problematico redigere delle comparazioni tra il 2007 e i giorni nostri. Tuttavia, è utile dare degli elementi all’opinione pubblica affinché apprenda, numeri alla mano, le difficoltà del momento e gli ambiti dove la nostra economia presenta ancora dei ritardi che vanno assolutamente colmati, auspicando che il Governo metta in campo delle misure economiche adeguate, come una drastica riduzione delle tasse, della burocrazia e un forte incremento degli investimenti pubblici”.

Che lavora di meno è il Sud. Ma non è una novità.

“La ripartizione geografica dove la flessione delle ore lavorate è stata maggiore è il Mezzogiorno. Tra il 2007 e il 2016 (ultimo anno in cui i dati regionali sono a disposizione) la contrazione è stata del 10,7 per cento (pari a -1,4 miliardi di ore lavorate), contro il -5,8 per cento del Nordest (- 563 milioni), il -5,7 per cento del Nordovest (-755 milioni) e il -5,1 per cento del Centro (-491 milioni).

A livello regionale le riduzioni più importanti si sono verificate in Molise e in Sicilia (-12,4 per cento in entrambi i casi), in Campania (- 12,3 per cento) e in Basilicata (-11,1 per cento). Per contro, la Lombardia (-4,8 per cento), il Lazio (-2,9 per cento) e il Trentino Alto Adige (-1,1 per cento) sono state le regioni meno interessate da questo fenomeno (vedi Tab. 3)”.

Impressionante il monte ore perso al Nord. In proporzione è una catastrofe.

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Se lo Stato resta immobile e sempre uguale a se stesso, se le regioni non possono reinvestire le proprie tasse, la politica dei vasi comunicanti, alias la gallina dalle uova d’oro, continuerà a funzionare. Chi è che diceva, a proposito, “lavorare meno, lavorare tutti”.  Eppoi, non dimentichiamo che il problema per qualche statista sono gli sbarchi.

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